Principi azzurri per salvare le Cenerentole d’Italia

(...) L'animosità nei confronti di quella che dovrebbe essere l'attività più elevata in una società civile ha molte cause: la crisi economica, la crisi istituzionale la crisi sociale sono acute e la compresenza di queste emergenze può solo generare una risposta «emotiva» di delusione verso chi fa politica e verso la politica incapace di risolvere e dare speranza. Questa coerente percezione è l'elaborazione di dati oggettivi:
- è vero, che nel 2008 le famiglie italiane subiranno un incremento delle spese quantificato in 1.700,00 euro, in un Paese soffocato dalla pressione fiscale più elevata d'Europa in rapporto ai servizi resi;
- è vero, che il petrolio ha toccato dei picchi mai registrati prima e che l'approvvigionamento energetico sarà ulteriore elemento di debolezza;
- è vero che il nostro sistema socio-previdenziale rimane lacunoso e assolutamente inadeguato a dare serenità agli Italiani;
- è vero che l'occupazione e la precarietà rimangono emergenze per gran parte del Paese, Liguria in testa;
- è vero che il governo Prodi, non è il più longevo, né il più compatto, né il più operoso, ma di sicuro è il meno gradito dal dopoguerra ad oggi;
- è vero che i governi locali, rendono la Liguria e Genova le cenerentole d'Italia, dove tra un concerto e una sfilata organizzati dalla Vincenzi ed il nulla realizzato da Burlando, la nostra regione è tra le più in declino.
- è vero che il Paese si trova in difficoltà e che la classe politica che lo rappresenta non è in grado di curarne al meglio gli interessi. Il sentimento di rabbia, insoddisfazione è giusto; è la reazione che va corretta.
Se è vero che soggetto della autorità politica è il popolo considerato nella sua totalità quale detentore della sovranità, abbandonarsi all'antipolitica significa consegnarsi al nemico.
È arrivato il momento di un radicale cambiamento culturale. L'Italia non ha individuato una strategia economica di ripresa come invece hanno fatto le altre nazioni europee, la Germania puntando sulla superindustria, la Francia scommettendo sull'energia e sul nucleare, l'Inghilterra deindustrializzando e diventando capitale mondiale della finanza, la Spagna investendo in infrastrutture logistica e turismo.
Quello che dobbiamo fare noi è riassestare un sistema paese che da sempre si regge sulla piccola e media impresa, dove la famiglia è il fulcro e l'anima della società e del benessere economico. Dalla nostra abbiamo il tessuto produttivo più flessibile ed orientabile alle esigenze del mercato, la forza del made in Italy, l'intraprendenza, la classe e l'estro italiano che costituiscono un valore aggiunto determinante nel competere a livello internazionale.
Senza dimenticare arte, cultura, storia e bellezze naturali, giacimenti non sfruttati in grado di competere per ricchezza con quelli petroliferi ma soprattutto inesauribili. Per farlo occorre aggrapparsi all'anima ed alla forza della nostra Patria, ci si deve riappropriare di valori, ruoli ed identità, ma soprattutto della consapevolezza delle proprie responsabilità.
Dobbiamo tornare ad essere un Paese in cui la famiglia è un elemento imprescindibile, in cui si condannano i privilegi, non solo quelli delle caste, ma ogni forma di posizioni ingiustamente garantite.
Occorre tornare a celebrare prima i doveri e solo dopo i diritti.
Questo cambiamento culturale, dovrà essere tanto forte da permettere ai figli di rendere partecipi i padri del disagio in cui si trovano, perché oggi sono i figli che «pagano» le posizioni protette di cui godono i padri.
Solo capendo che queste false realtà non sono a somma positiva, ma un perverso meccanismo protettivo che rende precario e insostenibile il nostro sistema, troveremo il coraggio di cambiare, rinunciando ognuno al proprio piccolo egoismo, facendo ognuno un passo avanti, per il nostro grande Paese, per la nostra amata Liguria.
* coordinatore regionale
Forza Italia