Prodi inventa l’Ulivetto: avanti senza Margherita

Dichiarazione telegrafica: «Il Paese ha bisogno di un governo che affronti le difficoltà dell’Italia»

Luca Telese

da Roma

«Ho deciso di promuovere una lista per tenere aperta la prospettiva dell’Ulivo». Lo dice così, secco, duro, con la mascella serrata. Subito dopo succede di tutto. Sguardi che si incrociano, bocche che rimangono aperte a metà: colpo di scena assoluto e rumore di cristalleria che si infrange in casa del centrosinistra. Romano Prodi non molla, rilancia, sfida il suo grande nemico Francesco Rutelli, sceglie di fare l’unica cosa che tutti i suoi colleghi di partito ritenevano impossibile.
Se fosse una partita a scacchi, lo strappo del Professore sarebbe come la mossa del cavallo, che spiazza l’avversario con un movimento asimmetrico. E così non è facile capire. La sequenza è questa: Prodi entra nel saloncino della sua sede di piazza Santi Apostoli alle otto di sera, dopo una giornata d’inferno. Davanti a lui c’è di tutto: giornalisti accalcati, collaboratori sudati, militanti arroventati. Tutto sembra che si sia già consumato. Rutelli è già uscito - nero - annunciando di lì a poco una conferenza stampa della Margherita. Piero Fassino ha superato il cordone delle telecamere (una se l’è presa pure in testa!) con una frase non ostile ma interlocutoria. Tutti sanno già che dietro le belle porte del salone c’è stato uno scontro al coltello e si chiedono come il Professore ricucirà. Be’, sorpresa: Prodi non ricuce affatto. Entra anzi con il dito puntato verso i suoi supporter in fondo alla sala (per tacitare l’applauso), il cipiglio severo delle occasioni gravi. Zittisce tutti e addirittura rilancia: «Di fronte alla ribadita decisione della Margherita di non partecipare alla lista unica della Fed, di cui non posso che prendere atto, ho deciso di promuovere una lista per tenere aperta la prospettiva dell'Ulivo. Il Paese - dice - ha bisogno di un governo capace di prendere le misure necessarie per affrontare le grandi difficoltà dell'Italia». Stop, finito, tutto qui. Farà sorridere, ma la più grande crisi politica del decennio a sinistra si consuma con una dichiarazione che pare un telegramma.
È un uomo solo al comando, che decide. Il Professore scompare, e i giornalisti si ritrovano intorno al ciuffo curato e argenteo del suo portavoce, Ricky Franco Levi. È in maniche di camicia, parla fuori dai denti, non nasconde nulla: «Mi chiedete quando l’ha deciso? Venti minuti fa, chiuso in una stanza, da solo. I leader fanno così». I taccuini si spalancano, i giornalisti si fanno increduli: «Ma come? E Rutelli e Marini quando lo hanno saputo?». Levi, con appena un accenno di sorriso: «Non lo hanno saputo. Lo stanno apprendendo adesso... da voi!». Ma nella lista chi ci sarà? Levi scuote la testa: «Tutti quelli che ci vorranno stare. Visto che la proposta è nata adesso, vedremo in tempo reale chi aderisce». I cronisti, sempre più increduli: sarà una lista di Prodi in competizione con la Margherita? Il portavoce fa no-no, energico: «E chi l’ha detto? è una lista aperta, è una proposta sul tappeto. Purtroppo, lo avete constatato voi stessi, è la Margherita che si è tirata fuori da sola». E gli altri? Stavolta il sorriso del portavoce si allarga: «Gli altri vedremo». Già, gli altri: Enrico Boselli, il leader dello Sdi, l’unico imperturbabile, ha già fatto capire che sta con lui. A tamburo battente aggiungerà: «Apprezzo la scelta di Prodi». Luciana Sbarbati, l’unica «leaderessa» (segretaria dei Repubblicani) è la più prodiana del quartetto, fugge nel suo vestitino nero, ed è sicuro che ci stia. Restano, ovviamente, il socio più importante, i Ds. Ma i rutelliani capiscono solo alle otto di sera che evidentemente la mossa di Prodi è stata preparata: forse Fassino era già stato consultato preventivamente, il giorno prima, ma il compartimento stagno ha tenuto. Così la bilancia dei rapporti di forza oscilla, per tutta la serata. Alle otto e mezzo Rutelli parla a pochi metri, nella sede meravigliosa del Nazzareno, da solo davanti ai microfoni al tavolone della sala. «Sono incredulo» dice. Si fa quasi sarcastico sulla «decisione solitaria di Prodi», si augura che il Professore «non arrivi a dare un contributo di frammentazione». Ma la verità è che uno strappo di quella portata non se lo aspettava nessuno, tutti i rutelliani erano convinti che Prodi avrebbe accettato, obtorto collo, il diktat rinunciando alla lista dell’Ulivo. Adesso come si può combattere voto per voto con il proprio leader? Rosy Bindi, che fino all’ultimo aveva provato la mediazione con Enrico Letta si aggira come una gatta nel terrazzo della sede, apostrofa Beppe Fioroni: «Non ve l’avevo detto che finiva in un casino? L’avevo detto o no?». Lui, il mariniano di ferro allarga le braccia e sorride. E lei: «Ridi, ridi... te lo dico io come va a finire. Finiremo tutti a fare la lista uniti nell’Ulivo. E intanto la frittata è fatta». Un rutelliano come Rino Piscitello, pensa l’opposto. E anche Fioroni mette le mani avanti: «Ma ragazzi, pensate che i Ds faranno la lista? Aspettate, aspettate...». Già aspettare: il braccio di ferro è appena iniziato. Rutelli dice apertamente che porrà il veto ad ogni utilizzo del simbolo dell’Ulivo, e inserirà il ramoscello della Margherita. Chi pensa che l’avrà vinta lui dice che Prodi resterà isolato, chi sostiene il contrario ricorda che nel 1999, alle Europee, Marini con il suo Ppi pensava di prendere il 12 per cento e si fermò al sei, dopo aver detto: «Io al somaro (la lista di Prodi, ndr) gli spezzo le ossa». Mesi fa Prodi disse: «Scorrerà il sangue». Almeno su questo ha avuto ragione.