Prova di resistenza

Caro Direttore, Francesco Giavazzi, economista di qualità, in un editoriale sul Corriere della Sera afferma che il nuovo ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, si trova in una condizione politica di debolezza simile a quella in cui si trovò Guido Carli ministro del Tesoro dell’ultimo governo Andreotti (’89-92). La debolezza di Carli, a fronte della presunta condizione di forza di Carlo Azeglio Ciampi, era dovuta, secondo Giavazzi, al fatto che egli era stretto tra il ministro delle Finanze Rino Formica e il sottoscritto ministro del Bilancio, entrambi poco inclini alle privatizzazioni. Mi spiace per Giavazzi e per la sua autorevolezza, ma il suo ricordo è totalmente sbagliato. Ricordiamo i fatti. Carli, Formica e il sottoscritto in quei tre anni di governo disciplinarono il mercato dei capitali, condizione essenziale per favorire il processo di privatizzazione delle grandi aziende pubbliche. Videro, così, la luce la legge sull’Offerta pubblica di acquisto (Opa), sull’insider trading, sulle Sim, sulle fondazioni bancarie, sulla riforma della Consob e via di questo passo. Contestualmente nel 1991 cominciammo a collocare sul mercato alcune aziende pubbliche come quelle alimentari possedute dalla Sme che furono acquistate da Barilla, dalla Ferrero e dalla Parke-Davis e tante altre come la Cementir la cui asta pubblica vide la vittoria del gruppo Caltagirone sulla Fiat dando allo Stato un incasso molto più alto di quello previsto.
Ma non è finita. Alla fine dello stesso ’91, in occasione della presentazione della legge finanziaria, a firma Andreotti, Carli, Formica e del sottoscritto, fu varato il primo decreto legge sulle procedure per avviare le privatizzazioni di parte rilevante del grande patrimonio pubblico presente nell’economia reale. Questi, per sommi capi, i fatti.
Per quanto, invece, riguarda la qualità del processo di privatizzazione quel governo e le forze politiche che lo sorreggevano avevano un’idea profondamente diversa e più moderna di quella che fu poi seguita dal governo Prodi e dal ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi. La nostra linea, infatti, si muoveva da una convinzione profonda e cioè che nel credito, nell’industria e nei servizi il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche dovesse servire ad un rilancio del ruolo del capitalismo italiano nel più generale riassetto del capitalismo europeo nel quale si muovevano altre grandi aziende pubbliche, innanzitutto francesi e tedesche. Di questa linea che metteva insieme liberalizzazione dei mercati, privatizzazioni e interesse nazionale fu testimone autorevole, oltre che suggeritore prezioso, Giuliano Amato in rappresentanza dell’allora Partito socialista di Bettino Craxi. Di lì muovemmo, ad esempio, per vendere il Crediop e l’Imi al San Paolo di Torino discutendo a lungo sulla bontà di una fusione alternativa con la Cariplo.
Per dirla in breve, pensavamo che uno Stato che aveva nelle proprie mani il 25 per cento dell’economia reale poteva e doveva giocare un ruolo nel riassetto industriale e finanziario europeo senza innescare un perverso processo di colonizzazione del Paese. Nella seconda metà degli anni Novanta la presunta forza di Carlo Azeglio Ciampi ricordata da Giavazzi e l’abilità, che spesso nella vita è un’aggravante, di Mario Draghi consegnarono pezzi rilevanti dell’economia italiana per un valore di 150 miliardi di euro al capitalismo internazionale senza alcuna reciprocità. Per fare un solo esempio, la liberalizzazione del mercato elettrico e la privatizzazione dell’Enel ha fatto sì che il secondo produttore elettrico italiano diventasse lo Stato francese attraverso la sua Eléctricité de France. È inutile ricordare le bacchettate che il sistema finanziario e industriale francese ha dato ultimamente alla nostra Enel che si era permessa solo di pensare ad un’Opa sulla cugina Suez.
Non ce ne vorrà il professor Giavazzi se, stando così le cose, noi rimpiangiamo la «debolezza» di Carli e condanniamo la forza di Carlo Azeglio Ciampi che con disinvoltura e senza creare investitori istituzionali come i fondi pensione mise mano ad una poderosa svendita di aziende pubbliche, rendendo così il nostro Paese sempre più subalterno e riducendolo ad un mercato da conquistare (ultimo esempio la vicenda Autostrade). Per carità di patria e per brevità di tempo non facciamo l’elenco di quelle tappe sciagurate (dalla Telecom alla Bnl) che farebbero arrossire quanti hanno immaginato che liberalizzazioni e privatizzazioni fossero da sole e senza alcuna guida politica risolutrici dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese. Su questo terreno misureremo prossimamente la saggezza di Prodi e di Padoa Schioppa nel resistere a quelle mosche cocchiere di una finanza internazionale che vuole ridurre l’economia italiana, parafrasando Metternich, ad una espressione geografica.
*Presidente del Gruppo Dc-Psi