Proposta per uscire da Affittopoli

L’ultima inchiesta del Giornale sugli affitti di favore riservati a politici, giornalisti e magistrati obbliga a riflettere sulla situazione vergognosa in cui versa la gestione degli immobili di proprietà statale. È infatti evidente che Affittopoli rappresenta solo la punta dell’iceberg di un disastro ben più ampio: quello delle case costruite o comunque gestite da comuni, regioni e altri enti pubblici.
Dalle Alpi alla Sicilia, sono proprio tanti gli appartamenti malamente amministrati e spesso in condizioni inqualificabili. Per giunta, un tratto ricorrente di tali gestioni è l’alto livello di morosità, poiché - anche se devono versare solo cifre simboliche - molti tra quanti godono del beneficio di un appartamento a basso prezzo si sottraggono perfino a questo obbligo. Più in generale, l’arcipelago dei quartieri posseduti da enti statali è un gigantesco monumento al degrado e allo spreco, oltre che la dimostrazione di come non si debbano gestire risorse che, almeno in linea teorica, dovrebbero essere usate con efficacia per aiutare i ceti più deboli.
Tanto più che non sempre le case vanno davvero agli indigenti. Anche in assenza di imbrogli, raggiri o espliciti favoritismi, con il sistema delle graduatorie in molti casi succede che ottengano un appartamento famiglie in condizioni disagiate, le quali restano però titolari di quel contratto anche quando le cose per loro migliorano in maniera significativa. Se in Italia per un privato è quasi impossibile riuscire a sfrattare un inquilino, figuriamoci per un ente pubblico! La conseguenza è che in tal modo non si aiuta chi ne ha più bisogno: viene favorito chi non ne ha diritto e si rinuncia ad assistere i più deboli.
Per ovviare a questo, fin dal 2004 l’Istituto Bruno Leoni ha proposto di mettere in cantiere un vasto programma di cessione degli immobili pubblici, con l’obiettivo di convertire questi beni in capitali mobili da donare a fondazioni territoriali, le quali usino tali risorse per finanziare assegni monetari provvisori (di uno o due anni) a vantaggio di chi ne ha effettivamente necessità. Invece che dare un appartamento a basso prezzo, insomma, si propone di concedere un sostegno in denaro.
In questa maniera si porrebbe fine alla follia degli enti regionali alle prese con i mille problemi della manutenzione, ma soprattutto si inizierebbe a rimediare alla «segregazione urbanistica» che deriva dalle attuali politiche abitative. Attribuire un buono-casa, che la famiglia può utilizzare dove vuole, è infatti del tutto differente dal costruire quartieri-ghetto riservati a specifici gruppi socialmente disagiati. Quale futuro può immaginare, infatti, un ragazzo che cresca entro un contesto che assomma solo situazioni critiche?
Gli onorevoli o i magistrati che durante il giorno vestono da inquisitori e che poi, a fine giornata, tornano a prendere possesso dei loro appartamenti da «privilegiati di regime» devono suscitare una reazione indignata, e i canoni calmierati di cui godono sono certo qualcosa di scandaloso. Ma tutto ciò deve rappresentare in primo luogo l’opportunità d’imprimere una vera svolta culturale, restituendo al mercato una larga parte del patrimonio immobiliare e realizzando una politica sociale più efficace e responsabile.