Il presidente dello Stato veneto: "Ecco, questo è il mio passaporto"

Vittorio Selmo: "Lo rilascio anche agli extracomunitari, purché residenti qui da 5 anni.
Col monitoraggio fiscale i servizi segreti hanno in mano le nostre
vite"

Avendo la certezza che i figli prendano sempre dai padri, secondo l’aurea regola latina del qualis pater talis filius, per i veneti sarebbe un vero affare affidare le finanze pubbliche all’avvocato Vittorio Selmo, eletto per acclamazione dai suoi sostenitori presidente dello Stato veneto, quello che verrà sull’esempio di quello che fu. Pare infatti che l’avvocato Luigi Selmo (1907-1969) al momento di abbandonare, nel 1962, la presidenza degli Istituti ospitalieri di Verona abbia lasciato in cassa 6 milioni di lire, ciò che fece dell’ospedale scaligero l’unico nosocomio d’Italia in attivo. Tanto che il Consiglio comunale, a 40 anni dalla morte, qualche sera fa ha deciso - 37 voti su 37 presenti, destra, centro, sinistra, e persino estrema sinistra, per una volta concordi - d’intitolargli quello che fino a oggi s’è chiamato Ospedale maggiore di Borgo Trento.
Il modo in cui Selmo padre riuscì a ottenere l’attivo giustifica una digressione di Selmo figlio: «Nel 1958 il democristiano Giuseppe Togni, ministro dei Lavori pubblici, si apprestava a licenziare il famoso Testo unico sulla circolazione stradale e voleva a tutti i costi che passasse alla storia come codice Togni. Papà venne a sapere di questa piccola vanità e chiese al suo concittadino e compagno di studi Guido Gonella, ministro di Grazia e giustizia, che doveva dire l’ultima parola sulla bizzarra pretesa, di non firmare il relativo decreto se prima Togni non avesse erogato i soldi per costruire il nuovo ospedale geriatrico di Verona, dal cui progetto sarebbe nato in seguito anche l’attuale Policlinico di Borgo Roma. Così avvenne. Il ministro dei Lavori pubblici scucì e Verona non spese una lira». Come se non bastasse, il presidente degli Istituti ospitalieri pretese che delle condutture per acqua, elettricità, gas, ossigeno e riscaldamento si occupassero i progettisti delle navi, allenati a economizzare nei volumi delle opere.
Tutti nati per l’architettura muraria e istituzionale, i Selmo. Da Paolo, che fece costruire i muraglioni di contenimento dell’Adige dopo la disastrosa inondazione del 1882, a Giacomo, che fu primo presidente della Corte d’appello di Torino e consigliere di Cassazione, fino a Luigi, che era stato anche penalista per 40 anni, presidente dell’Ente comunale assistenza quando nel dopoguerra le famiglie morivano di fame, artefice della prima casa di riposo per anziani, assessore ma soprattutto enunciatore delle «tre leggi fondamentali della politica come scienza».
Se dunque Vittorio, 63 anni, civilista, tre figli di cui una chirurga laureatasi in medicina sotto le bombe all’università americana di Beirut, ha oggi deciso di rifondare lo Stato veneto, di dichiararlo «libero, indipendente e sovrano», di dotare i suoi seguaci (mezzo migliaio solo a Verona) di un passaporto veneto, di immaginare un partito che non sia un partito e che si assuma l’immane compito di cancellare i partiti romani, si presume che lo abbia fatto solo per assecondare la politica come scienza, questa vocazione di famiglia dei Selmo, un po’ giuristi e un po’ filosofi, un po’ politici e un po’ edili, un po’ realisti e un po’ sognatori.
Mi conferma che ha preso da suo padre?
«Lo spero. Era un antifascista, dirigente dell’Azione cattolica. Fu arrestato dalle Brigate nere. Riuscì a fuggire dal carcere degli Scalzi, quello dove furono detenuti Galeazzo Ciano e gli altri condannati del processo di Verona. Ciò nonostante, dopo la guerra, andava nei tribunali militari a difendere i fascisti. Si rifiutò di assisterne solo uno, il quale per un’intera notte era rimasto acquattato nell’acqua di un fosso in attesa che si accendesse una luce nella casa di un’anziana ebrea, fatta poi deportare dai nazisti. In piena dittatura fondò il Movimento liberi lavoratori e nel 1946 il quindicinale Civiltà, sul quale le migliori menti pensanti approfondivano lo studio del concetto di Stato».
Che lei ha continuato passando dallo Stato italiano allo Stato veneto.
«Un’alternativa alla repubblica dei partiti, da ottenersi per vie legali e pacifiche in base al diritto dei popoli all’autodeterminazione. Puntiamo a un referendum sotto il controllo dell’Osce, l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione in Europa».
Ha detto niente.
