Il prete, eretico della tela, che rese "viva" la pittura

Membro dell'ordine dei cappuccini finì a processo per i suoi quadri. Sintetizzò la lezione di Caravaggio e Rubens, fondendo allegoria e realtà

Se esiste un'alternativa reale, benché pittoresca, al naturalismo di Caravaggio, questa è rappresentata da Bernardo Strozzi detto il Prete genovese per le sue origini. È vero che in lui il compiacimento per le belle forme è meno aderente al vero naturale, anche per qualche buona dose di suggestioni di Rubens. Certo è che la sua giovinezza rimane relativamente misteriosa, e la sua attività artistica nota inizia nel 1610, l'anno della morte di Caravaggio. Dopo essere stato tentato dall'esperienza di Caravaggio, subito motivatamente elusa, per la curiosità per altre diverse fonti, ancora manieristiche, dal Sorri, al Morazzone, al Cerano, come si vede nella Santa Cecilia degli Uffizi e nella Santa Caterina a Thyssen, meravigliosamente antirealistiche, Strozzi mostrò di essere così eccentrico, cosi eclettico e così irregolare (ovvero «eretico», nelle forme e nella vita), da dover rispondere, rispetto alle regole religiose, della inverosimile accusa di pratica illegale della pittura. Si intende: della sua pittura rispetto a quella convenzionalmente devozionale, di altri cappuccini. Verso il 1630, in virtù di un'ordinanza giudiziaria, Strozzi fu ammesso a rientrare nell'ordine dei cappuccini, riuscendo a scegliere come sede Venezia, dove la sua esperienza artistica si sarebbe misurata con quella dei grandi pittori locali. Fu un passaggio decisivo perché, se nel periodo genovese l'influenza di Orazio Gentileschi e di Rubens si incrociava con quella dei pittori lombardi, in particolare il Procaccini, con notevoli esiti d'invenzione compositiva ma una più controllata densità cromatica, a Venezia lo Strozzi, inventa una pittura sontuosa e ricca di densità e spessori.

Nel miglior tempo genovese, un campione esemplare è La cuoca , oggi nella galleria di Palazzo Rosso, un dipinto illustrativo e assoluto, che esce dalla pittura di genere per rappresentare una condizione umana senza compiacimento e indulgenza pauperistica. Alla verità caravaggesca della natura morta di animali davanti al fuoco, mai così vivo e vero, Strozzi, con la stessa mano e con la stessa materia, accosta l'affabile umanità della cuoca in una festa che supera la pittura di genere, la cui invenzione era partita, in diversi luoghi d'Italia, dai Bassano nel Veneto, dai Campi a Cremona, dai Passerotti e Carracci a Bologna. Ma nessuno, pur nella varia eccellenza della pittura, aveva creato una persona fisicamente e felicemente reale, come soltanto Il sarto di Giovanni Battista Moroni era stato. La cuoca è uno dei primi quadri d'Italia, e ne rappresenta l'identità e l'umanità rispetto ai tanti soggetti analoghi della più distaccata, anche se non meno vera, pittura fiamminga.

A Venezia, Strozzi perde in verità ma guadagna in sapori. Strozzi si misura con il sontuoso barocco di Jan Lys, e con quello di sostanza naturalistica di Domenico Fetti. Ne escono dipinti sapidi, come la Parabola del convitato a nozze e la Carità di San Lorenzo , in diverse versioni. Ma soprattutto nel clima della sensualità veneziana applicata a soggetti amorosi ed erotici, come sarà con Guido Cagnacci e Pietro Liberi, la meravigliosa Verità, o meglio Vanità, ovvero La vecchia allo specchio , databile al 1635-40, dove si ripropone il soggetto di Giorgione, nella sua assoluta semplicità concettuale (...«col tempo»...), in una versione lussuriosa e impietosa. Un altro capolavoro epocale e carico di significati che trasferiscono l'allegoria nella realtà, come era accaduto con La cuoca . Qui la pittura di Strozzi raggiunge la temperatura più alta, sintetizzando le lezioni di Caravaggio, di Rubens e di Velasquez; ed è efficace, per capirne la maturità e la compiutezza formale, l'accostamento a un capolavoro giovanile: La Santa Cecilia con le teste di Tiburzio e Valeriano, offerte su un piatto con macabra e gastronomica evidenza. Il misticismo lombardo di tante Salomè di Francesco del Cairo si arricchisce di una sensualità e di un gusto perversamente decadente, che assimila vivi e morti, teste mozze e carni di bambini, in una sorprendente anticipazione del gusto perturbato e funerario (ma non senza euforia) di un grande fotografo contemporaneo come Joan Peter Witkin. Uno stato d'animo che porta la morte nella vita e la vita nella morte, anche oltre il chiaroscuro drammatico di Caravaggio e di Ribera, o il palpito esistenziale di Serodine. Strozzi va oltre le barriere della realtà e della visione, e anticipa i frutti troppo maturi del Decadentismo, da Moreau a Odilon Redon, a Klimt, a Von Stuck, fino a Colombotto Rosso e Leonor Fini, in una inedita fusione di Naturalismo e Simbolismo.

È certo che Strozzi fu tra i più colti e curiosi pittori italiani nella felice contingenza di aver visto, tra Genova e Venezia, i più grandi artisti del suo tempo, riuscendo a sintetizzare la sontuosa sensualità di Rubens con la teatralità di Paolo Veronese, ancora dominante a Venezia, mentre in dialogo con lo Strozzi, ne offriva una variante di spazialità barocca Sebastiano Mazzoni. Anche Strozzi allude a uno spazio vorticoso, come un risucchio dei fondi contro i quali dispone i suoi protagonisti, a partire dalla stessa cuoca, con l'aria che frulla nel camino. Anche in dipinti neo caravaggeschi, come l' Incredulità di san Tommaso , il fondo ha una contrazione luminosa. A Venezia, questi archetipi caravaggeschi si incrociano con lontane memorie giorgionesche e tizianesche, come nel Suonatore di liuto . Così la sua curiosità diventa una rilettura della grande pittura, dai lombardi ai veneti, ai fiamminghi, ai caravaggeschi, fino a Velasquez, che era stato in visita a Genova tra il 1629 e il 1630.e certamente conosciuto da Strozzi. E senza dimenticare, dopo questa esperienza, in un assoluto pittorico senza i compiacimenti manieristici degli amati lombardi, il forte realismo individuale che lo Strozzi esprime in memorabili ritratti, a partire da quello di Claudio Monteverdi, e poi dei veneziani Giovanni Grimani, Federico Correr, Francesco Erizzo. Un pittore aperto a molte esperienze, polifonico, espressione compiuta del Barocco italiano. Non dimentichiamo che da Genova, anche dopo la sua lezione, partirà il Baciccio.