Il popolo abietto

Ha ragione Ernesto Galli Della Loggia, c’è stata un’unicità del nazismo speculare a quella della Shoah, un nichilismo neopagano scientificamente ordito da pochi e celato tuttavia al popolo tedesco nella sua smisuratezza demoniaca, quel «nazismo magico» sovente rimosso, o liquidato come pazzia, che è cosa diversa dall’antisemitismo variamente diffuso non solo in Germania. Supporre che i tedeschi fossero in toto consapevoli e responsabili del purismo nazista significa farne un popolo intrinsecamente cattivo e non invece, come si dovrebbe, limitarsi a giudicare storicamente la sua connivenza talvolta volenterosa col Regime. Il Papa ha parlato di «un gruppo di criminali che usò e abusò di un popolo» e però le reazioni le abbiamo viste: ha taciuto le colpe dei tedeschi, hanno detto. Ma i popoli sono frasche al vento della Storia, e non comprenderlo rischia di farci tornare agli anni Cinquanta, quando l’antiebraismo di Lutero veniva ricollegato all’antisemitismo di Hitler in un percorso più o meno lineare verso Auschwitz, il rischio insomma è quello di riavvicinarci alle tesi veementi di Daniel Goldhagen, lo studioso americano che non parlava di fatti compiuti da «uomini comuni» ma da «tedeschi comuni»: col rischio, ulteriore e finale, di ricadere nel medesimo schema nazionalsocialista di opporre a un popolo eletto un popolo abietto. Il peggiore dei pericoli. L’antisemitismo visto di spalle.