Il premio Nobel della pace al guerrafondaio Al Gore

L'ex vice presidente Usa è stato l’ispiratore dell’attacco
contro la Serbia e dell' Iraqi
Liberation Act, che reclamava
il cambio di regime a Bagdad. L’effetto Al sulle elezioni Usa: <a href="/a.pic1?ID=212776" target="_blank"><strong>tutti lo vogliono contro Hillary</strong></a>

Abbiamo Al Gore Premio Nobel per la pace, nessuno stupore. Mi consento un'autocitazione, risale a qualche mese fa, un articolo per Il Giornale che così terminava: «Uno come Albert Gore gli americani non lo hanno eletto nel 2000, quando l'elezione ce l'aveva stesa su un tappeto, e non lo sceglierebbero mai oggi che il Paese è in conflitto sulle sorti future della permanenza in Irak. Al massimo lo vanno a sentire in un concerto, è un fenomeno da baraccone, perfetto per il Nobel per la Pace». Confermo tutto.

Hillary Clinton non ha nulla da temere dall'astro rinascente, per numerose ragioni. La campagna elettorale è molto avanti, i soldi sono stati raccolti, non è vero che i finanziatori potrebbero essere gli stessi di Gore, non solo perché hanno già scelto, ma perché la causa ambientalista radicale è talmente minoritaria negli Stati Uniti che il suo guru storico, Ralph Nader, non è mai riuscito a prendere una percentuale di voti che potessero contare. Hillary, con l'aiuto fondamentale del marito Bill, conduce una campagna simile a quella del 1992, il partito fortemente ancorato al centro, qualche concessione sui diritti civili, un po' di demagogia, obbligata, sull'Irak. Non ha vinto ancora, se sarà Rudy Giuliani il suo antagonista, è tutta da giocare, ma Al Gore entra nella tenzone come outsider.

Si parla, spesso a vanvera, della vittoria scippata nel 2000 dalla Corte Suprema ad Al Gore, si omette che un'inchiesta, durata un anno, commissionata dai più importanti quotidiani indipendenti americani, nazionali e della Florida, confermò la giustezza di quella sentenza, i brogli non erano provati, solo che erano i giorni dopo l'11 Settembre e c'era altro a cui pensare, perciò l'inchiesta non ebbe il giusto risalto mediatico. Soprattutto, si dimentica che Al Gore da Bill Clinton aveva avuto in eredità la vittoria sicura, la golden age, prima dell'assalto dell'Islam e prima della crisi economica, e non per poche centinaia di voti, ma alla grande.

La vittoria non era un'ipotesi fino al mese di agosto, era una certezza. Invece che cosa fece il nostro senatore, ora convertito in guru del nuovo millennio? Escluse Bill dalla campagna elettorale, troppo imbarazzante l'adultero e la sua immagine, si fece venire all'improvviso gli scrupoli morali, lui fedelissimo a Tipper, però si scelse una campaign manager, Donna Brazile, talmente radical e lesbica da spaventare grandi e bambini. Finì che il «cretino» George W. Bush lo umiliò nei dibattiti senza alcun problema, lui tranquillo, l'altro isterico; finì che la partita, vinta in partenza, si giocò nella Florida di Bush fratello. Finì che lui, Gore, si fece crescere la barba, ingrassò a forza di mangiare e bere, si riempì di psicofarmaci, si autocommiserò fino alla noia generale, si inventò pacifista, quando era stato ispiratore dell'Iraqi Liberation Act sul cambio di regime, del bombardamento in Kosovo, e ogni volta aveva calcato la mano per la scelta militare durante la presidenza Clinton. Poi trovò una nuova comoda ossessione, il riscaldamento globale.

Tutto questo per dire quanto mediocre sia il personaggio Al Gore, quanto debba alla famiglia, a suo padre, il ricco senatore del Tennessee Albert Gore sr, e poi alla sua buona sorte e a Bill Clinton, forte ma parvenu, al quale serviva un vice pupillo bene del partito, quanto male abbia utilizzato la suddetta buona sorte, quanto vederlo oggi dipinto come un eroe sia fastidioso. Qualche tempo fa il Nashville Electric Service ci ha fatto sapere, perché l'America è un grande Paese, che la casa di Al Gore, venti camere da letto, tre saloni, piscina coperta e scoperta, consuma più elettricità in un mese di quanto una famiglia americana media ne consumi in un anno. Nel suo An Inconvenient Truth, premiato con l'Oscar per il miglior «documentario», l'ex vicepresidente sconfitto da Bush nel 2000 fa appello agli americani per ridurre il consumo di elettricità nelle loro case. Ebbene, negli Stati Uniti il consumo medio per casa è di poco superiore ai 10mila kilowatt-ora (kWh) all'anno, mentre nel 2006 casa Gore ha divorato circa 221mila kWh: più di 20 volte la media nazionale. Soltanto lo scorso agosto, Gore ha bruciato 22mila kWh, con una bolletta che sfiora i 1400 dollari. Dall'uscita di An Inconvenient Truth, poi, il consumo energetico di casa-Gore è cresciuto da una media di 16mila kWh al mese nel 2005 agli oltre 18mila kWh al mese del 2006. «Come portavoce del movimento per la lotta al global warming - ha dichiarato Drew Johnson, presidente del Tennessee Center for Policy Research - Gore dovrebbe dare il buon esempio agli americani». Non lo fa.

Mentre gli stralunati sacerdoti del politically correct, setta pericolosissima ma ormai abbondantemente sbugiardata, gli davano il premio Nobel per la pace, l'Alta Corte di Londra, chiamata a sentenziare se il documentario premio Oscar dovesse e potesse essere proiettato nelle scuole, decideva che «la visione apocalittica» presentata dal film è «politicamente di parte» e non un'analisi imparziale della questione del cambiamento climatico, e che si tratta di «un'opera politica, non scientifica», che contiene almeno nove errori. Per esempio, la previsione che lo scioglimento dei ghiacci farà alzare il livello dei mari di sette metri nel prossimo futuro, è «uno scenario che potrebbe realizzarsi solo nel corso di un millennio».
Il Nobel glielo hanno dato lo stesso, l'avevano dato anche a Jimmy Carter, che infatti la storia, e già con ragioni la cronaca, giudicherà il peggior presidente degli Stati Uniti.