«Con Prodi tassate le eredità oltre i 180mila euro»

Adalberto Signore

da Roma

La prima, candida e sibillina risposta che Silvio Berlusconi «regala» a Ballarò è il termometro esatto di un premier deciso a non lasciarsi sfuggire neanche una palla. Perché - questo ha ripetuto ai suoi nelle ore che precedevano il ritorno in quella che lui stesso chiama «la fossa dei leoni» - questa volta «non avrò incertezze» e «non mi farò imbavagliare» da nessuno, a costo di «ribaltare il tavolo». Così, quando Giovanni Floris gli chiede conto del «veto» su Massimo D’Alema la replica del Cavaliere è ai limiti della provocazione. «Per puntiglio», dice con un sorriso. «Siccome l’ultima volta è stato lui a non volermi a Ballarò - spiega - gli ho restituito la cortesia». Un termometro, dicevamo, perché Berlusconi andrà avanti così tutta la sera, senza perdere mai l’occasione per incrociare il fioretto (e il più delle volte la sciabola) con Fausto Bertinotti e Emma Bonino. Con aggressività, ma senza mai perdere il senso della misura e dell’ironia, come quando parla dei dati Istat («se li criticate mi alzo e me ne vado...», dice tra il serio e il faceto). E applicando con metodo scientifico quello che con metafora calcistica si potrebbe definire un asfissiante pressing a centrocampo: interrompere la manovra avversaria appena la palla passa la metà campo.
È questo il leit motiv della trasmissione, che Floris governa a fatica e con un solo vero passo falso: quando chiede alla regia di abbassare i microfoni dello studio per mettere fine a un vero e proprio scontro all’arma bianca tra il premier e la Bonino. Il primo a provocarla sulla Cina con il sorriso sulle labbra («lei difende eccidi di massa di cinquant’anni fa, questa è storia»), la seconda visibilmente irritata. E ancora: «Quando ho detto che lei è una protesi di Pannella non volevo offenderla, basta vedere la radice del termine che significa “al posto di”». «Bravo presidente, sa anche il greco!», replica l’esponente radicale. Poi lo show del premier. Che vede la Bonino e Bertinotti polemizzare fuori inquadratura, si alza e raggiunge Floris al centro dello studio che sta per lanciare un servizio sul fisco. «Ora le do qualche consiglio - dice sorridendo - perché il fatto interessante è quello che sta succedendo tra Bertinotti e la Bonino...». Ma l’ex commissario Ue non molla la presa, si alza e va pure lei a presidiare il centro dello studio. Querelle chiusa dal conduttore: «Abbassiamo i microfoni e via con il servizio».
Berlusconi non arretra di un passo e attacca su tutti i fronti. Puntando, a differenza di quanto fece con Diliberto a Matrix e con Prodi nel faccia a faccia su «Raiuno», proprio su quegli argomenti che più dividono i due alleati dell’Unione in studio. Duettando alle volte con Floris, altre con il pubblico. E con Bertinotti il duello va in scena quasi subito, dopo che il segretario di Rifondazione dichiara la propria «solidarietà» ai giornalisti dell’Unità («non può attaccarli, non sono presenti!»). «È ridicolo. Loro - replica - mi attaccano sempre. E io dove sono?». Con il leader della Dc Gianfranco Rotondi disposto a cedere il suo tempo al premier, Ballarò diventa una sorta di uno contro tutti. «Posso..», prova Floris per contenere Berlusconi. «No che non può, sto parlando... non si intrometta!». Poi ancora uno scontro con Bertinotti, questa volta sull’occupazione. Chiude ancora il conduttore: «Tenetevi tutto, c’è la pubblicità. Pub-bli-ci-tà!».
Si torna in studio, si torna all’occupazione. Berlusconi: «In Italia l’unico vero precario è Prodi». Bertinotti: «Non si fa così! Vi state avviando verso il sovversivismo delle classi dirigenti». Floris: «Ho una forte lombosciatalgia». Poi il premier attacca i Radicali («non credo che perderò, salvo i regali della Bonino che daranno 63 seggi alla sinistra») e invita a votare per «quelli veri» (i Riformatori liberali di Benedetto Della Vedova). Attacca sui condoni: «Non sono così negativi visto che l’Unità, l’Unipol e il signor Prodi, in una società in cui è presente un suo familiare, ne hanno usufruito» (il leader dell’Unione ha replicato annunciando querela). Poi sulla sentenza Sme: «Tutto ciò che ho fatto da imprenditore ha un percorso fiscale ineccepibile». L’affondo arriva sulle tasse di successione. «La volete rimettere, Bertinotti quale è il limite della ricchezza?», chiede il premier. Replica: «Quello di prima». «Bene - gongola Berlusconi - sono 350 milioni di lire. Italiani, sappiate che con la sinistra, tornerà la tassa di successione per i beni oltre i 350 milioni di lire».
Si chiude così, con Berlusconi che ribadisce che resterà in politica anche in caso di sconfitta («sono il baluardo della democrazia del Paese») ma che si dice sicuro di vincere («da 60 anni gli italiani non si fidano dei comunisti»). Poi lascia soddisfatto via Teulada: «Ragazzi - dice ai giornalisti fuori dagli studi - finalmente c’è una notizia: questi vogliono ripristinare la tassa di successione a 180mila euro, quanto vale un negozio o un appartamento e cioè i risparmi di una vita. Ipse dixit». Chi? «Ma Bertinotti!».