Il Polo verso il sì, ma vuole regole chiare

Emiliano Farina

da Roma

Regole di ingaggio certe, coesione della maggioranza e necessità della discussione in Parlamento. Sono queste le condizioni principali con cui la Casa delle libertà si prepara ad affrontare il dibattito sull’invio del contingente italiano in Libano.
Un confronto che, a due giorni dal vertice di Palazzo Chigi, è caratterizzato dal «siamo tutti uniti» da parte dell’Unione e dall’invito a «chiarire meglio le idee, soprattutto con la sinistra radicale», rivolto dal centrodestra.
Due interpretazioni della situazione politica decisamente diverse ma che, se verranno assicurate certe condizioni, potrebbero convergere in un unico punto di vista: il via libera bipartisan alla missione. Per il momento lo scoglio da superare è rappresentato proprio da quelle «condizioni» poste dalla Cdl che «senza una posizione chiara da parte del governo», precisa Maurizio Gasparri (An), rischiano di inasprire il confronto. «Israele è stato aggredito da Hezbollah - spiega - e il governo libanese non può considerare i terroristi fondamentalisti come parte del proprio esercito. Inoltre Diliberto ritiene Hezbollah un interlocutore amico e le posizioni di D’Alema sono state ambigue ed equivoche». E a proposito della «coesione politica» annunciata da Prodi, Fabrizio Cicchitto (Fi), ha «consigliato» al presidente del Consiglio di «non strumentalizzare una vicenda così delicata come la missione in Libano. La politica estera di questo governo è molto pasticciata e fa da sponda agli hezbollah». Il presidente dei deputati di An, Ignazio La Russa, sceglie un atteggiamento attendista: «Il vertice di domenica ha deciso che deciderà: non ci resta che attendere. Il nostro giudizio - conclude - dipenderà dalle regole d’ingaggio e dalla coesione che la maggioranza saprà dimostrare».
Oltre alle critiche strettamente politiche, il centrodestra chiede in coro al governo di compiere mosse concrete. «La missione dev’essere discussa e approvata di fronte alle Camere, - sottolineano Alfredo Mantica (An) e Maurizio Ronconi (Udc) -: c’è bisogno di chiarezza e di un’assunzione di responsabilità per sapere cosa andranno a fare i nostri soldati. Se Diliberto e compagni pensano che l’Italia stia per partecipare a una pittoresca marcia della pace, sbagliano e saranno smascherati in Parlamento». Enrico Pianetta (Fi), segretario della commissione Esteri al Senato, aggiunge che «non si tratta di una missione di peacekeeping» e che «la tutela dei nostri soldati dev’essere salvaguardata: come mai nella risoluzione non viene citato il capitolo 7 delle Nazioni Unite che prevede l’uso della forza in risposta ad attacchi contro i “caschi blu“?».
Dal banco degli attendisti, Roberto Calderoli (Lega Nord) per ora vede «soltanto nebbia» e si rifiuta di dire quale sarà l’atteggiamento del Carroccio al momento del voto. Lo segue Mario Baccini (Udc): «Il governo non è chiaro e dunque il nostro sì non è scontato».
Antonio Tajani (Fi) trasferisce la discussione a Bruxelles: «L’Ue deve giocare un ruolo da protagonista nell’azione di pace e i suoi organi hanno le carte in regola per avviare le procedure necessarie all’adesione dello Stato ebraico. Riteniamo che debba aderire anche alla Nato. Ci piacerebbe sapere - conclude il leader degli europarlamentari - cosa ne pensa il governo».