«Guardi che questo tipo di referendum s’è già svolto in ben 12 Stati. La prossima nazione sarà la Scozia. Non ho bisogno di parlare con Roma: vado direttamente alla Ue. La Groenlandia ha approvato l’indipendenza dalla Danimarca giusto un anno fa e nel giugno scorso il parlamento di Copenhagen è stato costretto a ratificarla. E stiamo parlando di 57.000 abitanti. I veneti sono quasi 5 milioni».
Intanto s’è fatto il passaporto.
«Un documento tipo bancomat, che riporta la foto e i dati anagrafici. Serve a confermare l’identità veneta del titolare».
Come la cresima.
«’Na roba del genere. La vera democrazia consiste nel rispetto delle differenze, non nell’omologazione».
Finora chi l’ha chiesto?
«Elettori di tutti gli orientamenti, tranne rifondaroli e dipietristi. Per averlo basta essere nati nel Veneto oppure risiedervi da almeno cinque anni. Quindi diamo il passaporto anche ai marocchini o ai cinesi, purché abitino qui. Non abbiamo preclusioni».
Vedo però che il passaporto, sopra il leone di San Marco, riporta la dicitura «Unione europea» in 12 lingue. Un veneto vero se ne strafotte del Parlamento di Strasburgo e parla solo in dialetto.
«Siamo europeisti e non abbiamo intenti provocatori. Semmai persuasivi».
Volete ripristinare le buche delle denunzie secrete, come nella Serenissima?
«Segrete ma non anonime. Per essere prese in considerazione dai magistrati, le denunce dovevano recare la firma di due persone. Questa era la civiltà della Repubblica veneta. Quella della Repubblica italiana qual è? Retribuire i pentiti e chiamarli collaboratori di giustizia, dopo che hanno sciolto nell’acido i bambini e ammazzato un centinaio di persone, come Giovanni Brusca».
I veneti che c’entrano con la Padania?
«Nulla».
Se Umberto Bossi fa la Padania, addio Stato veneto.
«Secondo me non vuol proprio farla. Mica può sputare nel piatto romano dove anche lui mangia. È stato due volte ministro delle Riforme e che cos’ha riformato? Nemmeno una proposta d’indipendenza è riuscito a presentare. Parlano tanto di federalismo fiscale, che Dio solo sa cos’è. Ma qui non si tratta di dare più potere alle regioni, bensì di avere noi il potere di decidere. Su tutto. Oggi invece non possiamo decidere su niente, dobbiamo prima passare dal governo centrale».
Nel vostro sito Statoveneto.com ve la prendete col «monitoraggio fiscale». Non volete più pagare le tasse?
«Ce la prendiamo con l’uso distorto dei dati fiscali, con un’anagrafe telematica delle Finanze alla quale possono attingere tutti i servizi segreti, Cisr, Dis, Aise, Aisi. Di fatto una dittatura informatica. Hanno in mano le nostre vite e di loro non sappiamo nulla».
Perché volete abolire i partiti?
«Perché hanno esaurito la loro funzione storica, oggi non sono più in grado d’interpretare la vita delle persone. I partiti, per definizione, curano gli interessi di parte, ai quali noi contrapponiamo la cura dei valori».
Vale a dire?
«L’articolo 1 della Costituzione veneta proclama che il Veneto è fondato sulla qualità della vita. Non sul lavoro. La vita non può ridursi a moneta. La Costituzione italiana, nata per reazione alla dittatura, aveva come unico scopo quello d’impedire il risorgere di un despota, era protesa a evitare l’assolutismo del re con lo spezzettamento dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario».
E a lei invece piace il doge.
«Ma il doge non aveva poteri effettivi, almeno in tempo di pace. Solo di rappresentanza. A Marin Faliero, l’unico che tentò di accentrarli nelle proprie mani, tagliarono la testa e ancor oggi nel Palazzo Ducale di Venezia, nella Sala del Maggior Consiglio, un drappo nero copre il suo volto. In Italia tutti vogliono “farsi principi”, scrive Niccolò Machiavelli nelle Istorie Fiorentine. Nella Repubblica veneta questo non è mai stato possibile».
Crede anche lei che alla presidenza della Regione Veneto sarà candidato un leghista oppure Giancarlo Galan ha ancora qualche chance?
«Dipende da variabili che non originano dal nostro territorio. Se solo Galan avesse puntato su chi vuole il Veneto libero e sovrano... Un recente sondaggio del Gazzettino dimostra che il 10% dei veneti chiede l’indipendenza e non l’autonomia».
Ma che interesse ha Bossi a crearsi un contraltare sul fronte orientale?
«La trincea del federalismo è qua. Non dimentichiamo che Bossi viene dal Pci, non è un originario. E s’è comprato il simbolo della prima Liga veneta offrendo un posto di sottosegretario a Franco Rocchetta».
Lei come lo sa?
