Il prete da spiaggia creò la chiesa gonfiabile che porta i bagnanti a Dio

Costruita da un’azienda di mongolfiere: lunga 35 metri e larga 15, ospita 600 fedeli. E a Desenzano trasforma un tempio del 1600 in Café teologico con i tavolini da bar

Omnia munda mundis, tutto è puro per i puri, e don Andrea Brugnoli, che è figlio di un ex direttore di quotidiani, non ha avuto paura di chiamare la sua strana creatura nel modo giornalisticamente più audace ma anche lessicalmente più appropriato: chiesa gonfiabile. Sì, d’accordo, ricorda la bambola spedita dal Giappone a Michel Piccoli in Life size, film reso ancor più deprimente dai dialoghi italiani di Alberto Moravia, noto esperto del ramo penieno. Però vediamola dal punto di vista del reverendo. Chiesa di gomma avrebbe richiamato il muro dell’indifferenza. Chiesa pneumatica avrebbe ingenerato equivoci filosofici. Chiesa mobile avrebbe evocato la donna del Rigoletto.

E allora, beata innocenza, vai con la chiesa gonfiabile, lunga 35 metri e larga 15, capace di accogliere 600 fedeli, costata 18.000 euro racimolati a fatica uno dopo l’altro, costruita su progetto di un architetto dalla Sport promotion, un’azienda di Reano (Torino) che produce mongolfiere. I motori immettono aria compressa e nel giro di un minuto l’edificio sacro si materializza sotto il naso dei bagnanti sulle spiagge italiane. Ma il vero miracolo non è questo: è che la gente in costume vi entra per pregare. «E del resto le risulta che Gesù predicasse nelle chiese? No. Preferiva farlo sulle rive del mare di Galilea».
C’è quest’anelito di ritorno alle origini nella vita del veronese don Brugnoli, 44 anni, prete dal 1992, ospite nella parrocchia di Desenzano del Garda ma in realtà trottola di Dio sulle vie del mondo, tre lauree (filosofia, filosofia metafisica, teologia) e tre fratelli (uno archeologo, uno biologo, una avvocato) che hanno gareggiato in cultura col padre Giuseppe, il quale nella sua lunga carriera ha diretto Il Giornale di Vicenza, L’Arena e La Cronaca di Verona. Avrebbe potuto starsene dov’era, in Vaticano, presso la Congregazione per l’educazione cattolica, che è il ministero dell’Istruzione della Santa Sede deputato a mettere in riga l’Università Cattolica e gli atenei pontifici: «Ero lì da tre anni, avevo un bello stipendio esentasse e gli sconti sugli aerei, stavano per nominarmi monsignore...».

Invece nel 1998 s’è dimesso e ha chiesto di ritirarsi per tre mesi a pregare e a potare gli ulivi con i trappisti nell’abbazia romana delle Tre Fontane. Poi è andato a Cleveland, a Los Angeles e a Orlando a studiare da vicino in che modo si poteva evangelizzare una società complicata e multietnica come quella statunitense, pullulante di supermarket del sacro: «Ho scoperto che i giovani cattolici americani vanno in chiesa perché c’è una proposta esplicita, chiara, forte, mica per divertirsi all’oratorio. Cercano cose grandi e vere per cui valga la pena dare la vita». Infine s’è fatto nominare dal suo vescovo «incaricato per la pastorale del primo annuncio», una figura unica nella Chiesa universale: quella del missionario di città che insegue - nelle strade, sulle spiagge, nelle discoteche, nei centri commerciali, negli autogrill - chi non si ricorda nemmeno più d’essere battezzato o chi non ha mai avuto la fede.

In quest’impresa, che dati i tempi non sarebbe azzardato definire suicida, don Brugnoli ha dimostrato di saperne una più del diavolo. Ha innalzato la chiesa gonfiabile sulle sabbie di Bibione, Riccione, Ravenna, Campomarino Lido, Pescara, Marina di Ragusa, Palermo, Cagliari, suscitando l’interesse dell’agenzia Reuters e persino della Bbc, che ha mandato in onda un servizio filmato rimasto per una settimana in cima alla classifica delle World News più interessanti. Ha costretto i parroci a tenere aperte le chiese di notte. Ha lanciato l’Happy hour in canonica, dove si bevono birra, sangria e superalcolici, si piluccano stuzzichini, si ascolta musica e intanto si parla di Dio. Ha trasformato una chiesa consacrata del 1600 a Desenzano, quella del Santo Crocifisso, in Café teologico, con tanto di tavolini da bar, costringendo il pubblico a sorbirsi un’ora di coda per potervi entrare ad ascoltare, sorseggiando espressi, tè e tisane, conferenze di 45 minuti su temi scottanti che interpellano ragione e fede, dall’Inquisizione al processo a Galileo, dall’evoluzionismo alla bioetica.

