Il primo italiano dell'Opus Dei: "Proiettavo Fellini a Paolo VI"

Francesco Angelicchio era un brillante avvocato. A Natale del ’47 incontrò un prete che sarebbe diventato santo e decise di seguirlo. Giovanni XXIII gli chiese d’occuparsi di cinema: il massimo per uno che aveva fatto la claque con Sordi

Ha avuto il privilegio di vivere accanto a un santo che lo scelse come figlio. Si conobbero per la prima volta a Roma la vigilia di Natale del 1947. «Ecco finalmente Checco, il mio primogenito italiano», allargò le braccia il sacerdote spagnolo che 55 anni dopo sarebbe stato canonizzato da Giovanni Paolo II in piazza San Pietro, e si strinse al petto Francesco Angelicchio come solo un padre sa fare. Una constatazione che conteneva una profezia, perché il ventiseienne originario di Monterotondo, figlio di un maresciallo dei carabinieri e di una casalinga, era sì il primo seguace di don Josemaría Escrivá De Balaguer nel nostro Paese ma di lì a qualche anno sarebbe diventato anche il suo primo sacerdote italiano. Poi, rivolto verso un collaboratore che era stato particolarmente inclemente nel descriverglielo, il futuro santo aggiunse: «No es tan feo», non è così brutto. E per risultare più convincente incoraggiò la recluta con un complimento scherzoso: «Guapo!». «Guapa lo dicono gli uomini spagnoli alle belle ragazze per strada. A me “bello” non l’aveva mai detto nessuno, neppure mia madre», ricorda adesso l’ex brutto anatroccolo.
Fino a quel momento, Angelicchio era stato un brillante avvocato, laureato con un maestro del diritto, Arturo Carlo Jemolo; un valoroso sottotenente di fanteria sul fronte jugoslavo e poi un parà della Folgore; un sopravvissuto al massacro delle Fosse Ardeatine («dopo l’8 settembre del ’43, per non farmi finire come mio fratello deportato nei lager in Germania, uno zio benedettino mi aveva nascosto nella basilica di San Paolo: la notte fra il 3 e il 4 febbraio vennero i nazifascisti e portarono via 90 dei 120 rifugiati, poi quasi tutti uccisi dalle Ss di Herbert Kappler»); un fervente repubblicano espulso dalla Dc per aver firmato un manifesto contro il «ni» di Alcide De Gasperi al referendum istituzionale del 1946 sulla monarchia; un claqueur presente a tutte le recite teatrali nei loggioni del Quirino, del Valle e dell’Eliseo, insieme con un amico squattrinato che sognava un futuro nell’avanspettacolo e si chiamava Alberto Sordi. Celebrò la sua prima messa il 24 luglio 1955, presente il fondatore dell’Opus Dei. «“Mi chiamano fondatore”, si schermiva il Padre, “ma io sono un fondatore senza fondamento. Non ho nulla, non valgo nulla, non posso nulla, però, come dice di sé l’apostolo Paolo, omnia possum in Eo qui me confortat, tutto posso in Colui che mi dà forza”».
Quante cose straordinarie avrebbe fatto nel nome del Padre - monsignor Angelicchio chiama San Josemaría Escrivá sempre e solo così - il giovanotto che aveva lasciato la toga per la talare. Amico e confidente di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Pier Paolo Pasolini, Ermanno Olmi, Liliana Cavani e decine di altri registi e attori famosi, chiamato da Giovanni XXIII a istituire il Centro cattolico cinematografico, fu lui a far conoscere il cinema neorealista a Paolo VI, lui a portargli in udienza le pecorelle smarrite («c’era chi si opponeva ad ammettere in Vaticano gli artisti con legami sentimentali irregolari, allora io replicai: se il Papa non riceve bigami, trigami e omosessuali, mi sa che ci troveremo in pochini; e così andammo in duemila, compresi Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale e un compitissimo Eduardo De Filippo»), lui a censurare i film e a dettarne il giudizio morale per il pubblico cattolico con un sapiente dosaggio di rigore e indulgenza.
