Privatizzare sì (ma con calma)

Circolano due modi per valutare le privatizzazioni di Tremonti, uno sciocco e l’altro poco intelligente.
Quello sciocco prende le mosse dalla mancata vendita di Alitalia ad Air France, per sostenere che il ritiro dei francesi è colpa del centrodestra e non della pilatesca e velleitaria decisione del governo Prodi di mettere nelle mani dei sindacati il sì o il no alla cessione; posizione ormai irrimediabilmente radicata nel centrosinistra.
Quello poco intelligente ignora quanto scritto dal governo sulle privatizzazioni, glissa sulla storia delle cessioni dell’ultimo quindicennio e confonde una certa prudenza di Tremonti con supposto neostatalismo, scetticismo verso il mercato, addirittura antiliberismo. E purtroppo questa posizione riemerge a tratti anche nella cultura del centrodestra e rischia di essere strumentalizzata a sinistra.
La realtà a nostro avviso è assai diversa e per rendersene conto è sufficiente leggere pagina 32 e 33 del Documento di programmazione economica e finanziaria 2009-2013 dove, dopo lo stop di due anni del governo Prodi, le privatizzazioni italiane vengono ora rilanciate e se ne indicano modi, tempi e oggetti.
Apprendiamo così che in Eni, Enel e Finmeccanica, attive nei settori strategici dell’energia e della tecnologia per la difesa, lo Stato è sceso ormai al 30% del capitale e andare oltre significherebbe esporsi a take over, magari di qualche fondo sovrano, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Ma apprendiamo anche che, dopo quindici anni di cessioni di aziende di Stato, ormai resta ben poco da vendere, e quel poco che resta o non è appetibile perché in perdita o, se lo è, prima di vendere occorrerebbe risolvere problemi di ristrutturazione, riposizionamento, regolamentazione ancora aperti. Eppure, nonostante questo, lo «statalista Tremonti» mette nero su bianco che obiettivo del governo torna ad essere il rilancio delle privatizzazioni, offrendo al mercato 6 grandi aziende come Alitalia, Poste, Poligrafico, Sace, Fincantieri e Tirrenia. Probabilmente chi giudica non abbastanza tutto ciò ha in mente la cessione dell’intero patrimonio immobiliare dello Stato, cosa che farebbe felici molti immobiliaristi, e che resta una risorsa, anche se per il momento non tra le priorità di governo.
Ma qui vale la pena di riflettere un minuto di più sulle ragioni per cui Tremonti intende procedere con i piedi di piombo. Perché tanta prudenza?
Nasce, crediamo, dalla storia delle privatizzazioni dell’ultimo quindicennio, da quando cioè Ciampi quel 30 giugno del 1993 con una semplice direttiva, dette 30 giorni di tempo per la vendita di Enel, Ina, Comit, Credit, Imi, Stet e Agip, principalmente per abbattere il debito pubblico e rendere possibile la partecipazione italiana alla moneta unica.
Ebbene, nel periodo 1993-2005 abbiamo venduto 125 aziende, pari al 45% della proprietà industriale di Stato, al 90% delle banche, incassato 140 miliardi di euro e acquisito il primato mondiale nelle privatizzazioni dopo il Giappone. Ma il debito pubblico anziché essere abbattuto è ancora tutto lì: si è ridotto di appena lo 0,77% l'anno, da allora a oggi del 7,6%. Ne valeva la pena? L'obiettivo debito è stato fallito ma le aziende non ci sono più, vogliamo ripetere il film?
A onor del vero oltre alla riduzione del debito, le privatizzazioni servivano anche a ispessire i mercati finanziari, a diffondere l’azionariato tra le famiglie, a rendere più efficienti le aziende pubbliche, a guidare il sistema industriale privato verso innovazione e competitività. Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ma altri no. Per esempio, se si vuole continuare a perseguire la riduzione del debito, occorrerebbe cedere aziende, sì, ma contemporaneamente stabilizzare la finanza pubblica. Viceversa, continueremmo a vendere gli ori di famiglia per mantenere un tenore di vita e di consumo superiori alle possibilità. Inoltre occorrerebbe soprattutto proteggersi dal rischio di cedere aziende a privati non in grado di mantenere gli impegni assunti con il venditore quando in ballo ci sono interessi nazionali. Purtroppo, accanto a esempi di privatizzazioni ben riuscite, come per esempio la siderurgia Italsider di Taranto che allora perdeva e volevano chiuderla mentre oggi guadagna e si è rafforzata, ce ne sono di importanti che hanno funzionato nel rendere più efficienti le aziende, accrescere profitti e dividendi ma hanno fallito negli investimenti nelle infrastrutture necessarie alla competitività del Paese. Alla rete di Autostrade mancano 2 miliardi di investimenti, nella rete elettrica gli investimenti sono scesi del 46%, in quella telefonica del 45%. Il mercato, da solo, non ha dato la soluzione ottimale. La prudenza di Tremonti nasce qui. Non è statalismo, ma profonda conoscenza del liberismo, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Bruno Costi