Soprattutto l’eclettico sacerdote ha fondato le Sentinelle del mattino, che non sono né un’associazione né un gruppo ecclesiale né un movimento, anche se ha registrato il marchio all’ufficio brevetti per essere certo che nessuno snaturi il suo progetto. Sono giovani dai 20 ai 35 anni, d’ambo i sessi, che ha accalappiato al mare o nei centri storici e che ora fanno quello che fa lui: «A due a due, come gli apostoli». Sono vestiti con una maglietta nera o fucsia: «Sopra c’è stampato il nostro logo, rappresentato dal pane e dal pesce che Gesù consegnò ai discepoli nell’ultima delle sue 11 apparizioni dopo essere risorto». Sono migliaia: «Non li ho mai contati». Sono presenti in 40 diocesi italiane: «Ma l’esperimento è stato esportato a Nizza, in Spagna, in Slovenia e persino in Congo».

Com’è nata la vocazione al sacerdozio?
«A 9 anni. Ma non l’ho mai detto a nessuno. Ero scout. Mi piaceva perdermi nei boschi e restare da solo con Dio. Pensavo: questa gioia la voglio per sempre. Crescendo mi sono innamorato una decina di volte. Con tre ragazze è stata una roba seria, un mezzo fidanzamento. Dopo la maturità scientifica sono andato dal rettore del seminario a chiedergli se mi accoglieva. Quando ho informato i miei genitori, sono rimasti choccati. Mia madre è scoppiata a piangere. Non ci hanno mai creduto finché non sono stato ordinato prete. Solo allora mio padre mi rivelò che la nonna Ottorina, sua mamma, morta per un intervento chirurgico sbagliato quando lui aveva appena 5 anni, pregò tutta la vita perché uno dei suoi sette figli diventasse sacerdote. Il desiderio ha trovato compimento in un nipote».

E perché ha lasciato il Vaticano per andare nelle strade e sulle spiagge?
«È successo mentre celebravo la messa nella chiesa di Santa Croce al Flaminio, nel giorno del mio compleanno. Ho capito che volevo vivere il sacerdozio come San Paolo, che nella Lettera ai Romani scrive: “Mi sono fatto un punto d’onore di non annunziare il Vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo”».

Quindi dove?
«In via del Corso e davanti all’Università La Sapienza. È da lì che ho cominciato».

A Roma non è ancora giunto il nome di Cristo?
«Se vi fosse giunto, Benedetto XVI un anno fa non avrebbe istituito il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, affidandolo al vescovo Rino Fisichella, che mi ha chiamato a colloquio. È proprio nelle città dove fin dall’antichità risuonò l’annuncio della fede che la secolarizzazione ha portato all’eclissi del senso di Dio».

E i passanti di via del Corso stanno ad ascoltare un prete che li importuna?
«Il 5 per cento ti manda a quel paese, l’80 per cento ti risponde che hai sbagliato persona o che non è interessato, il 15 per cento si ferma per capire chi sei e perché lo fai. Chiedo: come mai non credi in Dio? Tutti vogliono dire la loro, criticare il Papa e la Chiesa. Dio è un tema che interessa. Allora gli racconto che cos’ha fatto Dio nella mia vita. Non gli dico che devono cambiare la loro. Anche i più tiepidi, a quel punto, stanno ad ascoltarmi. Ora insegno questa tecnica ai giovani, tocca a essi evangelizzare, non ai preti che lo fanno per mestiere».

I mormoni o i testimoni di Geova si comportano nello stesso modo.
«Noi non facciamo proselitismo, non portiamo nessuno in parrocchia. Ho semplicemente lanciato Una luce nella notte e faccio aprire le chiese quando cala il buio, anziché chiuderle. Possibile che nelle ore in cui i giovani decidono del loro destino non si trovi una sola chiesa aperta in tutta Roma, la capitale della cristianità? Quindi porte aperte dalle 22 alle 7. La curiosità è tale che dopo un po’ quelli incontrati per strada te li ritrovi in chiesa. A Città di Castello siamo andati a cercarli nella discoteca Formula 1. A Milano, sui Navigli, i punkabbestia vengono nella chiesa di Sant’Eustorgio con i loro cani. A Desenzano, che è la Riccione del lago di Garda, sono otto anni che ogni primo sabato del mese, dalle 22 alle 3, entrano in chiesa almeno 150 giovani. Quasi tutti non ci mettevano piede da anni. Siamo in 15 preti a confessare. Quante lacrime ci tocca asciugare. Una ragazza di Mantova che faceva la cubista ora è fra le sentinelle più attive. Un suo amico che prima andava a stordirsi ai rave party è diventato il nostro mixerista ufficiale».

Ha brevettato il nome. Ma «sentinelle del mattino» non è un’espressione usata da Giovanni Paolo II?
«Sì, alla Giornata mondiale della gioventù che si tenne nel 2000 a Tor Vergata: “Vedo in voi le sentinelle del mattino”. Intendeva dire che devono essere i giovani gli apostoli fra i loro coetanei. Che cosa fanno le sentinelle? Svegliano chi dorme. E chi dorme oggi?».

Non so, me lo dica lei.
«Dormono le parrocchie. Dorme la Chiesa, che non svolge più il compito affidatole da Gesù prima di salire al cielo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”».

