Un popolo sempre capace di inventarsi

Una nazione che dall’Unità a oggi ha compiuto passi da gigante: questo il ritratto che emerge dalla lettura di 150 anni di vita

Agli italiani d’oggi può prendere facilmente lo sconforto considerando lo stato del Paese, lontano da quel che si vorrebbe, e lo scarto fra le grandi possibilità del nostro popolo e una situazione di allarme perenne in politica, economia, condizione della società e dello sviluppo. Ma se si guardano le nostre vicende in prospettiva storica bisognerà pur ammettere che sono stati fatti passi giganteschi dal giorno dell’Unità, così lontano secondo il metro della vita umana, eppure così vicino - neanche un secolo e mezzo - nel lento fluire della storia.
L’Italia del 1860 veniva da un millennio di lacerazioni e dominazioni straniere spesso esacerbate dalla presenza, sul territorio nazionale, dello Stato Pontificio. Che se da un lato era stato un grande motore di crescita culturale e aveva mantenuto la penisola al centro del mondo, dall’altro, come scrisse Niccolò Machiavelli già nel Cinquecento, aveva fortemente contribuito a tenere l’Italia divisa, con un ritardo di secoli rispetto alla formazione dei grandi Stati nazionali europei. Gran parte degli italiani non era neanche in grado di parlare la lingua ufficiale del regno; pesi, misure e leggi cambiavano di regione in regione, e era enorme lo scarto fra quelle del nord e quelle del sud, con le popolazioni meridionali costrette a un’unità di cui era facile sentire l’invadenza e difficile vedere i vantaggi futuri. L’inchiesta parlamentare sulla miseria, alla fine dell’Ottocento, fotografa una situazione che è poco definire pietosa: malattie come la pellagra, la malaria, la tubercolosi falcidiano una popolazione, soprattutto contadina, afflitta dalla povertà, dall’analfabetismo, da una disperante mancanza d’igiene. Lo Stato sembra quasi impotente a porvi rimedio, preso com’è dalle già tardive tentazioni di espansione coloniale in Africa e dalla corruzione e dal trasformismo che già caratterizzano la vita politica.
L’inizio del nuovo secolo viene così caratterizzato dal fenomeno drammatico dell’emigrazione: fra il 1880 e il 1915 furono nove milioni - su una popolazione che al momento dell’Unità ne contava quindici - gli italiani che lasciarono il Paese in cerca, se non di fortuna, almeno di sopravvivenza. L’Italia appariva, al nuovo secolo e al resto del mondo, come un Paese incapace di reggere il confronto con il nuovo e con i propri problemi. Nel corso del Novecento, del resto, sarebbe stato tutto un susseguirsi di eventi drammatici, nella doppia valenza nazionale e internazionale. La Prima Guerra mondiale divise in due gli italiani sull’opportunità di entrarvi; poi, sebbene vittoriosa, ebbe i costi umani e sociali di una guerra perduta; il conflitto dette una spinta determinante allo sviluppo dell’industria e della conoscenza reciproca degli italiani, ma aumentò a dismisura le tensioni interne, per i sacrifici che comportò e per la delusione della «vittoria mutilata».
La conquista fascista del potere e la ventennale dittatura mussoliniana furono tutt’altro che una parentesi nella storia d’Italia, come ebbe a definirle Benedetto Croce. Furono invece la conseguenza e lo sviluppo di mali secolari: in parte risolti, con la creazione forzata di un’identità e di una coscienza nazionale, le grandi opere che oggi definiremmo «infrastrutturali», l’immensa riorganizzazione sanitaria e sociale; in parte aggravati dall’arresto della crescita democratica e poi dalla politica estera aggressiva (guerra d’Etiopia, guerra di Spagna) nonché dalla progressiva invadenza del regime nelle vite dei cittadini, nel tentativo assurdo di trasformare a passo di corsa il carattere italiano, mite e fortemente individualista, per farne un popolo guerriero e dedito al culto dello Stato.
