Prodi a Bruxelles, una brutta avventura finita con la Caporetto dell’Europa a 25

Quando il Professore fu designato presidente della Commissione Ue, l’ex cancelliere Kohl chiese ai capi di governo: ma siete matti?

Giancarlo Perna

Arrivando a Bruxelles, Romano Prodi si lasciava alle spalle il soprannome paesano di Mortadella, saporito corollario della notorietà politica. Si dice che il nomignolo lo abbia sempre irritato perché sottolinea l'affinità fisionomica del massiccio insaccato di Bologna con la sua faccia piatta e la testa quadra. Fosse solo per questo, avrebbero anche calzato bene, che so, paracarro, comò o bidone. La realtà è invece che il nomignolo di Mortadella è ricorrente nella pubblicistica politica e ha un illustre precedente. Fu chiamato così anche Giovanni Giolitti che aveva una faccia tutt'altro che rincagnata. Era infatti un tipo aquilino e l'epiteto alludeva nel suo caso, agli ingredienti del salume bolognese che sono un mix di carne di porco e di asino. Un modo di dargli dell'uno e dell'altro. Speriamo, dunque, che Prodi, sapendo di condividere con Giolitti un glorioso soprannome, lo accetti ora con serenità.
Quando nell'autunno del '99, Romano si insediò alla testa della Commissione Ue, ossia al governo dell'Europa, fu accolto come un Churchill redivivo. Una ben congegnata propaganda delle sinistre europee aveva suscitato attorno a lui molte speranze. Ma la luna di miele durò solo un paio di mesi, cedendo il posto a un matrimonio d'inferno.
I primi a ribellarsi furono i cronisti che non sopportavano il suo portavoce, il giornalista italiano Ricardo Levi. Richi, che è un sussiegoso giovanotto sessantenne, faceva coi suoi colleghi il principino. Anziché aiutarli nel lavoro, informandoli e inquadrando i problemi, li trattava da seccatori. Alle domande dava risposte vaghe. Alle richieste di conferma di un'indiscrezione, cadeva dalle nuvole. Se volevano parlare con Prodi, li mandava al piano di sopra, mentre Prodi era al piano di sotto. Finché, stufa del trattamento, mezza Europa giornalistica chiese la testa di quella specie di moglie gelosa. Richi fu segato dall'oggi all'indomani e sostituito prima da un inglese, poi da un finlandese, mai più da un italiano. Ebbe in cambio una sinecura strapagata: direttore di una fantomatica «Cellula di prospettive» che doveva, figurati tu, delineare l'avvenire dell'Ue. Ma tra Prodi e l'informazione il divorzio era ormai consumato e per il presidente italiano cominciò la rosolatura.
Com'è noto, Romano per dire «oggi... a pranzo... ho... mangiato... pollo», mette cinque minuti come se rivelasse le origini della vita. Solo agli italiani le sue pause, il continuo borbottio, il sordo soffiare e quell'impressione generale di dormiveglia evocano i modi del buon curato e le atmosfere delle pievi campagnole. A Bruxelles davano ai nervi. Presto, l'intero Palazzo dell'Ue ha cominciato a irritarsi di un presidente inespressivo, favellante a singhiozzo, collezionista di gaffe tipo «mamma li turchi», suo meditato parere sulla Turchia nell'Unione.
Agli inizi, Prodi teneva le conferenze stampa in inglese. In capo a un mese, ci fu la rivolta degli interpreti. Non solo perché lo parla in modo imbarazzante, ma perché si mangia le parole. La particolare conformazione della bocca, la reticenza innata e la cadenza bolognese che annulla le vocali in favore di suoni consonantici sibilostruscianti, misero ko lo staff dei traduttori. Romano, su supplica unanime, passò all'italiano. Anche qui, ci furono iniziali difficoltà a capirlo, ma con la creazione di un gruppo specialistico, si venne a capo del problema.
Il rapporto di Romano con le lingue è sofferto. Parla il francese meglio dell'inglese. Ma anche in questo caso con approssimazione. Mesi fa, già candidato dell'Unione per le elezioni del 9 aprile, ha illustrato a Le Mans la cosiddetta Fabbrica del programma. La Fabbrica è un capannone di Bologna dove ogni elettore del centrosinistra può dire la sua e fare proposte. «Se si vuole migliorare una Nazione, bisogna prima ascoltarla - disse Prodi il giorno dell'inaugurazione -. Io desidero il concorso di tutti». Sottinteso, non sono mica quel «faccio tutto mi» del Berlusca. Torniamo alla conferenza francese. Ancora prima di addentrarsi nel ragionamento, Romano enunciò la formula Fabbrica del programma dicendo anziché usine (fabbrica), cuisine (cucina) o almeno fu questo il suono uscito dalla sua bocca. La Cucina del programma sorprese piacevolmente i francesi notori gourmet, ma suscitò anche equivoci e smarrimento, tanto che molti tornarono a casa disappetenti.
L'infelice inizio della presidenza Ue di Prodi si tradusse in una impietosa presa di distanza di molti. La radicale Emma Bonino disse di Romano: «Ha il cervello piatto», che era un incrudelire dato che c'era già la faccia. Il giornalista Quatremer di Libération, quotidiano gauchiste, dunque amico, rivelò che l'ex Cancelliere Helmut Kohl, saputo che Prodi stava per diventare presidente Ue, telefonò a un capo di governo, dicendo: «Volete nominare Prodi? Siete diventati tutti matti?». Altro colpo basso, giacché Kohl è amico di Romano e della moglie. Nel libro scritto dai coniugi, «Insieme», la signora Flavia magnifica due affettuosi soggiorni ospiti del Cancelliere, quando il giuda aveva già fatto la carognata del «siete matti?», ma ancora non si sapeva.
