Il porto «salvato» a parole da chi lo voleva affondare

Ha visto recentemente la luce il n. 2/2007 di «Storia e memoria», la rivista semestrale pubblicata dall'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza. In questo numero vengono riportati gli atti del convegno organizzato dall'Ilsrec intintolato «Salvare i porti. Genova e altri scali mediterranei nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale», convegno tenutosi nella nostra città, a Palazzo San Giorgio, il 9 e 10 febbraio 2007. Dalla lettura del testo, emerge una versione dei fatti perlopiù unilaterale, decisamente faziosa, spesso palesemente e macroscopicamente falsificatrice della realtà storica. In sostanza, si enfatizza o, meglio, si inventa il ruolo giocato dai «partigiani» nel salvataggio del porto e nella «liberazione» della città, contestando e cancellando quello ricoperto dalla Chiesa e dagli uomini della Rsi. Ma iniziamo con le nostre «spigolature», per poi passare alla sostanza.
Le barbarie unilaterali
Raimondo Ricci, nella sua introduzione, parla della «barbarie tedesca». Saremmo curiosi di conoscere come egli definirebbe l'agire dei suoi «compagni partigiani», tanto per citare, a piazzale Loreto; e nei confronti di Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Carlo Borsani, Giovanni Gentile; e al Melogno, a Monte Zuccaro, Vigoponzo di Dernice, Bogli, Rovegno, Cravasco, Monte Manfrei, Cadibona, Imperia.... Non furono, queste, tutte manifestazioni di vera e propria «barbarie partigiana»? Continuando, poi, parla dell'«aggressione tedesca all'Europa», sorvolando così sul fatto che, contemporaneamente ai tedeschi, anche l'Unione Sovietica del compagno Stalin, alleata di Hitler dal 1939 al 1941 (Patto Molotov-Ribbentrop), abbia aggredite Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania. (A proposito: mentre a ogni pie' sospinto si sente parlare di «nazifascismo», perché non si parla mai di «nazicomunismo»?).
L’intercessione

della X Mas
Ma continuiamo. Federico Marzinot, nel suo intervento «I piani nazisti per la distruzione del porto di Genova», narra, pur relegandolo in una nota (pagine 227/229), l'intervento fondamentale e decisivo del comandante della X Mas Mario Arillo e dei suoi uomini, a ciò destinati da Junio Valerio Borghese. Il tutto testimoniato, fra l'altro, da Nicola Tranfaglia (non certo «repubblichino»), in un documento che egli cita nel suo libro «Come nasce la Repubblica»: «...studio e messa in atto di un piano tendente ad impedire l'esecuzione delle distruzioni già predisposte dai germanici nel porto di Genova. Risulta a questo proposito che l'azione condotta dal comandante Arillo, nonostante le molteplici difficoltà contingenti, è valsa ad evitare quasi completamente le distruzioni stesse». E tanto, poi, ci sarebbe da scrivere sull'intervento di Paolo Battifora: ci limitiamo a definirlo un macroscopico esempio di strabismo ideologico, che appalesa un rispetto nei confronti della lingua italiana pressoché equiparabile a quello dimostrato nei confronti della verità storica (almeno quattro errori di grammatica che non verrebbero «perdonati» neppure a un alunno della quinta elementare).
La citazione

«insospettabile»
Ma, per definitivamente chiarire quali possano essere gli elementi di giudizio circa il salvataggio del porto e la «liberazione» della città, esiste una citazione migliore di un testo «resistenziale»? Rifacciamoci, allora, ad Augusto Miroglio, allorché riferisce eventi, nomi, decisioni sul tema. Nel suo «Venti mesi contro vent'anni» (Edizioni «Il Lavoro nuovo», Genova, 1964), egli riporta il verbale in cui si decise «l'insurrezione» genovese, rifacendosi alla riunione «ciellenisticoresistenziale» che ebbe luogo nel collegio di San Nicola alle 20,30 del 23 aprile 1945. Scrive il Miroglio: «La situazione e le delibere conseguenti risultano dal verbale della riunione dal quale stralciamo i passi più significativi:
Taviani: Le autorità fasciste in parte sono già andate via (Prefetto, Viceprefetto...)... Le bande nere andrebbero via nella notte. Le truppe tedesche (come dichiarato a Mons. Siri e da questi a Taviani - n.d.a.) impiegheranno tre o quattro giorni al massimo a lasciare la città e la Marina andrà via per ultima (...) Attualmente lo stato delle cose sembra essere questo: i fascisti se ne vanno e i tedeschi pare non abbiano l'intenzione di opporre resistenza, vogliono solo andarsene indisturbati. Di fronte a tale situazione (...) chiedo al C.L.N. che cosa delibera in merito.
Martino: Io penso che bisogna insorgere, senza aspettare la fuga dei tedeschi (...).
Cassiani: (Omissis)... È d'accordo d'insorgere sempreché ci siano le forze partigiane, nel senso di salvare il porto e tutto il salvabile
Martino: Penso che si debba insorgere senz'altro, anche se si dovesse arrivare alla distruzione del porto. Il popolo ligure deve agire.
La riunione si conclude con la decisione unanime di lanciare alla popolazione lo storico proclama: “Popolo genovese insorgi!”».
Considerazioni sullo