Oggi monsignor Angelicchio vive a Verona. A dispetto della salute malferma, il 23 settembre compirà 87 anni assistito da una mente lucidissima. Ogni tanto sembra perdere il filo del discorso: «Il Padre mi rimproverava sempre: “No andar por las ramas, Checco”, non divagare». In realtà sono digressioni nel romanzo di una vita che richiederebbe due tomi per essere raccontata.
Da avvocato a prete è un bel salto.
«Avrei potuto santificarmi anche attraverso il lavoro, secondo lo spirito dell’Opus Dei. Ma Gesù mi ha attraversato la vita. È stato un dirottamento. Il 9 novembre 1947 giunsero a Roma dalla Spagna sei laici. A guidarli, un sacerdote: don Álvaro del Portillo. Il Padre lo chiamava Saxum, roccia, per la sua fedeltà, e infatti anni dopo lo scelse come proprio successore. Furono questi sette a dirottarmi».
E a dicembre arrivò don Escrivá.
«Sì. Nella sede non avevamo neanche i letti. L’unica brandina la riservammo al Padre, ma lui la rifiutò e dormì per terra come noi. Al mattino si alzò con l’occhio gonfio: s’era buscato una paresi facciale da freddo».
Che cosa le propose?
«Di diventare numerario dell’Opera, cioè d’impegnarmi da laico a vivere le virtù evangeliche: povertà, castità, obbedienza. Senza dare i voti. “A me non interessano i voti, ma le virtù”, diceva il Padre, “perché, se non hai le virtù, i voti sono inutili”. Infatti basta guardare i gesuiti: pronunciano il quarto voto, l’obbedienza al Papa, e poi sono i primi a disobbedirgli. “Me duele la Iglesia”, mi duole la Chiesa, si lamentava il Padre, come se fosse una parte viva del suo corpo. Una volta mi disse anche: “Non avrei mai immaginato di ritrovarmi straniero in Roma”. Prima che avvertissi la vocazione, mi chiese di raggiungere l’eccellenza nella professione di avvocato: “Il lavoro va offerto a Dio. Non puoi presentargli una chapuza”, un’inezia».
Mi hanno detto che, una volta ordinato prete, dopo cena lei andava a proiettare i film a Paolo VI.
«È così. In una saletta che Giovanni XXIII aveva fatto costruire nel Palazzo apostolico per vedersi i documentari sugli animali. Papa Montini era stato eletto da pochi giorni.
Una sera mi cercò al telefono il suo segretario, don Pasquale Macchi: “Il Santo Padre vorrebbe parlarle subito”. Mi precipitai in Vaticano. “Ci scusiamo se l’abbiamo chiamata a quest’ora, lei non può immaginare il motivo”, entrò subito in argomento il Pontefice, “ma, vede, non vorremmo chiudere questa finestra sul mondo che è il cinema. Lei saprà che un Papa non ha tempo da perdere e se desidera vedere un film è perché pensa che esso valga la pena d’esser visto. Non le diciamo altro. Ci fidiamo di lei”».
Povero lei! Una grande responsabilità.
«Passai la notte in bianco a chiedermi: e mo’ che cosa presento al Papa? Decisi di andare sul sicuro: Ingmar Bergman. Luci d’inverno. Un film sulla crisi delle vocazioni, tema molto sentito da Paolo VI. Un giorno un suo amico medico, Ugo Piazza, trovò il Pontefice che singhiozzava tenendosi la testa fra le mani. “Padre Santo, si sente male?”, gli chiese preoccupato. E Papa Montini: “Devo firmare queste sentenze di morte”. Davanti a sé aveva un pacco di richieste di riduzione allo stato laicale provenienti da sacerdoti di tutte le diocesi del mondo».
Ricorda altri film che piacquero al Papa?
