Il portierone che Silvio vuol mandare all’attacco

Giovanni il calmo ha deciso di tornare a vivere in mezzo a noi che gli vogliamo bene e dentro il catino di Firenze che considera da sempre il cortile di casa sua. Giovanni il calmo è Giovanni Galli, un perticone di uno, toscano nelle viscere, portiere di fama discussa, capace di vivere a cavalcioni tra la gloria milanista e la cronaca di qualche trasferimento fasullo (Napoli, Parma). Gli capitò, da giovanotto, di scalare la Fiorentina e la Nazionale di Bearzot post-mondiale senza tradire mai apparenti emozioni: calmo appunto, persino serafico, sospeso su quei trampoli, accettò onori ed oneri con identico spirito, incassò critiche feroci (il gol di Platini in Messico) e lodi misurate senza cambiare mai, né una corsa ruffiana sotto la curva o un urlo belluino davanti alla telecamera.
È fatto così Giovanni il calmo e forse quella sua apparente serenità è diventata la sua maschera prim'ancora che la sua corazza per resistere agli agguati feroci della vita. Quando apparve all'orizzonte del calcio italiano Silvio Berlusconi, colse al volo la proposta del Milan e lasciò Firenze, la sua piccola patria, per prendere alloggio a Milanello: in viola aveva appena sfiorato lo scudetto, da rossonero lo raggiunse al primo assalto sacchiano e da quel balzo cominciò una cavalcata trionfale in giro per l'Europa, fino a Tokio, il viaggio della consacrazione mondiale per un club continentale. «Noi non ce ne accorgiamo ma stiamo scrivendo la storia» chiosò la moglie Anna: ebbe un malore appena atterrata a Tokio dopo 20 ore di volo.
Giovanni il calmo non è mai stato neanche il tipo da subire le discese ardite. Appena capì che il Milan diventava troppo stretto per lui, con un rivale pisano all'uscio (Pazzagli, ndr), si trasferì a Napoli, alla corte di Maradona: nella notte dell'addio, a Vienna, maggio del '90, finale di Champions vinta con il Benfica di Eriksson, Giovanni il calmo tradì appena qualche lacrima, mai un lamento o una parola avvelenata. E a dispetto di ogni precedente in materia, non recise mai il cordone ombelicale con il presidente Berlusconi: l'amicizia si era cementata e con l'amicizia fioriva il senso dell'appartenenza, la condivisione di valori extra-calcistici. Giovanni il calmo realizzò fino in fondo la sua carriera, con gli scarpini ai piedi e poi dietro una scrivania, a inventare squadre di calcio (la nuova Fiorentina, il Foggia laggiù in Puglia, poi il Verona scivolato in serie C un anno fa) prima di finire stritolato dalla prova più crudele che possa capitare a un uomo, a un padre. La morte di Niccolò, suo figlio, un prodigio di bellezza e di talento calcistico, scivolato dalla moto in una curva balorda mentre tornava indietro da Casteldebole a Bologna, fu un'autentica carognata.
Uscì da quella tragedia calmo in apparenza ma spolpato dentro, senza neanche una briciola di energia, lo sguardo perduto nel vuoto, sorretto dall'affetto di una figlia speciale e della vera guida di casa, sua moglie Anna, una quercia di donna. Fu lei a condurlo per mano verso la fede e la riconciliazione con la vita, furono gli amici di Niccolò, tutti insieme, a trascinarlo verso iniziative benefiche, la fondazione intitolata a Niccolò e cento altri progetti legati a quel figlio che giocava a calcio e prometteva di ripetere la carriera di Giovanni il calmo.
Da qualche ora Giovanni Galli il calmo ha deciso di tornare a vivere in mezzo alla sua città e alla sua gente, a Firenze. Ne conosce bene i tic e le debolezze, l'isolamento magnifico e il cedimento gustoso alla polemica, non è mai stato un semplice gingillo da esporre in vetrina, si è infilato nei negozi e nei ristoranti, ha chiesto ospitalità allo stadio, alla tv e al calcio per non lasciarsi vincere dal dolore. Solo il suo presidente poteva chiederglielo ottenendo in cambio un sì asciutto: quel mattino straziante, nella chiesa fiorentina piena di fiori e di amici di Niccolò, Silvio Berlusconi era al suo fianco, come tutte le volte in cui capitava dalle parti di Firenze, una telefonata, un incontro veloce, la promessa di ritrovarsi ancora e di trascinarlo fuori da quel cono d'ombra per discutere di problemi antichi e di nuove sfide.
Giovanni il calmo ha deciso di misurarsi nella corsa a sindaco della città con un mondo che non ha mai frequentato e neanche capito, forse pensando che è venuto il momento di suturare la ferita che si porta dentro e di tornare a vivere. Non ha tremori da nascondere, né angosce da confidare: non lo fece davanti a Maradona e Van Basten, figurarsi adesso che le sfide piacevoli sono finite da tempo in un cassetto ed è tornata la voglia di uscire all'aperto e vivere in mezzo a Firenze, alla sua città e ai suoi problemi. Giovanni il calmo, dall'aria apparentemente arrendevole, è un tipo tignoso assai. Chi dovesse sottovalutarlo, perché in politica niente si inventa, commetterebbe un grave errore.