Preti come showmen: le omelie che mettono in ginocchio i fedeli

In un libro tutte le follie della Messa: dal parroco che fa recitare le letture alle suore al sacerdote che usa le frasi trovate su internet

Andrea Tornielli

«Il predicatore è spesso un uomo sordo che, con parole difficili, risponde a domande che nessuno gli fa». Si apre con questa fulminante citazione di un «anonimo italiano» il libro «Da che pulpito... Come difendersi dalle prediche» (Piemme), un manuale di sopravvivenza per fedeli cattolici scritto dal giornalista Roberto Beretta in arrivo nelle librerie in questi giorni. Con tono un po’ scanzonato, ma mai irridente, l’autore prende di mira quello che un credente e un fine letterato qual era Carlo Bo chiamava «il supplizio della predica». Definizione certo ingenerosa per i tanti predicatori che si impegnano a fondo nel loro servizio domenicale, ma che rispecchia bene l’esperienza talvolta sconsolante di molti fedeli. Si comincia con letture fatte senza alcuna preparazione e si finisce col protagonismo di sacerdoti che hanno scambiato «l’altare per l’apparizione in una trasmissione televisiva», come scrive Andrea Riccardi nella prefazione al libro. «Centomila prediche ogni domenica (calcolando una media di quattro messe in ciascuna delle 25.000 parrocchie italiane) sono un’occasione troppo importante, unica, per mancare il colpo», osserva Beretta. Che nel volume elenca molti difetti dei nostri predicatori.
In pole position c’è certamente quello della durata della predica, che spesso prende gran parte della messa riducendo la liturgia eucaristica in un’affannosa corsa contro il tempo. Padre Mariano, rimpianto predicatore televisivo, non si stancava mai di invitare alla brevità. Dieci minuti bastano, al massimo, ma proprio se necessario, quindici. Oltre si abusa della pazienza dei fedeli e soprattutto si sottrae spazio al silenzio: «Se qualcuno mi domandasse dove comincia la vita liturgica – scriveva il grande teologo Romano Guardini – io risponderei: con l’apprendimento del silenzio, condizione prima di ogni azione sacra».
Un altro punto dolente sono i contenuti. Scrive Beretta: «“Siate attenti ai bisogni dell’altro. Vogliate bene agli ultimi. Non emarginate il diverso”. Manca solo l’invito ad aiutare le vecchiette nell’attraversare la strada e poi certe prediche fanno concorrenza al manuale dei boy scout... A furia di eliminare alcuni temi fastidiosi, come il peccato o l’inferno, di lasciar perdere argomenti controversi o reputati “difficili”, come i sacramenti, la dottrina cristiana del male, il contenuto del credo, le prediche ormai si riducono a un risaputo catalogo di bon ton elementare. Cercare di essere onesti. Voler bene agli amici e possibilmente anche ai nemici. Accettare gli extracomunitari. Non litigare con i vicini. Tentare di “diffondere la pace”, anzi essere “elementi di pace” (e che cosa vuol dire, poi?)... Insomma essere più buoni... Quante omelie assomigliano ormai a un velleitario e bambinesco elenco di eccellenti propositi: manca solo il fatidico e mammesco “Ricordati di mettere la maglia di lana”».
Oltre all’omelia del buon galateo, nel mirino del giornalista sono finiti anche quegli aneddoti che vengono talvolta utilizzati per attirare l’attenzione ma finiscono per banalizzare ciò che si cerca di dire. A causare problemi sono i «bignami» con gli schemi per omelie completi di citazioni e persino di esempi, che si trovano anche su Internet. Così è capitato, racconta Beretta, che qualche fedele avesse letto «da qualche parte» proprio lo stesso aneddoto che il sacerdote aveva fatto proprio descrivendolo come un fatto vissuto da lui.
Pollice verso anche per il ripetersi delle omelie-quiz: «Parecchi parroci – scrive il giornalista – probabilmente pensando di essere à-la-page o comunque didatticamente efficaci, impostano la loro predica sul botta e risposta con i bambini presenti. La cosa potrebbe anche riuscire simpatica, se non si svolgesse tutte le maledette domeniche e soprattutto se il dialogo fosse reale, non falsato dalla volontà di porre domandine assolutamente insulse per non indurre i piccoli a brutte figure».
Per non parlare delle omelie che lasciano da parte la Scrittura, e invece di spiegarla, approfondirla e contestualizzarla parlano d’altro (gettonatissimi i temi della pace, della giustizia sociale, dell’amore verso il prossimo). Così la gente non conosce più il Vangelo e va dietro alle barzellette del Codice Da Vinci. Di fronte a tutto questo c’è un’ultima tentazione: quella di credere che sia soltanto una questione di tecnica, di mezzi di comunicazione, di aggiornamento. Sentenzia lo scrittore Luca Doninelli, con parole che valgono per ogni battezzato: «Non sono le strategie comunicative a diffondere la fede. È la fede che si diffonde. Se la fede non si comunica, e perché non c’è. Altro che altoparlanti, altro che Internet». Già.