Poste, assunzioni per gli immigrati

Arrivano le "quote stranieri". E subito su Internet scoppia la protesta: "A noi italiani non pensa nessuno"

Le Poste lo chiamano «personale multilingua»: 500 nuovi dipendenti part-time da mettere agli sportelli per assistere gli immigrati. Giovani, diplomati, poliglotti, una bella notizia per tante persone in cerca di lavoro. Con un però. Metà dei posti sono riservati a stranieri. Regolari, s’intende: residenti in Italia da almeno tre anni, con il permesso di soggiorno valido e il casellario giudiziario immacolato. Dunque, l'ente guidato da Massimo Sarmi va in controtendenza rispetto alle decisioni prese da tanti sindaci del Nord che stringono le maglie dei controlli. No, alle Poste gli stranieri vogliono proprio assumerli.
I nuovi contratti saranno firmati nell'arco di due anni, 200 entro il 2008 e altri 300 l'anno dopo; le prime assunzioni forse già entro questo dicembre attraverso un'agenzia del lavoro esterna ancora da individuare. L'obiettivo è quello di tenersi stretto un tipo di clienti in continua crescita e che cominciano a frequentare gli uffici postali appena mettono piede in Italia, perché gli immigrati sbrigano lì le prime pratiche per i permessi di soggiorno. Oggi, informa l'azienda, una grossa fetta di stranieri usa le poste per gestire i risparmi e mandare denaro ai familiari rimasti nel Paese d'origine; il 15 per cento della popolazione immigrata ha un conto Bancoposta e il 3 per cento ha sottoscritto un prestito con l'ente. «Da anni sono nostri clienti importanti - ha detto l'amministratore delegato Sarmi - utilizzano le caselle postali e i conti correnti, e sono stati i primi a capire l'importanza delle carte prepagate che utilizzano per effettuare trasferimenti di denaro nel loro Paese. Vogliamo accoglierli sempre meglio».
Così, le Poste hanno deciso di dotare di personale poliglotta gli sportelli funzionanti nelle zone dove la presenza di stranieri è più massiccia. Le modalità precise non sono state ancora fissate, si conoscono unicamente i criteri di base. I neoassunti dovranno avere meno di 35 anni e possedere un diploma di scuola superiore (punteggio di almeno 70/100) o equivalente per gli stranieri, e soprattutto conoscere almeno due lingue, non solo quelle europee (inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo) ma soprattutto quelle parlate dalle etnie prevalenti nella zona dell'ufficio postale dove saranno destinati. Arabo, romeno, albanese, filippino, polacco, l'elenco è lungo. Gli italiani dovranno attrezzarsi: meglio che laureati in lingue, interpreti e traduttori si buttino subito sugli idiomi africani, asiatici o dell'Est europeo. Sapendo però già in partenza che potrebbero essere surclassati dai madrelingua stranieri.
Da quando i giornali di annunci di lavoro hanno pubblicato la notizia, sui blog di internet si rincorre il tam-tam delle proteste. «Invece che largo ai giovani, le Poste fanno largo agli immigrati». «Chi pensa ai precari di casa nostra?». «Il nostro Paese ormai è completamente chino». «Non se ne può più della tutela e delle opportunità date a queste persone, a noi cittadini italiani non pensa nessuno». «Italiani discriminati, immigrati tutelati». «Dopo le quote rosa, ecco le quote nere», come quelle chieste per la nazionale sudafricana di rugby monopolizzata dai bianchi. Su Youtube si può vedere lo spezzone della breve intervista di Sarmi al Tg1 sull'argomento, accompagnata da questo commento: «Le università sfornano disoccupati, la disoccupazione nel Sud Italia è endemica. Le Poste in questo contesto chi aiutano? Gli italiani comproprietari con lo Stato? No. Gli stranieri».
Le Poste hanno presentato il progetto ai sindacati lo scorso 20 novembre, nessuna delle tre confederazioni ha fatto una piega. «Riservare metà di quei posti agli stranieri non è una quota discriminatoria - dice Eugenio Veneri, segretario dei postali Cisl del Lazio -, forse è più penalizzante il punteggio del diploma».