La presenza di Prodi è un promemoria

Prodi incede con le vertebre del collo come al solito contratte e le parole in gorgoglìo mal percepibile, per via di quella sua postura patologica. Così dondolante, sale sul palco della Fiera di Roma, ostentando il suo compiacimento consueto, dunque poco credibile, sempre in eccesso. Del resto la musica di What a Wonderful Word è la meno adatta alle sue contrazioni. Ma è tornato, è lui, e, bisogna ammetterlo, ci mancava. Anche perché Veltroni, evitando di portarsi nel listone Pannella, deve aver guadagnato almeno due punti. E però questo ritorno di Prodi in una botta sola glieli fa riperdere. Per rammentare pure agli elettori più pacati le loro pene, basta solo che l'ex primo ministro riappaia. E invece purtroppo per Veltroni, e la sua parte, stavolta Prodi parla pure dal podio. Predica pazienza e come si addice alla sua collera furtivamente repressa s'adira intanto con il vocio della stampa. E però promette: «Dopo le elezioni torneremo alla guida del Paese». Un brivido deve aver percorso Veltroni, e gli esperti della sua campagna, solo a sentirlo. Quel «torneremo alla guida», conferma infatti a tutti: sono sempre loro.
Quasi identiche erano state le parole di Prodi nel febbraio del 2005, pochi mesi prima della sua per tutti nefasta elezione. Allora aveva preteso: «Guideremo la rinascita dell'Italia». Ne risultò per un anno e più, è pur sempre vero, lo screditarsi della sua parte per almeno una generazione a venire, e però anche il perdersi dell'Italia. Tanto però è sciocca la platea veltroniana che s'emoziona: gli dedica un'ovazione. O forse appunto: è solo se stessa. E il tributo isterico che dedica al povero Prodi lo conferma. Veltroni è furbo. Ha il suo tono di voce fresco, l'opposto di quello compresso del premier che anche lui ha aiutato a dimissionare. Però la gente di questo Pd, è sempre quella. Il blocco sociale, come si sarebbe detto una volta, resta lo stesso che ha assecondato il pessimo precedente governo. C'è Bassolino, genio partenopeo dell'immondizia e la Margherita calabra, ambedue in notti insonni per guai peggiori delle cause. E chi può dopo tali esempi rivendicare la diversità al Sud delle sinistre veltroniane e no? Per non dire delle grandi cooperative, e di quella lettera che la Commissaria Kroes da Bruxelles si è concentrata a predisporre contro gli aiuti di stato di cui sono beneficate. E che Bersani, ma guarda che caso, si era ben guardato dal rilevare. E le mutevoli furie di quelle sinistre democristiane, più folli persino dei comunisti nel garantire sempre l'ingarantibile agli immigrati, forse che sono svanite? E la fitta rete di politicume che nelle non più beate regioni rosse del centro d'Italia vive di politica e chiacchiere, forse che si è dileguata? O il volontariato finto, ma sterminato, serbatoio di voti sempre dovuti, che ingloba parastatali per lo più precari, si è intanto sfoltito? E la schiera foltissima di cervelli spenti che usa la manomorta pubblica, dagli immobili alle municipalizzate, divenendo veltroniana, si è ora dileguata? Ma quando mai. O quei confindustriali cotonati che a Vicenza fecero risalire nei sondaggi Berlusconi, almeno si sono un po' pentiti? Tutt'altro, Matteo Colaninno, presidente dei giovani imprenditori brillava nelle prime file. E Veltroni ha parlato di tasse promettendo di ridurle al modo di Visco. Segno che non ne è diverso. Sono tutti lì. E Prodi ce lo ha ben rammentato.
Geminello Alvi