La prevalenza del diessino

Il Partito democratico nasce dalla fusione dei Ds con la sinistra democristiana, cioè proprio con quella parte della Dc che era più sensibile all’autonomia della politica dalle radici cattoliche del Paese e che aveva stabilito da molto tempo un rapporto di intesa con il Pci.
I «popolari» nel Pd sono tanti, ma silenziosi. Gli unici vocali erano i prodiani con Rosy Bindi, ma essi sono stati marginalizzati dalla segreteria Veltroni. Erano i soli a giustificare l’alleanza con i Ds come principio politico e fare di essa un’identità progressista per il mondo cattolico. L’alleanza con i Ds li ha salvati dai processi degli anni ’90, ma la loro legittimità politica dipende proprio dal configurarsi come dimensione interna all’alleanza con i diessini. Nessun leader è emerso dall’area democristiana che si possa dire espressivo della coalizione come risulta ora. Non a caso il candidato è un diessino e le figure di rilievo del Partito democratico vengono tutte dall’area postcomunista. I popolari democristiani hanno molti seggi ma nessun volto, non possono proclamare un’identità politica diversa da quella del partito e quindi sono condannati all’autocensura. Non possono nemmeno dire di essere contrari al riconoscimento delle nozze omosessuali perché l’esclusione di principio di esse è impossibile al Pd nel suo insieme. I radicali possono parlare perché le loro tesi coincidono con quelle di principio dei socialisti europei. E i popolari democristiani devono fare solamente massa, ma non producono un linguaggio politico, meno che mai linguaggio cattolico in politica. Il vero fatto nuovo del Pd è che esso è l’ultima transizione dal Pci al Pds e infine al Partito democratico. Il fatto politico importante è il passaggio postcomunista, che riesce persino a mutare linguaggio assumendo quello dell’avversario principe, Silvio Berlusconi, ottenendo su questo radicale cambiamento il consenso del popolo diessino, abituato da sempre ai cambiamenti strategici e pratici più radicali, mantenendo la certezza di rimanere identici alla loro storia. Non esiste un pensiero politico dei «popolari» che motivi le ragioni del loro confluire in un partito che è in sostanza una transizione interna alla storia postcomunista. Gli ultimi leader storici della Dc, come Ciriaco De Mita e Gerardo Bianco, lasciano il Pd e De Mita va addirittura con l’Udc. Non è possibile che il Pd nato dai diessini, non conduca là dove va la socialdemocrazia europea cioè nell’adozione del laicismo come ostilità al Cristianesimo in politica di cui la punta più forte è divenuta appunto la questione omosessuale.
Nel Pdl invece si realizza un partito di tradizione e di libertà in cui il ruolo storico della Chiesa nella storia italiana viene riconosciuto con il fattore fondante dell’identità nazionale. In esso conseguentemente la posizione cattolica sulla famiglia e sulla vita fanno parte dell’essenza del programma, ne costituiscono l’identità. Comprendiamo che ci sia nel mondo cattolico una nostalgia per la Dc come partito confessante, ma l’unità dei cattolici non è più possibile, non solo per la sua crisi degli anni ’90 e l’autoscioglimento del partito, ma per il livello di secolarizzazione della società italiana.
Il Popolo della libertà rappresenta una secolarizzazione dolce che, nel pieno riconoscimento delle ragioni storiche della Chiesa in Italia, pensa alla fusione di tradizione di libertà, di stabilità e di progresso. È interamente immune, come tutti i partiti popolari europei, dalle influenze del laicismo anticattolico e quindi dà la migliore garanzia di trovare un interlocutore che parte dalla concezione positiva della Chiesa cattolica. Mentre in Europa a sinistra prevale il tema del laicismo, sino al punto che in Spagna e ora in Gran Bretagna si sia abolito il nome di padre e di madre, distrutto le parentele, tolto cioè quel legame sociale che è il primo di tutti i legami sociali e li fonda tutti. Per questo la Chiesa italiana non appoggia la lista sulla moratoria dell’aborto e si fa sempre di più debole il riferimento a quel residuo minimale democristiano che è l’Udc divisa in gruppi e correnti come la vecchia Dc.
La scelta del Pdl significa sviluppo nella tradizione. Il Pd indica la lenta marcia anche in Italia verso il laicismo delle sinistre europee.

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