stato delle cose
Da quanto sopra esposto (ripeto: attinto alle fonti «resistenziali») si deduce per certo che:
a) il Cln non sa neppure che cosa stia accadendo in porto e nella città;
b) i «partigiani» si presentano ventiquattr'ore dopo che i tedeschi (e i fascisti) hanno deciso motu proprio di ritirarsi (non certo per paura dei «patrioti», ma perché si sapeva dell'imminente arrivo delle truppe «alleate», che sarebbero infatti entrate a Genova la sera del 27/4); la qual cosa dimostra ulteriormente che nella liberazione di Genova i «partigiani» non ebbero il benché minimo ruolo;
c) qui si conferma l'esistenza del «piano» concordato dalla Chiesa e da Arillo - con, da parte germanica, il ministro plenipotenziario Hasso von Etzdorf e il generale Meinhold - che prevedeva il ripiegamento pacifico, se non attaccati, da parte dei tedeschi;
d) il porto viene evidentemente salvato non per merito dei «partigiani» e del Cln, ma malgrado i «partigiani» e il Cln.
Il ruolo

di Siri
A conferma di quanto sopra, si veda ciò che scrive Giorgio Gimelli («Cronache militari della Resistenza in Liguria», La Stampa, Cassa di Riparmio di Genova e Imperia, 1985, vol. III, p. 327), riferendo di una «trasmissione radio 20,30-21 Greenwich ora media, domenica 29 aprile 1945», dove si legge fra l'altro: «nella mattina del 23 aprile il Maggior Generale Meinhold, comandante la piazzaforte di Genova, fece sapere, attraverso il Console tedesco, al Vescovo Ausiliare Siri che desiderava trasmettere il comando, in vista della sua intenzione di evacuare Genova: operazione, questa, che avrebbe richiesto quattro giorni, durante i quali nessuna molestia avrebbe dovuto essere arrecata da parte dei partigiani alle truppe tedesche evacuanti, garanti le Autorità Ecclesiastiche. Il Vescovo informò della cosa il Cln che rifiutò di entrare in trattative e nella sera stessa la Sap intraprese azione isolata contro i posti di guarnigione... Il mattino del 24 aprile Meinhold informò il Cln che qualora gli attacchi contro le truppe evacuanti fossero continuati, egli avrebbe fatto bombardare la città... Per tutta risposta il Cln ordinò che fossero raddoppiati gli attacchi...».
Ma torniamo al salvataggio del porto. Vito Pavano, nome di battaglia «Guido», ufficiale partigiano del Sim del Regno del Sud presso il Comitato di Liberazione Alta Italia e membro del controspionaggio, il 17 dicembre 1948 rilasciò in Tribunale una dichiarazione giurata in cui dichiarava: «So che Borghese si interessava per la salvezza del porto di Genova e per questo scopo egli si adoperava presso il servizio segreto tedesco (...). E a me sembrò l'unico che ottenne risultati postivi».
Ma non basta. Nella raccolta degli «Atti della commissione d'inchiesta sul salvataggio del porto di Genova» non viene riportato, poiché evidentemente non ritenuto «rilevante», un documento, conservato presso l'Istituto Storico della Resistenza e contraddistinto col numero 10. Detto documento è costituito da una dichiarazione di Riccardo Vignolo, partigiano G.L., che riguarda il Comandante Arillo. In esso possiamo lèggere:
Parola

