Le poltrone di Vendola costano 10 milioni di euro

Giuseppe Salvaggiulo

nostro inviato a Bari

Il primo regalo di Nichi Vendola ai pugliesi non è stata l’abolizione dei ticket farmaceutici, strombazzata in campagna elettorale come misura di salute pubblica per rimediare alla «macelleria sociale» del predecessore Raffaele Fitto, ma un festival di nomine e incarichi. Per ora, la «Primavera pugliese» ha fatto fiorire solo assessori, commissioni, presidenti, vicepresidenti e segretari. Tanto paga il contribuente: solo di stipendi, l’aggravio di costi è di oltre 2 milioni di euro all’anno per i cinque anni di legislatura. In tutto quasi 10,4 milioni.
Conto stimato per difetto, visto che alcune spese non sono ancora quantificabili, e che dipende dalle mosse iniziali del governatore di Rifondazione comunista. Primo: aumentare gli assessori da 12 a 14 (massimo consentito dallo Statuto). Secondo: sceglierne solo otto tra i consiglieri regionali. Terzo: portare da sette a undici le commissioni consiliari (e la prima proposta era quattordici!). Quarto: scegliere un capo di gabinetto fuori dalla Regione, che pure annovera centinaia di dirigenti con i requisiti per l’incarico.
Partiamo dagli assessori. Sei sono «esterni», ovvero non membri del Consiglio regionale. La differenza non è di poco conto: un consigliere che fa anche l’assessore riceve la normale indennità per la prima carica (che la Regione pagherebbe comunque) con una lieve maggiorazione per la seconda. Invece gli assessori «esterni» rappresentano stipendi extra. E non sono noccioline: le indennità si calcolano in rapporto a quelle dei parlamentari nazionali. Risultato: la Regione paga sei stipendi pieni in più, che costano 1.772.000 euro all’anno. Va aggiunto il costo delle strutture dei due nuovi assessorati: dalle auto blu al personale, dagli uffici alle missioni. Cifre non ancora quantificabili.
Fin qui il capitolo giunta. Poi c’è quello «commissioni consiliari». Erano sei da trentacinque anni, cioè da quando era nata la Regione. Il centrosinistra ha già deciso di farle diventare undici, quanti sono i gruppi della coalizione in Consiglio regionale.
L’Unione sostiene che la modifica è resa necessaria dall’aumento degli assessorati, ma una proposta del capogruppo di Forza Italia, Rocco Palese, dimostra che si possono facilmente distribuire le nuove deleghe alle vecchie commissioni. Alla Regione Puglia anche i muri sanno che l’aumento delle commissioni è l’escamotage per accontentare partiti e consiglieri smaniosi di poltrone. Tanto che sono già state distribuite le presidenze delle quattro commissioni che nasceranno a settembre: Mediterraneo ai Ds, Ambiente alla Margherita, Agricoltura allo Sdi, Servizi sociali all’Udeur.
Ogni commissione ha un presidente, due vice e un consigliere segretario. Con undici organi anziché sette, non esisteranno più peones. Tutti i consiglieri avranno un incarico e un corrispondente aumento di stipendio: per il presidente di commissione ogni mese 2.238 euro in più, per i vice 895 euro, per i segretari 671. Solo di stipendi, le nuove commissioni costano 225.552 euro l’anno (107.424 ai presidenti, 85.920 ai vice, 32.208 ai segretari). Infine c’è il capo di gabinetto. Vendola ha chiamato il coordinatore della sua campagna elettorale, Denny Gadaleta, e non un dirigente della Regione. Risultato: un altro stipendio da 80mila euro e spiccioli, esclusi premi di risultato e indennità di missione.
Sbaglia chi immagina Vendola come un «governatore per caso», il poeta inorridito dalla lettura delle delibere, l’utopista svagato che rifugge la vita grigia dell’amministratore. Per quanto catapultato a sorpresa nella stanza dei bottoni, Nichi non ha perso tempo a calarsi nel nuovo ruolo. Non difetta di cultura politica, né di pratica. Misura la sua forza e i suoi limiti, rispetta gli avversari e teme gli alleati. Avanza campagne-manifesto come quella sui Centri di permanenza temporanea e ha rapporti disinvolti con gli industriali di Bari (che lo hanno votato e fatto votare). Non improvvisa, sceglie con cura gli obiettivi. E agisce da vero governatore, anche se sconfessa la parola per il retrogusto americano.
Per prima cosa Nichi si è creato uno staff di persone di fiducia assoluta. Come portavoce e capo di gabinetto, ha scelto due amici di vecchia data. Poi è passato alla giunta, nella quale ha imposto ai partiti quattro assessori di sua esclusiva scelta (e provata consonanza ideologica), piazzandoli in assessorati chiave come urbanistica, bilancio, formazione professionale e attività culturali. I malumori delle forze politiche insoddisfatte o del tutto escluse (Comunisti Italiani e Italia dei Valori) non lo hanno turbato più di tanto.
Esaurite le caselle di governo, Vendola è passato a occuparsi del sottogoverno. Cioè le società e gli enti partecipati dalla Regione. Ha commissariato i cinque Iacp (Istituti autonomi case popolari) con i viceprefetti, creando malumori nei partiti (Ds in primis), che erano pronti a piazzare i loro uomini. Poi ha «normalizzato» l’Acquedotto pugliese, il più grande d'Europa e terzo al mondo. In testa al quale ha piazzato Riccardo Petrella, docente universitario in Belgio ed esperto del settore, noto come «professore no global» per le sue posizioni anti privatizzazione. La giunta di centrodestra aveva nominato un solo amministratore che bastava, avanzava e produceva utili (16,5 milioni di euro nel 2004). Per dare un contentino ai partiti, Vendola ha triplicato gli amministratori: Petrella per sé, uno gradito ai Ds e uno alla Margherita.
Tutti contenti. «Cento poltrone fioriscano» è l’adattamento del vecchio slogan di Mao alla «Primavera pugliese».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it