Pollastro in manette per vedere Girardengo

Paolo Bertuccio

Nel dicembre del 1926, dunque, Pollastro e i suoi luogotenenti si trovavano nella zona di Ventimiglia, in attesa di sfruttare il momento propizio per oltrepassare la frontiera. Era la fuga pianificata da tempo. Meno di un mese prima avevano compiuto l'ennesima rapina, stavolta a Milano, in una gioielleria. Un altro spargimento di sangue: a farne le spese, stavolta, il titolare del negozio e due agenti di polizia. Anche il tentativo di fuga dall’Italia si risolse in una serie di omicidi a bruciapelo. Furono ben cinque le vittime nel giro di pochi giorni, e si trattava di poliziotti o carabinieri che non avevano neanche avuto il tempo di chiedere i documenti a quei personaggi sospetti. In un conflitto a fuoco, Pollastro fu ferito, ma riuscì ugualmente a riparare in Francia. Tragica fine, invece, per il suo complice Massari, detto Martìn, fermato dalla gendarmeria francese: resosi conto dell’impossibilità di sfuggire all’arresto, si sparò. Inviati dall'Italia per riconoscere il cadavere, due carabinieri ritennero erroneamente che la salma fosse di Pollastro. Fu così che per alcuni giorni, poco prima del Natale 1926, i giornali italiani, con grande sollievo, diedero per certa la notizia della morte del feroce bandito.
Destino volle, però, che Girardengo, in quei giorni, si trovasse in Francia, precisamente a Parigi. Al Velodromo d’Inverno si disputava la Sei Giorni. Quella delle Sei Giorni su pista era una tradizione ciclistica del tutto diversa da quella della strada, anche se i protagonisti spesso erano gli stessi. Si trattava di semplici passerelle o poco più, in cui il pubblico era composto dalla crème della città. Signori incravattati e signore ingioiellate, insomma, che osservavano con nobile distacco le fughe e gli inseguimenti che si consumavano incessantemente nel circuito. Niente a che vedere coi tifosi che riempivano, e riempiono ancora, di entusiasmo le salite del Giro o del Tour. Però le Sei Giorni erano molto più remunerative della maggioranza delle corse su strada; la fatica era complessivamente minore, e il gioco, tutto sommato, valeva la candela. Girardengo, quindi, era a Parigi a gareggiare insieme ad alcuni suoi gregari, tra cui Antonio Negrini e Luigi Giacobbe. In quel velodromo si consumò l’episodio che forse più di tutti ha contribuito a creare la leggenda del Bandito e del Campione. Biagio Cavanna sedeva tranquillo a bordo pista. Seguiva l'andamento, poco emozionante a dire il vero, delle gare. Il pubblico, come sempre in queste manifestazioni, era numeroso. Di sentire qualcuno fischiare, in un velodromo, capita talmente spesso che non c’è neanche da farci caso. Però quel fischio... quel fischio Cavanna lo conosceva. Ed era qualcosa di particolare. Quel fischio si chiamava «cifulò», ed era prerogativa dei novesi. Era un po’ l’equivalente dell’adesivo che si mette al giorno d’oggi sul retro della macchina con la sigla della provincia. A quei tempi, se uno di Novi voleva farsi riconoscere da un compaesano in «terra straniera», faceva il «cifulò». Il massaggiatore non ci mise molto a capire chi era il novese a Parigi.
Biagio Cavanna e Sante Pollastro si rividero dopo tanti anni. Il maestro di ciclismo e quel ragazzo che in bici non andava abbastanza forte e che adesso era l’uomo più temuto d’Italia e non solo. Il bandito chiese e ottenne un colloquio con Girardengo. Al Campionissimo raccontò i dettagli di molte sue imprese criminali e da questi si fece promettere che avrebbe rivelato tutto alla stampa dopo due mesi di silenzio. Era un modo per far sapere a tutti, senza ombra di dubbio, che non era il caso di festeggiare la morte del bandito, perché questi non solo era ancora vivo e al sicuro, ma era anche riuscito a fare quattro chiacchiere col più grande ciclista vivente.
Naturalmente Girardengo rivelò quasi subito quanto era accaduto, e la caccia al delinquente ricominciò più energica di prima.
