Promesse elettorali e tesoretti fantasma

Il dibattito sulla distribuzione del cosiddetto tesoretto fiscale, ovvero quei milioni di euro in più incassati dallo Stato rispetto alle previsioni, nasconde alcune incertezze ed alcune opacità che vale forse la pena trattare. Perché potremmo accorgerci che il tesoretto non c’è e che il governo sta discutendo o trattando la distribuzione di qualcosa che esiste solo sulla carta, creando i presupposti per cocenti delusioni o nuovi buchi di bilancio.
Il cosiddetto «tesoretto» o bonus fiscale nasce dalla previsione, fatta dal governo appena tre mesi fa, di incassi tributari ed extratributari per il 2007 che, benché inferiori alle spese, avrebbero comunque condotto il deficit pubblico al 2,8% del prodotto interno lordo, traguardo concordato con l’Unione Europea per il rispetto della ortodossia finanziaria. Diciamo subito che un tesoretto c’è stato anche nel 2006, perché anche l’anno scorso il fisco ha incassato più del previsto, grazie principalmente alla ripresa dell’economia ed alla finanziaria di Tremonti, ma non ce ne siamo accorti perché il governo ha destinato l’extragettito a pagare il costo della sentenza europea sul rimborso Iva delle auto aziendali ed a saldare i debiti delle Ferrovie. Insomma entrate impreviste hanno finanziato spese impreviste.
Ma alcuni conti non tornano già analizzando i numeri del 2006. Il 12 dicembre, infatti, il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, riferendo in Parlamento sui dati dell’intero anno che ormai stava concludendosi, affermava che i maggiori incassi fiscali sarebbero ammontati nel 2006 a 36 miliardi di euro; a 38 miliardi di euro, invece, precisava il suo capo, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, pochi giorni fa nella Relazione trimestrale di cassa. Che fine hanno fatto quei 2 miliardi di euro in più? Non sono andati a migliorare il parametro deficit/pil del 2006 che è rimasto immutato, ma non sono stati nemmeno contabilizzati nei conti del 2007, se no la Relazione lo avrebbe indicato. Infatti, nella Relazione trimestrale, una nota introduttiva chiarisce apprezzabilmente il senso di marcia dei conti pubblici e indica che l’entità dell’extragettito (il «tesoretto») è data dalla differenza tra l’obiettivo che abbiamo assunto con l’Europa (il rapporto deficit/pil del 2,8%) e quello che oggi appare realisticamente prevedibile alla fine dell’anno (il 2,3%); si tratta di mezzo punto percentuale di prodotto interno lordo in meglio, che equivale a 7,5 miliardi di euro.
Nessuna traccia ancora dei 2 miliardi fantasma ereditati dal 2006. Chi li spenderà? E soprattutto chi li incasserà? E veniamo ai presunti 7,5 miliardi in più del 2007. È bastato che un documento ufficiale ne indicasse l’esistenza perché da parte di sindacati, imprenditori, partiti della maggioranza si scatenassero pretese, candidature, appetiti di gran lunga più corposi della stessa cifra teoricamente disponibile, per spese di assistenza, sostegno alla famiglia, cassa integrazione, abolizione dell’Ici, aumento delle pensioni minime ed altro. In realtà esistono almeno due elementi che dovrebbero gelare ogni aspettativa. Il primo è che il presupposto dell’improvviso benessere fiscale, cioè la previsione di un rapporto deficit/pil pari al 2,3%, è legato a stime e previsioni che non è detto che nei prossimi 8 mesi non cambino in peggio: basti pensare per esempio che il solo aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico è costato lo 0,5% del Pil ed ancora di più potrebbe costare con i prossimi rialzi come il governatore della Banca centrale europea ci ha prudentenemente già fatto osservare. Il secondo, e forse ancor più decisivo, è che le previsioni di entrate e spese fatte oggi sono state elaborate «a legislazione vigente», cioè considerando che lo scalone pensionistico previsto dalla legge Maroni resterà in vigore e che il governo procederà a modificare i coefficienti di trasformazione delle pensioni, cioè e tagliarle. Ma sono proprio le leggi in vigore che il governo e la sua maggioranza vogliono abolire o disapplicare. Sicché solo per queste due voci e per l’atteso aumento dei tassi di interesse, già oggi appare chiaro che il «tesoretto» da spendere non c’è. In compenso, tra meno di due mesi ci sono elezioni amministrative in mille comuni e in qualche regione. Serietà e rigore politico richiederebbero sempre ed ovunque di non scambiare consenso elettorale con spesa pubblica, meno che mai quando si rischia di spendere denaro che non c’è.
b.costi@tin.it