La strada in salita, Romano aveva bisogno di recuperare lustro con un colpo da maestro. L'occasione era a portata di mano: l'allargamento della Ue a 25 Paesi. Preso da un raptus di europeismo acritico, Prodi ha accelerato allo spasimo l'assorbimento dell'Est ex comunista. Con l'obiettivo immediato di risalire la china e quello remoto di passare alla Storia. Raggiunto lo scopo, si è infilato la medaglia.
La bravata si è rivelata un disastro. L'Ue è nel caos. L'attuale Commissione di José Manuel Barroso è sotto stress. Vista da Bruxelles, l'Europa a 25 è al tracollo. L'ingresso prematuro di Paesi lontani, ha trasformato i palazzi in una babele, con mille nuovi funzionari insoddisfatti delle stanze, ignari delle procedure, estranei. Vista da Roma, Parigi o Madrid, l'Ue fa ribrezzo. È diventata un suk di commerci, senza più ideali e molte paure. Il guazzabuglio di economie diverse e salari distanti anni luce ha portato alla sindrome dell'idraulico polacco che fa per quattro lire quello che il tubista francese faceva per otto, gettandolo sul lastrico di cucine e bagni su cui prima regnava indisturbato.
Il risultato è stata la bocciatura della Costituzione Ue nei referendum francese e olandese: un no globale all'Europa, più che a un mucchietto di articoli che nessuno ha letto. Romano ascolterà pure gli umori italiani nel capannone bolognese, ma ha fatto il sordo coi popoli europei. Quando, prima del patatrac, si pose il dilemma: «Approfondire l'Ue o allargarla?», Romano rispose: «Dobbiamo fare tutte e due». E si sono visti i risultati. Ha fatto lo stesso in questa campagna elettorale. «Risanare i conti pubblici o rilanciare l'economia?», si è chiesto retoricamente. «Le due cose insieme», si è risposto il taumaturgo. Se tanto mi dà tanto, salvaci o Signore! Il Financial Times ha tirato le somme del quinquennio di Prodi in modo tacitiano: «La sua performance è stata orrenda».
Capitolo a sé, sono i rapporti che Prodi ha avuto col Cav. Ha sempre tifato Parigi e Berlino contro Roma (e Londra). No a Bush, no ai soldati in Irak, no alla solidarietà con Israele, sul muro e le rappresaglie antiterrore. Peggio, sul piano personale. Incontrando il Cav ai Consigli europei, Romano si è tenuto distante, ha inalberato un viso da funerale e fatto smorfiette di disprezzo ammiccando ai vicini. Fair play, zero. Il giorno inaugurale del semestre di presidenza italiana Ue, ci fu nell'Aula di Strasburgo il battibecco tra il socialista tedesco Martin Schulz e Berlusconi. Il teutone disse che Berlusconi doveva stare in galera e non lì. Il Cav reagì con un sobrio: «Kapò». Prodi si imbarazzò per la reazione, non per ciò che l'aveva provocata. Nel successivo pranzo offerto dall'Italia, Romano, cravatta scura e faccia a lutto, comparve appena e un quarto d'ora dopo era sparito.
Sulla presidenza Ue di Romano non saprei che altro dire. A rigore, avrei anche finito questa carrellata su Prodi. Ma qualcosa mi è rimasta nel gozzo. Consentitemi di ripescare due episodi del lungo racconto che ho fatto. Mi hanno colpito mentre scrivevo, come se li avessi capiti per la prima volta.
È incredibile, mi sembra, che dopo 28 anni Prodi non abbia ancora confessato da chi ha saputo di Moro segregato a Gradoli, o Via Gradoli che sia. In un'aula di Tribunale, il teste che indica come fonte di una notizia, un sogno, la Madonna pellegrina o una seduta spiritica, è arrestato all'istante per reticenza. Lasciamo la galera, che non si augura a nessuno. Lasciamo che, se questo scheletro lo avesse Berlusconi, apriti cielo. Lasciamo che il sospetto di tutti è che Prodi abbia saputo di Gradoli tramite contigui delle Br, che ne conosca i nomi e che da 28 anni li taccia. Lasciamo che in Italia l'omertà è di casa. Lasciamo tutto. Però, mi chiedo, se fossimo negli Usa, che possibilità di carriera avrebbe avuto un simile politico? Nessuna. Al massimo, faceva il medium a vita.
Poi, c'è la faccenda della Sme. Una storia di fantastica impudenza. Pensate solo questo: quando nel maggio del 1985, Prodi è pronto a cedere all'amico De Benedetti la quota Sme in mano all'Iri (65-70 per cento) per 497 miliardi di lire, sa, per sua ammissione, cha vale tre volte tanto.
L'ho già accennato altrove. Tre mesi prima, in febbraio, il ministro liberale dell'Industria, Renato Altissimo, dice a Prodi che la multinazionale Hainz è interessata all'acquisto. Ne discutono a pranzo nella foresteria dell'Iri. Lasciamo parlare Altissimo, la cui testimonianza è in un verbale del Tribunale di Roma (ma lo aveva già raccontato ai giudici di Milano). «Prodi mi disse con una risata che non esisteva lontanamente l'ipotesi di vendere la Sme, che era la cassaforte dell'Iri... (poi aggiunse, ndr) «Hai idea di quanto si potrebbe vendere una cosa del genere? Stiamo parlando di mille cinquecento miliardi, forse di più». Tre mesi dopo, non solo cede l'intoccabile «cassaforte», ma la offre a tre volte meno. Altissimo non è mai stato smentito. Con Prodi ho concluso.
(8. fine)