Stavolta la polizia italiana aveva intenzione di chiudere la faccenda una volta per tutte. Se Pollastro era in Francia, bisognava andare a stanarlo. Facile a dirsi, ma nel 1927 non era affatto normale che le forze di polizia di Stati diversi collaborassero al punto di lasciar lavorare agenti stranieri nel proprio territorio. Il caso, però, era del tutto eccezionale, e anche al di là delle Alpi il bandito di Novi non tardò a farsi tragicamente conoscere. Con la sua banda, che ormai tra Italia, Francia e addirittura Belgio contava circa 150 affiliati, mise infatti a segno una trentina di rapine. La misura era colma.
L’uomo giusto, colui che doveva diventare l’incubo notturno del feroce Sante Pollastro, insomma, «il bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere» di cui parla De Gregori fu individuato nel questore Rizzo, che aveva condotto con successo svariate indagini su esponenti e circoli anarchici. Fu probabilmente la sua indubbia conoscenza di questi ambienti che fornivano copertura al bandito a far cadere la scelta sul funzionario, che fu inviato a Parigi a collaborare con le forze di polizia locali.
Le indagini durarono alcuni mesi, finché la parabola criminale di Pollastro si spense in un pomeriggio di agosto. Alla stazione metropolitana parigina della Nation tre gendarmi lo riconobbero. Tentarono di immobilizzarlo, ma ne nacque una colluttazione. Il bandito riuscì ad estrarre la pistola ma fu immediatamente disarmato. Immobilizzato, dichiarò di essere triestino e di chiamarsi Giordano Bruno Radetich, ma durante l’interrogatorio confessò la propria vera identità.
Sottoposto a numerosi processi sia in Italia che in Francia, non perse affatto la spavalderia: «Mi metteranno in prigione e proverò a scappare. Se ci riuscirò bene, altrimenti vorrà dire che mi ammazzeranno» ebbe a dichiarare. Fu condannato in Francia ad otto anni di lavori forzati, e in Italia a svariati ergastoli. Anche le vicende giudiziarie di Pollastro fecero notizia: durante il processo per il primo omicidio, quello del cassiere Casalegno, fu perdonato e benedetto dal fratello prete della vittima. Per la prima volta, in quell’occasione, il feroce criminale ormai dietro le sbarre ammise i propri sbagli. Proprio nel periodo dei processi a carico di Pollastro, la carriera sportiva dell'altro protagonista della nostra storia, quasi quarantenne, si avviava al naturale declino. Senza rimpianti, tuttavia: Girardengo aveva sempre condotto una vita irreprensibile, da vero atleta, e il fisico gli permetteva di continuare a fare ciò che gli piaceva, e cioè correre in bici. Gli albi d’oro delle corse prestigiose si riempivano di altri nomi, d'accordo, ma Girardengo incuteva sempre una certa soggezione. Nel 1936, il colpo di coda: in una tappa del Giro delle Quattro Province, la Arsoli-Roma, un corridore di quarantatré anni dal passato glorioso e dal presente rispettabile mise tutti in riga, meritandosi gli applausi e la simpatia di tutta la comunità sportiva italiana. Sante Pollastro, com’era giusto che fosse, pagò. Più di trent'anni di reclusione, di cui quattro in isolamento totale. Il confino a Ventotene in tempo di guerra, durante il quale capeggiò una rivolta contro le autorità carcerarie, ma fece in modo che questa non si tramutasse in uno spargimento di sangue. Questo episodio gli valse la grazia, che nel 1959 gli fu concessa dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Quando uscì dal carcere di Parma, Pollastro era soltanto un sessantenne che dimostrava qualche anno di più, che aveva trascorso metà della vita in penitenziario e che aveva voglia di lavorare per rifarsi una vita, «anche se alla mia età e col mio passato non sarà facile», come dichiarò all’unico giornalista che lo aspettava fuori dal portone. Ci riuscì. Lavorò insieme al fratello Luciano, che vendeva articoli di merceria.
Costante Girardengo morì nel 1978. Il suo compaesano lo raggiunse l’anno successivo. Qui finisce la storia degli amici divisi da una bicicletta, ma nei prossimi giorni pubblicheremo l’intervento della nipote del campione che desidera precisare alcune parti.
(3 - continua)