"Povero" Scalfari, lo Stato non gli lascia rifiutare la pensione

Da ex deputato ha incassato 800mila euro. Ma se non li vuole perché non li restituisce con un assegno?

«Una cura immediata da 12 miliardi» ha chiesto l’altro giorno sulla prima pagina di Repubblica il vate Eugenio Scalfari. Il quale ha impartito a Giulio Tremonti, «un timoniere che naviga a vista», una lezione delle sue. Tra errori e cantonate varie della manovra, l’ottantasettenne fondatore del quotidiano di largo Fochetti ha inserito anche il rinvio «sine die» del taglio dei costi della politica. Per esempio, «il solo azzeramento dei vitalizi agli ex parlamentari vale 218 milioni», è il suo calcolo.

Il maestro non parla a vanvera. «Personalmente riscuoto come ex deputato un assegno netto di 2400 euro mensili - puntualizza -. Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato. La risposta fu che ci voleva una legge, in mancanza della quale l’assegno mi sarebbe stato comunque accreditato», è la sua sdegnata denuncia.

Noi invece ci domandiamo come mai Scalfari abbia scritto quella lettera soltanto cinque anni fa. Se quel denaro lo scandalizza tanto, perché non l’ha lasciato subito all’erario? L’uomo che non credeva in Dio ma ha incontrato Io ha fatto parte dell’assemblea di Montecitorio dal 1968 al 1972 e al compimento dei 60 anni (6 aprile 1984) ha maturato il diritto al vitalizio. Milioni di italiani incassano la pensione minima dopo una vita di fatiche, a lui invece sono bastati quattro anni alla Camera per garantirsi 2400 euro netti ogni mese, cioè quasi 30mila euro l’anno, che in 27 anni sfiorano gli 800mila euro. Oltre a incrementi e rivalutazioni, quelle che oggi Tremonti intende sforbiciare. Al lordo, che poi equivale al costo per il contribuente italiano, la rendita che ripugna a Barbapapà ha superato addirittura il milione di euro: 3200 euro (il 25 per cento dell’indennità del parlamentare) per 12 mesi per 27 anni.

E poi ci domandiamo perché Scalfari, dinanzi al prevedibile diniego della casta, non abbia lanciato una campagna di stampa per abolire l’odiato privilegio. Ha un giornale a sua disposizione: poteva sguinzagliare reporter, raccogliere firme, promuovere manifestazioni, mobilitare il proprio editore provvisto della tessera numero 1 del Pd. Poteva proporre un referendum abrogativo. Oppure incalzare gli ex colleghi della Camera con le mitiche dieci domande di Repubblica: quanto costano le ingiustificate pensioni d’oro dei vecchi parlamentari? Perché non le eliminate? Non vi vergognate di sperperare il denaro pubblico? Non vi sentite complici del baratro di bilancio? Invece egli è rimasto zitto, mugugnando tra sé e sé, lisciandosi la barba bianca e lasciando l’esclusiva delle dieci domande alla vita privata di Berlusconi.

E infine, maestro Scalfari, ci poniamo un’ultima domanda: perché non esegue un bel bonifico di 800mila euro sul conto corrente della Camera e si toglie un pensiero?