Processo breve, oggi la volata finale alla Camera Il Pd perde tempo, ma Alfano smonta le accuse

Il ministro smaschera le bugie del Pd: "Il disastro di Viareggio si prescriverà
solo nel 2032". I compagni all’ultima spiaggia: recitano tutta la
Costituzione. Pdl e Lega contestano la gestione dell'aula da parte della Bindi: "Una vergogna". Stasera il voto finale

Roma Altro che impatto disastroso sull’ordinato corso della giustizia e «amnistia silenziosa» dei processi aperti: «Se la norma sulla prescrizione breve passasse sarebbe a rischio solo lo 0,2% dei processi penali». Verso sera, nell’aula della Camera gremita prende la parola il ministro della Giustizia Alfano, e smonta l’argomento più forte contro la prescrizione breve.

Se passa la legge finiranno nel nulla i procedimenti per cercare i responsabili di orrende stragi, come quella ferroviaria di Viareggio del 2009; o di grandi truffe come il caso Parmalat; o per il terremoto dell’Aquila: era il grido di denuncia che si era levato dall’opposizione e da giornali come Repubblica e il Fatto. Il Guardasigilli rintuzza le accuse, cifre alla mano: per il disastro di Viareggio, costato 32 morti, con le nuove norme «la prescrizione del disastro maturerebbe nel 2032. Per l’omicidio colposo plurimo nel 2044». Quanto al caso dell’Aquila, «i reati per cui è scattato il processo si prescrivono in 10 anni, aumentabili a 11. Siamo a soli due anni dal terremoto, dunque credo ci sia tutto il tempo per portare a termine il processo». La realtà non detta del processo penale in Italia è che una «amnistia silenziosa» già si compie ora sul 5% dei procedimenti in corso, spiega Alfano: «Sono 170mila quelli che cadono in prescrizione ogni anno». Il leader Udc Casini replica a botta calda al ministro: «Se l’impatto di questa legge è così modesto, ci vuol spiegare perchè state bloccando il Parlamento da settimane?». Il duello in aula è andato avanti fino a tarda notte con una coda velenosa a fine seduta quando, tra le grida «Vergogna, vergogna» della maggioranza, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha puntato il dito, insieme al capogruppo della Lega Marco Reguzzoni, sulla conduzione dei lavori d’aula da parte della vicepresidente Rosi Bindi.«È vero che è legittimo che l’opposizione si esprima, è anche vero che il Parlamento ha il dovere di legiferare». Oggi sarà una nuova lunga giornata: obiettivo della maggioranza è arrivare al voto definitivo in serata. Stavolta però il centrodestra non ha lasciato nulla al caso, per evitare di cadere rovinosamente di nuovo nelle trappole orchestrate dagli abili registi dell’opposizione d’aula, il Pd Roberto Giachetti in testa che minaccia: «Sarà un Vietnam». Tutti i parlamentari Pdl convocati con lettera-ultimatum del capogruppo Cicchitto: chi si defila la pagherà cara. In aula, calma e gesso: «Mai cadere nelle provocazioni della sinistra, che cerca di farci perdere tempo», è l’ordine tassativo. Tanto che la deputata Pd Paola Concia scherza con un gruppo di colleghi del centrodestra: «Ma come siete mosci, oggi!». Replica il coordinatore Pdl Verdini: «Abbiamo distribuito qualche goccia di Lexotan a tutti». I ministri, precettati, passano la giornata a Montecitorio in chiacchiere (si nota in cortile una lunga conversazione tra Tremonti e i Pd Letta e Veltroni), in attesa che si voti. Mentre in aula il Pd fa una sorta di ostruzionismo, e tutti i big si esibiscono nella lettura di un articolo della Costituzione (messa a rischio da Berlusconi, è il messaggio). D’Alema ne approfitta per mandare un messaggio a Napolitano: cita l’articolo 88, sul potere di scioglimento delle Camere, e dice: «Più che una lettura, è un auspicio».

A inizio seduta Giachetti vede i vuoti nei banchi di maggioranza e tenta il blitz: chiede che si voti il rinvio in commissione della legge. Il presidente Fini però sta ben attento a non rischiare la contestazione del Pdl e non avalla il tentativo di mandare sotto a sorpresa il governo. La discussione procedurale va per le lunghe, dando al Pdl il tempo di chiamare a raccolta le truppe. E quando si arriva alla conta, Fini tiene aperta la votazione per lunghissimi minuti, dando il tempo ai ritardatari e alle deputate in supertacchi di arrancare verso i propri banchi. La maggioranza è 11 voti sopra, i membri del governo sono determinanti. Oggi si ricomincia.