Prese il nome del celebre mito adesso è figlio di un dio minore

Ezio Savino

Strana ironia. Un corpo celeste, che portava nel suo nome una superba radice greca, legata al concetto di ricchezza, si è visto declassato, depauperato del suo status di pianeta, escluso dall'Olimpo del sistema solare, ridotto da arcigni astronomi a congresso al livello di entità uranica inferiore.
Stiamo parlando di Plutone, che dall'anno della scoperta, 1930, ad opera di Cl. W. Tombaugh, si fregiava del titolo di pianeta estremo del sistema, a sei milioni di km di distanza dal Sole.
Un'entità astrale confinaria, dunque, tra lo spazio del sistema planetario, e l'immenso vuoto cosmico. Tale era anche il suo omonimo ellenico, Pluton, vale a dire «il ricco». Più che un nome, quello era un epiteto sacrale, sorto con un ben preciso scopo: permetteva di non pronunciare apertamente le sinistre sillabe del nome autentico, Ade (propriamente, l'Invisibile), che nella sua qualità di despota dei defunti, relegato nel paese che portava il suo stesso nome, incuteva un gelido rispetto agli esseri umani. Essi temevano, pronunciandone l'appellativo, di chiamarlo per sbaglio, di invocarne l'intervento, con esiti letali.
Il suo dominio era ai limiti. Si pensi che un'incudine d'acciaio, lasciata cadere dal livello della terra in un ipotetico pozzo, piombava per nove giorni, prima di schiantarsi sul suolo di Ade. Ma perché un simile personaggio era considerato «ricco», e come tale lo si nominava, per sacro scampo? La più probabile risposta è che il cuore della terra appariva agli antichi come scrigno di ogni concreto bene, dalle messi, ai frutti degli alberi, ai tesori minerari. Ma altri ritengono che la sua vera, inesauribile abbondanza fossero le anime dei trapassati, che ogni giorno si presentavano a frotte alla sua frontiera, le rive del limaccioso Acheronte. Nella gelida penombra del suo palazzo, Ade regnava con a fianco Persefone, la pallida signora. Taciturno e solitario, non lo si vedeva mai ai banchetti che gli altri celesti - tra i quali i suoi fratelli, Zeus, signore del firmamento, e Posidone, padrone dei mari - celebravano nelle sale sfavillanti dell'olimpica dimora. E i poeti mormoravano che Ade nutrisse astio nei confronti di questi suoi parenti più fortunati: si consolava con l'estrema potenza del suo nome, che veniva usato per siglare i giuramenti più solenni. I Latini ne ereditarono il culto. Ne tradussero con precisione il nome: Dite, il «Ricco», e in suo onore (non si sa mai, meglio tenerseli buoni dei di questa risma) celebravano i grandiosi ludi saeculares. Nell'Inferno di Dante, canti VI e VII, all'ingresso del quarto girone, quello degli avari e dei prodighi, gente che con il denaro, cioè con la ricchezza, aveva avuto in vita un approccio morboso, Plutone è ridotto a un diavolaccio di seconda fila, un gran nemico, che farfuglia parole incomprensibili «Papè Satàn, Papè Satàn aleppe».
Per completezza, bisogna aggiungere che Pluto, per i Greci antichi, era anche il Dio Soldo, un'entità divina un po' confusa (anche se si diceva figlio di Demetra e di Iasione), che talvolta si identificava con il più livido omonimo infernale: era la personificazione della ricchezza, sgorgante dalla terra.
A questo punto, gli astronomi ci dovranno anche dire che cosa ne sarà del disoccupato Caronte, che J. Christy identificò nel 1978 come satellite dell'allora pianeta Plutone. I poeti lo raffiguravano come un vecchio ossuto, dagli occhi infuocati come bragia, che pilotava sulle buie acque del fiume infero una chiatta ferrigna.
Le anime dei trapassati vi compivano l'estremo guado, verso la dimora definitiva, non senza aver versato nelle avide grinfie del nocchiero una moneta per il nolo, debitamente deposta dai famigliari pietosi sotto la lingua del morto. Senza datore di lavoro, il Caronte celeste si godrà la meritata pensione.