«Ero fra i promotori della Liga veneta. Alle politiche del 1983 eleggemmo un deputato e un senatore spendendo appena 8 milioni di lire in manifesti». (Tira fuori alcune foto che lo ritraggono nel 1980 con Rocchetta e altri leghisti della prima ora sui Colli Euganei: è riconoscibile Luigi Faccia, che fu processato come ideologo dell’assalto al campanile di San Marco e sedicente presidente del Veneto Serenissimo Governo). «Il leone di San Marco che Bossi ha messo sullo scudo di Alberto da Giussano è quello di guerra, col libro chiuso e la spada sguainata, mentre nel simbolo dello Stato veneto ha il Vangelo aperto con la scritta Pax tibi».
Del gesto dei serenissimi che pensò?
«Una scelta molto originale. Avevo perso di vista Faccia da parecchi anni».
Crede anche lei, come mi disse Rocchetta dieci anni fa, che i fratelli Zen, veneti, avessero scoperto l’America un secolo prima di Cristoforo Colombo?
«Non ho riscontri».
E che il Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi fosse «un extracomunitario proveniente dalla Lombardia spagnola, che non manteneva certo buoni rapporti con la Repubblica di San Marco, eppure l’abbiamo accolto come un figlio»?
«Qui andiamo sul goliardico».
Volete istituire l’insegnamento della lingua veneta nelle scuole?
«Sì. Il 75% dei veneti parla veneto, l’ha scritto La Stampa. Come diceva Giacomo Leopardi, i dialetti rappresentano la ricchezza della lingua italiana. La lengoa veneta è tale proprio perché al proprio interno ha i dialetti. Il veronese è diverso dal vicentino e il padovano dal rodigino. Qui ha ragione Rocchetta quando sostiene che il veneto va considerato una lingua per la sua capacità di tradurre i neologismi: il mouse del computer che diventa croto, cioè rospo; l’elicottero, sitòn, cioè libellula; il fax, damò, cioè da adesso, per esprimere immediatezza».
Quali sono i confini dello Stato veneto?
«Quelli del 1797, quando fu soppresso».
Fino alle Bocche di Cattaro? La vedo dura. Oggi è Macedonia.
«Adattati, logico. Diciamo Veneto, Friuli Venezia Giulia, a Nord fino a Rovereto, sulle cui porte c’è ancora il leone di San Marco, e a Ovest fino all’Adda e a Crema».
Per Rocchetta i confini veneti passano per Cipro, Terra Santa, Caucaso, e arrivano fino all’iraniana Tabriz, dove la lingua dei commerci è ancor oggi un ibrido veneto. Insomma, da Bergamo al Mar Caspio.
«Sarebbe folle voler prescindere dagli eventi storici degli ultimi due secoli e dal diritto internazionale».
Se ora le nomino Napoleone, lei che fa?
«Eviti. L’affossatore, nel 1797, della Serenissima Repubblica. Un predone di opere d’arte. Un violentatore che bruciava i simboli delle città: il Bucintoro a Venezia, il carroccio della Lega custodito da secoli nella basilica di San Zeno a Verona. L’iconoclasta che fece scalpellare via da tutti i palazzi il leone di San Marco, davanti al quale, almeno, gli Austriaci si fermarono. Ma la soldataglia francese, fatta di atei, illuministi e massoni, no. Quella di Napoleone è stata la prima guerra al mondo combattuta allo scopo d’imporre un’ideologia. C’è riuscito, due secoli dopo, solo George Bush in Irak. E infatti a Bagdad gli americani hanno saccheggiato e distrutto il Museo nazionale iracheno che racchiudeva 6.000 anni di storia».
Perché i veneti ieri venivano considerati un popolo di ubriaconi, servette di facili costumi, analfabeti, baciapile e oggi di arricchiti, razzisti, sfruttatori di clandestini?
«La prima serie di pregiudizi scaturisce dalla miseria in cui ci precipitarono i Savoia dal 1866 in poi, con l’annessione all’Italia, che costrinse 5 milioni di veneti a emigrare all’estero; la seconda dall’invidia degli italiani verso un popolo che ha saputo risollevarsi con la sola forza della propria dignità. Che quello veneto è un popolo sta scritto nello statuto della Regione, all’articolo 2. Nessun’altra comunità di persone in Italia viene definita “popolo” in una legge, a parte i sardi. Faccia caso: i movimenti politici autonomistici proliferano solo qui. Non è un fenomeno negativo, ma l’espressione di un sentimento innato. Per 1.158 anni i nostri antenati hanno vissuto in una nazione indipendente. Vogliamo tornare a essere Stato veneto e l’espediente più dozzinale per impedircelo è deriderci, diffamarci, etichettarci. Ma è come se ci rilasciassero un attestato d’identità: quella che altri non hanno più».
(472. Continua)
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