La prova che Prodi sbaglia i conti: la spesa pubblica scende del 4,4%

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Fabrizio Ravoni

da Roma

Qualcosa non torna. Ora, in agosto, si scopre che dopo il buon andamento delle entrate fiscali (cresciute del 12,3% nei primi sei mesi dell’anno), nei primi cinque mesi dell’anno anche le spese si sono ridotte. E non di poco: del 4,4%, scrive la Ragioneria generale dello Stato nella sua Relazione al Parlamento. La Ragioneria dice che ha anche funzionato la «regola del 2%» per contenere la spesa: grazie a questa «regola» la spesa diretta è scesa del 13,14%. Eppure dalla verifica sulle condizioni della finanza pubblica (la due diligence), avviata dal governo Prodi appena insediato, emergeva un quadro che indicava un deficit in viaggio fra il 4,1 ed il 4,6% del pil, a fronte di uno del 3,8% previsto dal governo Berlusconi. Con ministri che denunciavano quadri di finanza pubblica vicini a «quelli del 1992». Era il 6 giugno. Le date sono importanti.
Ma se migliorano (di tanto) le entrate e si riducono (di parecchio) le spese - come dimostrano i dati degli uffici dell’Economia - come fa a peggiorare il deficit? Sia l’Agenzia delle Entrate sia la Ragioneria generale dello Stato hanno un monitoraggio continuo e costante dei flussi in entrata ed in uscita. Ne consegue che quando sono stati resi noti i risultati della due diligence, il quadro doveva essere noto. Ed ancora di più doveva essere noto il 7 luglio scorso, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef).
Eppure, pur in presenza di un aumento delle entrate e di un forte taglio alle spese (che riguarda, rispettivamente, i primi sei ed i primi cinque mesi dell’anno) in quel documento d’inizio luglio vengono confermate le cifre delle due diligence. Il deficit per il 2006 viene portato al 4,0%, dopo la manovrina dello 0,1%. E per il 2007 ne viene stimato uno al 4,1%; da cui ne discende che per riportarlo sotto il 3% serve una legge finanziaria fatta da 20 miliardi di correzione e da 15 miliardi di rilancio. Dopo i dati della Ragioneria, qualcosa non torna.
Per modificare le dinamiche di finanza pubblica non basta la bacchetta magica. Ne consegue che, così come per il miglioramento delle entrate, la riduzione delle spese dipende da decisioni assunte dal precedente governo. Ed ora anche da autorevoli esponenti della sinistra, come Luigi Spaventa, viene l’invito a modificare il quadro di finanza pubblica, disegnato con il Dpef. Alla luce dei dati sulle entrate e sulle spese è quantomeno da aggiornare. Perché delle due, l’una: o il quadro di finanza pubblica non era «ai livelli del 1992», oppure non serve una finanziaria da 35 miliardi. E, quindi, deve essere modificato il deficit tendenziale del 2007, sul quale dev’essere calcolata la Finanziaria.
Anche perché la riduzione della spesa pubblica, segnalata dalla Ragioneria, non è frutto di misure una tantum (come poteva essere il decreto taglia spese); ma di fenomeni destinati a ripetersi nel tempo. A fronte di un risparmio complessivo di 6,4 miliardi registrato nei primi cinque mesi dell’anno, solo poco meno di 2 miliardi dipende da riduzione dei flussi di cassa; il resto è riduzione della spesa in conto capitale.
Ma è tutta la finanza pubblica a registrare gli effetti di contenimento della spesa, decisi con la finanziaria 2006. Dai consumi intermedi ai trasferimenti agli enti locali. Mentre sono aumentate le spese per il pubblico impiego (i rinnovi contrattuali di scuola, vigili del fuoco ed arretrati ai dipendenti pubblici), l’assistenza familiare (bonus bebè e non solo), ed investimenti per le imprese (comprese le Fs, per le quali i contributi hanno sostituito l’apporto al capitale sociale, sotto osservazione da Eurostat). Ma anche sugli interessi sul debito pubblico.
I dati forniti dalla Ragioneria, infine, confermano il buon andamento delle entrate. Nei primi cinque mesi dell’anno il gettito tributario è cresciuto del 15%. Qualche giorno fa un altro dipartimento del ministero aveva annunciato che le entrate dei primi sei mesi dell’anno erano aumentate del 12,3%.