di Scoglio
«Io sottoscritto Riccardo Vignolo alias Scoglio II, Comandante della IV Brigata Cittadina Giustizia e Libertà, dichiaro ancora una volta quanto segue: il Comandante Mario Arillo allo scopo di salvare le opere portuali di Genova e impedire ogni altro atto di sabotaggio da parte delle truppe tedesche nella loro ritirata aveva preso contatto con elementi del Cln genovese e direttamente con Mons. Siri. Questo accadeva a partire dal dicembre 1944. Nella mattina del 23 aprile 1945, avendo avuto l'impressione che i tedeschi procedessero al brillamento di mine nel porto, proposi ed ottenni che il detto comandante si recasse coi suoi uomini al Ponte dei Mille e ivi cercasse di impedire che i tedeschi si abbandonassero ad atti di sabotaggio.
Partecipò insieme al sottoscritto, al col. Mario Stella, al Card. Boetto e a Mons. Siri a tutte le trattative per la resa del porto di Genova».
Riccardo Vignolo, comandante della Brigata «Scoglio II», partigiano appartenente a «Giustizia e Libertà», nominato da Siri, da Borghese e da Arillo quale elemento partigiano presente, attivo e responsabile, non viene mai citato dai testi «resistenziali» (Gimelli, Brizzolari, Montarese...). Forse perché non era comunista? Eppure sarebbe stato sufficiente leggere quanto contiene la busta n. 3, Documenti del Cln, che si trova presso gli Archivi di Stato a Genova. Infatti, in detta busta è contenuta la «Relazione sulle trattative svolte dal Comandante Arillo» (otto pagine dattiloscritte). Inoltre, detta relazione (ripetiamo: datata 25/5/1945 e firmata da Vignolo per il Cln, Brigata Scoglio II) viene anche riportata, questa sì, ma senza alcuna opportuna eco, negli «Atti della Commissione d'inchiesta sul salvataggio del porto di Genova» (documento n. 6, pag. 199).
Sempre falsi

su San Benigno
Ma la più vomitevole delle menzogne offerteci da «Storia e memoria» viene elargita dall'intervento di Giuseppe Noberasco, nome d'arte «Gustavo», il quale - fra le altre inqualificabili bubbole che esibisce alle pagine 363, 364, 365 - scrive: «... i nazisti, i quali avevano sei mesi prima cercato di addossare alla Resistenza il tremendo disastro di San Benigno...».
Se il Noberasco avesse l'onestà intellettuale di tacere, eviterebbe di incorrere in affermazioni totalmente e ignobilmente falsificatrici della verità storica. Lo invito a leggere (se non lo ha già fatto) il mio libro «San Benigno: silenzi, misteri, verità su una strage dimenticata» (NovAntico Editrice, Pinerolo, TO, 2004), libro nel quale dimostro senza possibilità di smentita che la morte di mille/duemila innocenti che si erano rifugiati nelle gallerie nella zona della Lanterna o si trovavano in zone limitrofe fu causata da un attentato terroristico effettuato dai «partigiani» comunisti. Aggiungo che i «nazisti», evidentemente, non furono i soli a ... «cercare di addossare alla Resistenza il tremendo disastro di San Benigno», se è vero, come è vero, che:
1) i partigiani medesimi ne rivendicarono l'attuazione sul giornalucolo di don Berto Ferrari «il ribelle», rivendicazione poi pateticamente, goffamente, spregevolmente smentita;
2) nel numero datato 24 ottobre 1944, la pubblicazione «Italia combatte», che veniva paracadutata per i «partigiani» al nord da parte degli «alleati» (inglesi, americani, monarchici), riferisce di «tre gallerie distrutte nel genovese», e inizia il resoconto affermando testualmente: «I patrioti hanno fatto saltare a Genova, il 10 ottobre, nella galleria presso la Lanterna, un deposito che conteneva una ingente quantità di esplosivi...».
Gli altri

«disinformati»
Che, oltre ai «nazisti», pure gli «alleati» e il regno del Sud abbiano «cercato di addossare alla Resistenza il tremendo disastro di San Benigno»? (Informo «Gustavo» che il documento sopra citato è reperibile - ove nel frattempo non «opportunamente» distrutto, comme d'abitude - presso l'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo).
3) l'Office of Strategic Services (l'Oss, il progenitore della Cia) di Washington, in un documento conservato a tutt'oggi nei propri archivi, citando il 23/11/44 un rapporto segreto del 1° novembre, scrive: «Genoa: The blowing of the Galleria Robairone (Romairone, n.d.r.) in Genoa caused 2,000 deaths, part military personnel». Detta comunicazione appare sotto il «Subject: Sabotage».
Che, oltre ai «nazisti», pure l'Oss abbia «cercato di addossare alla resistenza il tremendo disastro di San Benigno»?
Come il cortese Lettore potrà notare, in quanto sopra ho scritto mai vengono citate fonti (peraltro, senza possibilità di smentita, storicamente attendibili) come quelle provenienti dalla Chiesa (Boetto, Siri, Lanz...), la Rsi (Arillo, Borghese, Graziani...), ma solo fonti «resistenziali». Ciò detto, ci permettiamo domandare a Raimondo Ricci, a Giuseppe Noberasco et similia: a oltre sessant'anni dai fatti, non sarebbe l'ora di smetterla con le bugie, i silenzi, la storia «creativa», e rendere finalmente omaggio alla verità?
* storico