Prezzo della pace

Un breve e confuso filmato sull’azione difensiva alla quale sono stati costretti i militari italiani a Nassirya, attaccati da terroristi ben armati, è stato trasmesso ieri da Raisat. Un video della durata di dieci minuti o poco più di una battaglia dell’agosto del 2004.
Lo spezzone avrebbe dovuto trasmetterlo la rete Italia 1, ma i dirigenti di Mediaset, dopo averlo visionato, hanno deciso di non trasmetterlo. Lo hanno giudicato confuso e commentato in maniera giornalisticamente inadeguata; le immagini, proprio perché frammentarie, relative a una situazione drammatica e non sufficientemente spiegata nella sua articolazione logica e cronologica avrebbero potuto offrire un’immagine non veritiera, fuorviante sui fini della presenza italiana in Irak. I nostri militari, come è noto a chiunque non sia accecato da pregiudizi politici ed ideologici, sono impegnati in una missione di pace, tendente a garantire la sicurezza di una provincia. I nostri soldati non fanno soltanto questo: oltre a impartire l’addestramento a nuove forze di polizia, quelle di uno Stato democratico diverso dal regime di Saddam, forniscono alla popolazione ogni aiuto possibile, dall’assistenza sanitaria alla realizzazione di scuole e infrastrutture. E questo sforzo umanitario è stato riconosciuto da tutti gli iracheni di buona volontà. Ma in quel tormentato Paese ci sono anche terroristi che più volte hanno attaccato gli italiani, che hanno colpito la loro base con un veicolo bomba che ha provocato una strage. Ed è per questo che le missioni umanitarie vengono compiute da reparti in armi, i cui ordini d’ingaggio prevedono che possano rispondere al fuoco quando vengano attaccati.
Ed è quello che è successo più volte. È anche accaduto che il governo sia stato criticato per non aver fornito ai militari armamento e materiali adatti a garantirne meglio la sicurezza, dai blindati più potenti a elicotteri meno vulnerabili.
Il filmato sulla battaglia può confondere le idee, perché induce a sintetizzare la presenza italiana in Irak in puro combattimento, guerra e soltanto guerra, quasi per il gusto della guerra. Si può comprendere, quindi, perché Mediaset non l’abbia trasmesso, egualmente si capisce perché Raisat l’abbia invece mandato in onda. È un’operazione torbida, tendente a suscitare paure e dubbi, ad offrire sensazioni ed effetti sfruttabili da chi chiede il ritiro immediato delle nostre truppe, infischiandosene dei bisogni e delle sofferenze della popolazione di Nassirya.
L’autore di questa nota è felice di vivere in pace e di non aver mai partecipato ad atti di guerra, dei quali ha consapevolezza soltanto sulla base di saggi, letteratura, documentari e film.
Sa che la guerra è dura, atroce. Sa che i soldati sono uomini di carne e sangue come tutti, che hanno paura, che si chiamano per nome quando nella notte si sgranano le raffiche dei nemici e cadono le bombe dei mortai e i cecchini fanno il loro orribile lavoro con calma e determinazione. I soldati piangono, cantano talvolta, anche durante le azioni più rischiose, si chiamano per nome per rinsaldare i vincoli di una solidarietà che gli esperti definiscono spirito di corpo.
Esultano anche se un cecchino viene eliminato, perché se un cecchino cade non cadono i tuoi compagni. Diventano furibondi se infami terroristi li attaccano facendosi scudo dei civili. Tutto questo si può intuire ascoltando voci ed effetti del filmato sulla battaglia, ma è innegabile che quei dieci minuti di immagini, contrappuntati da spari, imprecazioni e incomprensibili spezzoni di comunicazioni non possono dare il senso della nostra missione in Irak.
Inducono in errore, fanno pensare che l’Italia sia in guerra, mentre non lo è. Il servizio pubblico, per tutte queste ragioni, avrebbe dovuto mostrare un vigile senso di responsabilità, senza inseguire suggestioni politiche.