Quel vuoto dietro chi si svende online

di Barbara Benedettelli

H a meno di sedici anni la ragazzina padovana che inviava foto hard delle parti intime su una chat, in cambio di denaro, mentre i genitori dormivano. La vicenda è emersa grazie a un ciclo di incontri nelle scuole su cyberbullismo e legalità, organizzato dall'arma dei carabinieri con il Lions club Padova San Pelagio. Secondo le indagini sembra che la minore avesse un «giro d'affari» di circa 2.500 euro al mese, procurato probabilmente grazie a un'idea distorta: «Siccome il mondo virtuale è appunto virtuale, allora ciò che faccio lì nella vita vera non esiste. E se non esiste io sono pulita. Niente ripercussioni sulla realtà». Non è così.

Al di là del fatto che virtuale o meno anche questa è una forma di prostituzione, il problema non è il luogo in cui una persona compie le sue azioni, ma sono le azioni stesse e il loro peso sulla costruzione di un'identità ancora fragile. E il confronto con lo specchio di casa, questa volta reale, prima o poi presenta un conto salato. Non solo. Le persone che si incontrano nel cyberspazio hanno carne, ossa e intenzioni: non sai mai con chi hai davvero a che fare. E dato che la mente di una ragazzina è manipolabile il passo da lì alla concretezza della vita è breve. Ma perché accade? La ragazzina ha preso da sola l'iniziativa oppure è stata indotta a farlo? Questo lo stabiliranno le forze dell'ordine. Ma se una ragazzina arriva a mercificare il suo corpo in un'avida logica di mercato, è perché qualcosa nella sua vita non va. Manca un progetto per il presente e per il futuro che nessuno trasmette. Quello che ha dentro non è un pieno: di vita, di contenuti, di idee, ma anche di quella tenacia e di quello spirito di sacrificio che ti permette di raggiungere le mete più elevate, forse in più tempo, ma con dignità.

È un vuoto quello che c'è dentro queste ragazze. Un vuoto che riempiono con le cose, attraverso le quali percepiscono il senso di sé. Che non è dato da nient'altro. È attraverso le cose che sentono di esistere e allora se non ne hanno abbastanza tutto è lecito per procurarsele. Anche correre il rischio concreto di essere ricattate e spinte ad andare oltre, per avere sempre di più perdono se stesse. E rischiano anche la vita. Come accaduto a gennaio a una 15enne riminese, adescata su Facebook da un informatico di 35 anni, sposato e padre. L'uomo, che si era finto minorenne, si era fatto mandare delle foto intime, ma quando lei di è rifiutata di mandarne altre l'ha ricattata: «O ne mandi ancora o dico ai tuoi genitori cosa hai fatto». Lei, nella sua vulnerabilità, ha tentato il suicidio tagliandosi le vene.