«Otto e mezzo di Fellini. Conteneva qualche scena scollacciata e Paolo VI, che era molto puritano, se ne dispiacque. Poi E venne un uomo, la biografia di Papa Roncalli interpretata da Rod Steiger. Il produttore era Harry Saltzman, un canadese che aveva fatto fortuna realizzando i primi film dell’agente 007. Saltzman era venuto a Roma nei giorni della morte di Giovanni XXIII. Suggestionato dalla folla in piazza San Pietro, s’era messo in fila per rendere omaggio alla salma e lì gli era venuta l’idea del film. Il regista Ermanno Olmi ci teneva molto che Paolo VI lo vedesse in anticipo sulla prima al Festival di Venezia, ma il Papa era in vacanza a Castel Gandolfo. Così Saltzman approntò una sala di proiezione nella residenza estiva. Inizialmente al produttore io avevo suggerito Pasolini per la regia di E venne un uomo».
Che azzardo.
«Pasolini era molto devoto al defunto Pontefice: nella Rabbia, girato con Giovannino Guareschi, aveva contemplato il contadino Roncalli “nel suo dolce, misterioso sorriso di tartaruga”. A me voleva affidare la consulenza per Il Vangelo secondo Matteo. Rifiutai: da censore avrei poi dovuto giudicare me stesso. Allora portai Pasolini e il produttore Alfredo Bini ad Assisi, alla Pro civitate christiana, dal biblista don Giovanni Rossi. I giornalisti lo vennero a sapere e pensarono che stessi accompagnando Bini a sposarsi in gran segreto con Rosanna Schiaffino. Quando il film fu terminato, feci notare al regista che aveva omesso i miracoli di Gesù, a cominciare dal più grande: la resurrezione. E lui tornò sul set per girare quelle scene».
Pasolini la ascoltava.
«Una volta scrisse in una poesia che Paolo VI aveva “occhi viperini”. Passeggiando due ore su e giù per via della Conciliazione, lo convinsi che invece erano gli occhi di un uomo buono, paterno, provato dalla sofferenza. “Questo verso lo tolgo”, si scusò alla fine».
Lo credo bene: nel ricorso in appello che il regista presentò contro la sentenza di condanna del film La ricotta, per vilipendio della religione di Stato, lei era stato suo testimone a discarico.
«Pasolini non era antireligioso. Al di là di quella malattia, non saprei come altro definirla... mi raccontava Rossellini che quando Pier Paolo vedeva un giovanotto, si alzava di botto per inseguirlo... al di là di quell’abitudine irresistibile, ecco, era profondamente cristiano. Conservo una lettera autografa in cui mi scrive che se un uomo si arroga il titolo di Figlio di Dio, se proclama d’essere Dio stesso, non v’è dubbio che egli lo sia davvero, questa è la prova della sua divinità. Io lo ricordo sempre nella santa messa, lo raccomando alla misericordia di Dio».
E Rossellini era un buon cristiano?
«Lui sosteneva che non riusciva a esserlo per via delle troppe donne e io gli rispondevo che sarebbe dovuto nascere al tempo dei patriarchi biblici, così avrebbe potuto concedersi tre o quattro mogli. Stravedeva per i figli. In Vaticano circolava una battuta: “Rossellini è al servizio di Propaganda Fide”. Perché ne faceva tanti e li battezzava tutti».
Qual è il suo film preferito?
«La strada di Fellini. Ricordo quando Federico fu ricoverato nella clinica Salvator Mundi al Gianicolo, dove una suora di colore dagli occhi fosforescenti tutte le notti, mentre lo vegliava nell’oscurità appena rischiarata dalla luce azzurrina, insisteva perché si confessasse. “Quasi quasi la accontento”, mi disse. Non devi confessarti solo per far felice una monaca africana, lo sgridai. Anni dopo, quando era ormai alla fine, nel corridoio dell’ospedale incrociai il cardinale Achille Silvestrini, che mi sussurrò: “Federico s’è confessato”. Avevo pregato fino a quel giorno perché accadesse».