La Seconda Guerra mondiale, benché abbia provocato un numero di morti di gran lunga inferiore alla prima (250.000 contro 600.000) portò con sé la sconfitta e una guerra civile i cui segni pesano ancora nella coscienza nazionale, anche perché in seguito si è tentato di accreditare la negazione del fascismo come fenomeno storico che invece coinvolse attivamente la maggior parte degli italiani. Nel 1945 sarebbe stato difficile scommettere sul futuro del Paese, economicamente e moralmente prostrato dopo che - come nei secoli precedenti - era stato percorso in lungo e in largo da eserciti stranieri che si combattevano sul suo suolo. Tuttavia la volontà anglosassone di tenerlo fuori dal blocco sovietico e gli aiuti del Piano Marshall favorirono una rapida ripresa: aiutato anche dal lungo periodo di stabilità tutto sommato garantito dalla Democrazia Cristiana, nonostante il frenetico e continuo cambio di governi.
L'Italia entrò già alla loro nascita sia nell’organizzazione militare della Nato (1949) sia nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951), preludio all’istituzione del Mercato comune europeo e alla nascita dell’Europa unita. Contemporaneamente, con la Cassa del Mezzogiorno, furono impiegate somme notevoli per lo sviluppo del sud. Dopo la ricostruzione degli anni Cinquanta, i Sessanta furono quelli della rapida crescita economica e sociale, sia pure in modo traumatico per il rinascere delle battaglie sindacali, le trasformazioni dovute al fenomeno del ’68, l’insorgere del terrorismo brigatista, che portò a una vera crisi dello Stato con il rapimento e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro (1978). Intanto però, da Paese agricolo, l’Italia era diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo, con una trasformazione già iniziata durante il fascismo.
Gli anni Ottanta furono segnati da tragedie, scandali e tensioni: la strage di Bologna, del 2 agosto 1980, la scoperta della loggia massonica P2 nel 1981, la morte del banchiere Roberto Calvi, al centro di complessi intrighi nazionali e internazionali, trovato impiccato a Londra nel giugno 1982, seguita dalla morte per avvelenamento in carcere del banchiere Michele Sindona (1986). Tragico fu anche l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia il 3 settembre dello stesso anno, a cui avrebbero fatto seguito l’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992), in una lotta contro la malavita organizzata che è ancora lontana dalla fine.
L’accumulo di corruzione di un sistema dominato da partiti interessati soprattutto alla propria sopravvivenza e alla propria crescita portò, nel 1992, all’ennesimo grande scandalo della politica nostrana, quella Tangentopoli che ha provocato la crisi, la trasformazione o addirittura la scomparsa dei partiti che erano stati al centro del sistema di potere, nonché la nascita di nuovi partiti come Forza Italia, che per la prima volta dal dopoguerra riporta al governo la destra: cambiamenti radicali e ancora in atto nella vita parlamentare e politica. Il secolo si chiude con l’adozione dell’euro, il 1° gennaio 1999, che segna la sempre maggiore appartenenza del Paese all’Unione Europea, dalla quale l’Italia ha tratto molti vantaggi materiali, a discapito peraltro della propria autonomia nazionale: una situazione che, insieme al massiccio afflusso - legale e illegale - di popolazioni extracomunitarie, pone il Paese in una nuova crisi di trasformazione che caratterizza l’inizio del nuovo secolo e determinerà gli anni a venire.
In questo contesto che sarebbe un eufemismo definire «agitato», l’Italia-Paese, gli italiani, popolo e singoli individui, hanno sempre dimostrato una capacità di creazione, invenzione e lavoro straordinari: il futurismo, sorto a inizio Novecento, è un prodotto culturale nato da noi che ha cambiato per sempre i rapporti fra arte e società, mentre alla fine del secolo i prodotti materiali del gusto italiano, apprezzati in tutto il mondo, stanno a dimostrare l’eccellenza di un popolo che ha assorbito nel proprio dna il senso della bellezza e della grazia. E, come si può desumere proprio dalla sua storia del Novecento, quello italiano è un grande popolo, capace di energie collettive e individuali, di eccellenze e di colpi d’ala che fanno ben sperare per il suo futuro. Nonostante tutto.
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