Bagnanti compresi.
«L’animazione in spiaggia è fondamentale. Abbiamo persino l’équipe pedalò che li abborda mentre sono in mare. Michela Panighel, responsabile delle Sentinelle a Pordenone, nel 2006 fu letteralmente pescata a Bibione mentre nuotava nell’Adriatico e oggi è sposata con Davide Gaiatto, sentinella di Portogruaro».

Forse l’Happy hour - «un evento di evangelizzazione fashion», leggo dal suo sito - se lo poteva risparmiare.
«E perché? È una gallata».

Una gallata?
«Cosa notevole, furba. Desenzano è una delle città più fashion del Nord Italia: bella gente, belle auto, bei vestiti. Ho pensato di tendere una trappola a chi vi affluisce il sabato sera. Una pesca d’alto bordo. Fingo d’inaugurare un locale. Non s’accorgono d’entrare in un’ala della canonica. E dopo un po’ di aperitivi e canapè gli sparo tre annunci di sette minuti ciascuno: il cristianesimo è falso? è noioso? è irrilevante? Stanno sui divanetti a discuterne per ore».

Ma lei confesserebbe anche via Internet?
«No, mai».

Però ogni alternativa alla parrocchia le sembra buona.
«Io credo che la parrocchia sia importante ma insufficiente. Dobbiamo tornare nelle strade».

Il suo esigentissimo parrocchiano Vittorio Messori, bestsellerista cattolico e intervistatore di due pontefici, che cosa ne pensa?
«Non lo so, perché non ha mai fatto commenti. Però parlando con la moglie Rosanna ho capito che mi stima perché sono di sana dottrina, amo il Papa, celebro la messa antica e vado anche sulle spiagge».

Eppure c’è una chiesa della sua città natale, San Lorenzo, dove la gente la domenica mattina si presenta con 40 minuti d’anticipo per trovare posto nei banchi. Lì la messa è accompagnata da musiche di Bach, Haendel e Vivaldi e non entrano le chitarre: solo organo e quartetto d’archi.
«Qui chitarre e batteria, ma anche il gregoriano. Però capisco il senso dell’osservazione: la gente cerca la spiritualità, la contemplazione, non la messa spettacolo».

Perché a 12 anni i ragazzi scappano dalle parrocchie?
«Il catechismo è un disastro. Si fonda sulla pastorale del ricatto: se vuoi il sacramento, devi venire qua; se vuoi il matrimonio religioso, devi frequentare il corso per fidanzati. Funziona come la fionda: più li trattieni e più schizzano via e li perdi di vista».

Come passano il tempo i giovani di Desenzano?
«Facebook e trasgressione, erotismo senza affettività, droga, omosessualità».

Perché mi cita l’omosessualità?
«Perché è molto diffusa fra i quindicenni, in particolare quelli che hanno i genitori separati. Crescono fin da piccoli con la pornografia di Internet, a 12-13 anni hanno già provato tutto e quindi vanno in cerca di nuove esperienze che gli vengono offerte su un piatto d’argento dai gestori dei ritrovi».

Ero rimasto fermo a Desenzano capitale delle squillo provenienti dall’Est.
«Un altro fenomeno devastante. Il centro storico è occupato dalla prostituzione di lusso, basta vedere la concentrazione di Ferrari e Maserati nel week-end».

In una scala di gravità da 1 a 10, su quale gradino vengono messi dai penitenti i peccati contro la castità?
«Dieci. Sono considerati ancora i peccati per antonomasia, tanto che devo essere io a dirgli: guardi che forse c’è dell’altro da confessare».

Per esempio?
«L’indifferenza per il prossimo, l’odio tra parenti, l’imbroglio, il considerare lo Stato un nemico».

Come ha vissuto la notizia dell’arresto per pedofilia di don Riccardo Seppia, il parroco cocainomane di Sestri Ponente?
«Con grande tristezza e con grande rabbia. È incredibile che le gerarchie ecclesiastiche non se ne siano accorte prima».
Francesco Merlo sulla Repubblica ha sostenuto che «il prete-lupo», così l’ha definito, «è il punto di non ritorno della sessuo-teologia italiana, il prodotto terminale di una Chiesa che si rifiuta di vedere “la lettera rubata” che sta davanti ai suoi occhi: il marasma sessuale che c’è tra i funzionari di Dio».
«Il lassismo è figlio del ’68 e di una certa teologia che ha giudicato superata la disciplina. Merlo comunque dovrebbe essere l’ultimo a scandalizzarsene, considerati gli stili di vita propugnati dal suo giornale».

Come fanno due genitori a trasmettere ai loro figli stili di vita diversi se tutta la società va in direzione ostinata e contraria, per usare un’espressione di Fabrizio De André?
«Serve una nuova qualità di cristiani, che prima vivono e poi parlano. Purtroppo oggi i genitori sono i meno indicati a trasmettere ai loro figli il valore della fede. Padri e madri hanno rinunciato da tempo a educare».


(547. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it