Credo che la moglie avesse fatto altrettanto.
«Certo. Giulietta Masina si confessava regolarmente. Una sera fui invitato nella loro casa ai Parioli, insieme col produttore Moris Ergas e la moglie Sandra Milo. A fine cena la Milo se ne uscì con una sentenza avventata: “La psicoanalisi è come la confessione”. Giulietta s’inalberò: “Ma che dici? Intanto la confessione è un sacramento. E poi, mentre lo psicoanalista estorce con mille astuzie le verità che il paziente non vorrebbe raccontargli, nella confessione è il penitente stesso che si apre spontaneamente al sacerdote per liberarsi dal peso delle sue colpe”».
Lei era blandito da produttori e registi perché un suo sì o un suo no potevano determinare il successo o l’insuccesso di un film al botteghino, confessi.
«In parte è vero. In Italia allora esistevano 12.000 cinema parrocchiali. Rinascita, la rivista del Pci, mi dedicò un ritratto al vetriolo, scrisse che avevo frequentato un corso di censura nella Spagna di Francisco Franco. Un’invenzione, dalla quale dedussi che i comunisti mentivano anche su tutto il resto. In realtà io avevo scritto una lettera al Padre per rifiutare quell’incarico. Ma lui mi disegnò un cerchio nell’aria: “Checco, questa è la voragine dell’inferno. Tu devi stare sull’orlo e cercare di afferrare con una mano le anime che vi cadono dentro. Io ti terrò l’altra mano”».
Ha visto il film Il divo? Presenta il suo amico Giulio Andreotti come un uomo che vive solo per il potere, implicato in omicidi, attentati e scandali, che non muove un dito per salvare Aldo Moro.
«Ma non è vero, non è vero! Giulio non va a messa tutti i giorni per routine. Ci va perché non può vivere senza il rapporto quotidiano con Gesù vivo e vero presente nell’eucaristia. Se non fosse così, lo rinnegherei. Come un marito che dice alla sua sposa: “Vattene!”».
Però nel 1978 firmò la legge sull’aborto.
«Purtroppo! E Tina Anselmi no? E Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi no? Tutti dc. E Giovanni Leone, il capo dello Stato che la controfirmò? Pure lui democristiano. Sottoscrissero in sei il via libera a un delitto che la Chiesa definisce “abominevole”. È terribile».
Perché l’Opus Dei non gode di buona stampa? Vi accusano d’essere infiltrati nei gangli della politica e della finanza. Il Codice da Vinci vi presenta addirittura come una setta di assassini.
«Le risponderò con Madre Teresa di Calcutta, che ci voleva molto bene. Al termine di un’udienza alla quale partecipava anche don Álvaro del Portillo, Giovanni Paolo II sospirò: “Ecco qui Madre Teresa, applaudita da tutto il mondo, anche dai non cristiani, e don Álvaro, bastonato da tutto il mondo al pari del Papa”. Allora la suora si mise fra i due e disse: “Il demonio sa dove colpire”».
È vero che fate penitenza col cilicio?
«Mica è obbligatorio. Chi vuole, due ore al giorno. Lo metteva anche Pio XII. Ora le mie povere gambe non lo reggono più. È una catenella che stringe la coscia e lascia il segno. Ma non esce sangue. Un fastidio continuo».
A che serve?
«Come al cavallo serve il morso. Il Padre diceva: “Fare ed essere ipse Christus”, un altro Cristo. Fare si fanno tante cose. Ma essere è più difficile. Il cilicio è un sedativo della triplice concupiscenza di cui parla San Giovanni nella prima lettera».
Come vede l’Italia di oggi?
«Come la vedeva Rossellini quando lo accompagnai da Paolo VI. “Beatissimo Padre, io credo che agli uomini d’oggi manchi il senso dell’eroicità della vita”, osservò. Gli rispose Papa Montini: “Sa come si chiama nella lingua cristiana il senso eroico della vita? Si chiama santità”».
(422. Continua)
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