Pregiudizi e silenzi di Amnesty

Anche il Foreign Office inglese ha protestato per i pregiudizi contenuti nel nuovo rapporto annuale di Amnesty International per il 2006 appena presentato a Londra. Che peccato: forse è venuta l’ora di osservare con sguardo meno estatico di quello che il mondo ha fatto fino ad oggi una Ong che è diventata ben più politica che umanitaria.
Amnesty è la bibbia dei diritti umani; se Amnesty condanna, è come se i Dieci Comandamenti ti venissero sbattuti sul viso, e di fronte al mondo. Ogni sanzione morale internazionale diventa possibile e anzi probabile. Le condanne comminate da quella che forse è la più famosa fra le Ong sono la pietra di paragone della religione del nostro tempo. Ma il fatto, con tutto il rispetto personale per coloro che lavorano sul campo anche in situazioni pericolose, è che la fiaccola della giustizia è passata nelle mani di un’ideologia e di gruppi politici che ne hanno per lo più fatto uno strumento politico e non umanitario; la storia dei diritti umani dal dopoguerra ha avuto la disgrazia di sposare lo schieramento «antimperialista», quello «anticolonialista», quello «anticapitalista» credendo di allearsi così a un mondo di oppressi. Ma ne hanno fatto le spese proprio uno sguardo chiaro e obiettivo sulle prepotenze dei dittatori appartenenti alla parte «antimperialista» del mondo. Il principio di responsabilità è stato diluito fino a sparire quando si parla di Terzo Mondo, mentre è stato esasperato e frainteso per l’Occidente e portato al calor bianco per gli Usa e Israele. La fine della Guerra Fredda non ha migliorato la situazione. L’Economist scrive dunque che una organizzazione che dedica più pagine agli abusi contro i diritti umani in Inghilterra o in America che alla Bielorussia o all’Arabia Saudita non può sfuggire a un dubbioso riesame del suo ruolo. Su Israele, naturalmente avviene la danza rituale più selvaggia.
Con il rapporto annuale del 2006 presentato mercoledì scorso, Amnesty condanna Israele e gli hezbollah parimenti, e li accusa, a causa dei civili uccisi da Israele durante la guerra dell’agosto scorso, di essere ambedue responsabili di crimini di guerra. Amnesty attacca Israele anche per l’alto numero di morti palestinesi, 650, sostiene in maniera opinabile, nel 2006. È una accusa inaccettabile dal punto di vista del metodo, della morale e delle conseguenze strategiche nel tempo della guerra asimmetrica.
Nel numero delle persone uccise da Israele e che vengono per la maggior parte classificate «civili», in realtà, in un mondo di guerriglia senza divisa, si parla anche di militanti, e purtroppo di popolazione che serve di supporto logistico e strategico, di scudi umani che sia Hezbollah che Hamas usano normalmente come vantaggio strategico fisso. Nel documentatissimo rapporto di 50 pagine di «Intelligence and Terrorism Information Center for Special Studies» (CSS) si trova minuta descrizione, arricchita da molte foto, in cui si scoprirà la capillarità e la sofisticazione con cui quasi ogni casa, moschea, garage dei villaggi sudlibanesi sia stata trasformata da Nasrallah in una struttura adibita alla guerra e da cui i lanciarazzi sparavano contro Kiriat Shmone o Haifa, sui civili israeliani. Ogni statuto della legge internazionale che governa la condotta in guerra è qui stato violato, Hamas agisce sullo stesso modello. I villaggi sciiti sono stati una base operativa arruolata per amore o per forza quasi completamente, così che l’unita Nasr (1000 operativi regolari) e le riserve (3000 circa) non hanno mai combattuto soli, ma con lo scudo dei villaggi. L’organizzazione ha dunque violato tutte le regole ed è palesemente «criminale di guerra»; Israele può avere compiuto errori, magari anche occasionali crimini. Ma che c’entra con la sistematica, prescelta violazione delle forze terroriste? A Roma si direbbe che il linguaggio di Amnesty è una «pecionata» ma sarebbe un giudizio benevolo. La confusione è fatta apposta. Mentre Israele ha combattuto in un teatro di guerra in cui l’alternativa è fra il lasciare colpire la propria gente e difendersi in una situazione che Nasrallah ha descritto così in un discorso dopo la guerra: «Come potrebbero gli hezbollah ritirarsi dalla regione a sud del Litani? Vorrebbe dire il ritiro dei cittadini di Aita che hanno combattuto ad Aita; di Bint Jebeil che hanno combattuto a Bint Jebel; di al Khiam, di al Taibe; di Meiss... tutti i giovani che hanno combattuto in prima linea sono di là...».
In secondo luogo: nel rapporto sul 2006, Amnesty condanna Israele, in base ai parametri usati dall’Ngo monitor presieduto da Gerald Steinberg, molto di più di quanto non condanni l’Iran, il Sudan, la Libia, la Siria, l’Egitto. Violatori seriali, mentre Israele è una democrazia in cui libertà d’opinione, legge e ordine sono la regola. «È ridicolo - dice Steinberg - pensare che durante l’anno Amnesty ha emesso 48 pubblicazioni di “azione urgente” su Israele, mentre ne ha dedicate 35 all’Iran, 2 all’Arabia Saudita, 7 alla Siria». Ma Amnesty, che era nata per difendere i prigionieri, non ha mai richiesto la liberazione dei due soldati israeliani rapiti dagli hezbollah. Su Israele sembra posseduto da una confusione concettuale per cui lo Stato ebraico si è macchiato di violazioni dei diritti umani, 42 volte, e, che so, il Sudan 15; crimini di guerra: 46. Il Sudan: 21... Se si guarda a tutti i Paesi islamici, la fanno in gran parte franca o vengono sanzionati in maniera molto blanda, mentre gli americani sono anche loro una vittima rituale. Amnesty per spiegare le sue fonti fa riferimento a «testimoni visivi» la cui oggettività è tutt’altro che certificata. I ricercatori di un tink thank dell’Università di Londra e del Conflict Analiys Resource Center hanno raggiunto le stesse conclusioni esaminando, a Bogotà, uno studio di Amnesty sui conflitti in Colombia: «L’approccio di Amnesty e di Human Rights Watch... include scelte di fonti opache... non specifica le fonti, usa definizioni non chiare, parametri erratici di spiegazione».
Fiamma Nirenstein
www.fiammanirenstein.com