«Il prete accusato di pedofilia lasciato libero per nove mesi»

L’avvocato dei ragazzi che avrebbero subito violenze dal sacerdote denuncia: «Il gip aveva tutte le prove, ma ha atteso a firmare l’arresto»

Felice Manti

L'avvocato Alberto Romano è il legale di alcuni dei ragazzi che hanno denunciato Don Marco per le violenze sessuali subite dal sacerdote arrestato mercoledì a Pomezia.
Come nasce l'indagine?
«L’indagine nasce dallo sfogo di uno di questi ragazzi davanti agli uomini della IV sezione della Squadra mobile di Roma, al quale vanno aggiunte le testimonianze di molte altre vittime di don Marco».
Da quanto tempo vanno avanti le indagini?
«Diciamo grossomodo da due anni. Devo fare i miei complimenti agli agenti dell'Ufficio minori della Mobile che hanno svolto un lavoro esemplare».
Perché si è arrivati solo mercoledì all’arresto di don Marco
«Certamente l'indagine è stata complessa, anche perché don Marco ha attuato una strategia volta a dare di sé un’immagine completamente diversa dalla realtà. Contro i miei assistiti ha svolto una vera e propria operazione di plagio, deviando il concetto di bene e facendo credere loro che tutte le sevizie erano frutto del bene e che comportarsi diversamente sarebbe stato peccato mortale. Ha anche fatto leva sulla Bibbia».
In che senso?
«Ha alterato il linguaggio delle sacre scritture, secondo le testimonianze dei ragazzi don Marco ha alterato il significato del Vangelo, ha abusato dei Testi sacri per quel fine ignobile. L’unica cosa è che gli arresti sarebbero dovuti scattare molto prima. Alla solerzia della squadra mobile è corrisposta l'inerzia della magistratura. Mi riferisco in particolare al Gip, non al magistrato che ha firmato il provvedimento cautelare. Dalla richiesta del Pm agli arresti sono passati nove mesi. Questa è una cosa di una gravità enorme, e che ci lascia molto perplessi».
Pensa che don Marco avesse protezioni?
«Lo penso ma non ne abbiamo la certezza. Sta di fatto che il gip ci ha messo nove mesi. Sebbene le indagini avessero prodotto un cospicuo materiale probatorio. Gli elementi per chiedere la misura restrittiva c'erano tutti: inquinamento delle prove e, soprattutto, reiterazione del reato. Anche la misura degli arresti domiciliari mi lascia perplesso. Arrivare a una misura cautelare di questo tipo a fronte della possibile pericolosità di questo individuo è una decisione francamente sproporzionata rispetto al reato del quale don Marco è accusato».
La ferita di Tommy (il caso del bambino rapito a Parma, ndr) è ancora aperta. Quanto conterà anche questo aspetto nella fase processuale?
«È ancora troppo presto per dirlo. Certamente credo che la magistratura debba chiedere e pretendere una pena esemplare. Come parte civile chiederemo anche un risarcimento in denaro. Non perché i soldi possono lenire in qualche modo le sofferenze che le vittime di don Marco hanno subito, ma per far capire a tutti e a questa persona che non si può rimanere impuniti».