Prove false: in carcere 25 anni da innocente

Lorenzo Amuso

da Londra

Venticinque anni rinchiuso in galera, rimbalzato tra diciotto diversi penitenziari britannici, per un crimine che non aveva commesso. E ora che finalmente un tribunale d’Appello ha riconosciuto la sua innocenza, Paul Blackburn a 41 anni si guarda indietro senza trovare pace. «La mia esistenza è rovinata», implora con un filo di voce fuori dal tribunale londinese, consapevole che neppure l’ingente somma di risarcimento che ha già richiesto potrà restituirgli tutto quel tempo vissuto ingiustamente dietro le sbarre. «Tornare alla normalità? Non so cosa sia la normalità dopo tutti questi anni. Naturalmente sono arrabbiato, lo sono sempre stato. Ma cosa posso farci? Distruggere la mia vita con la mia stessa rabbia? È solo pericoloso per la mia salute mentale».
Il suo calvario con la giustizia ha inizio il 25 giugno 1978. Blackburn ha 16 anni e frequenta una scuola statale per ragazzi con problemi comportamentali. Quel giorno nel suo stesso paese, Warrington (Nord-Ovest Inghilterra), un bambino di 9 anni viene bastonato, ferito, seviziato e abbandonato sotto un cumulo di macerie. Le sue condizioni, quando viene trovato diciotto ore più tardi, sono disperate, in piena crisi ipotermica, con gravi lesioni agli organi vitali. Le indagini della polizia locale si concentrano fin da subito sulla scuola correttiva, Blackburn assieme agli altri ragazzi viene interrogato. Sembra addirittura che uno degli studenti confessi il crimine, ma non viene assunto alcun provvedimento. La scientifica non rileva alcun indizio, non ci sono testimoni né moventi. La polizia insomma sembra brancolare nel buio, ma insiste ugualmente su Blackburn. Lo ferma quattro volte prima del decisivo interrogatorio. Il ragazzo non viene condotto alla centrale, ma in un luogo isolato. E qui - è emerso dagli atti del processo della Corte d’Appello, sollecitata a riconsiderare il caso dalla Criminal Cases Review Commission lo scorso agosto - viene intimidito e minacciato fino a quando, dopo tre ore di incalzante inquisitorio in assenza di un rappresentante legale, accetta di firmare una dichiarazione di colpevolezza. La sentenza arriva dopo poche settimane: ergastolo per tentato omicidio e violenza sessuale. Una sentenza a vita per un’ammissione di colpa estorta e scritta su carta, da un anziano agente della polizia.
Nel marzo 1981 la sua prima richiesta di revisione viene respinta dalla Corte d’Appello. Negli anni successivi si ostina a dichiararsi innocente e per questo motivo non gode di alcuno sconto sulla pena. Il suo caso assume un rilievo nazionale ma nel 1995 l’allora ministro degli Interni, Michael Howard, ignora la raccolta di firme che chiede la riapertura dei fascicoli. Resta inascoltato anche il rapporto di un investigatore privato che rilegge le carte e valuta insufficienti le prove a carico di Blackburn. Finalmente nel marzo 2003 ariva la libertà condizionale. Ieri infine l’ultimo atto: la sentenza pronunciata da Lord Justice Keene, che ha mostrato i risultati di un esame linguistico, compiuto sulla presunta dichiarazione di colpevolezza, che dimostra come non possa esserne Blackburn l’autore. «La polizia ha mentito, lo abbiamo sempre affermato e queste ultime prove sono inoppugnabili», ha commentato soddisfatto il suo avvocato Glyn Maddocks, prima di accompagnare il suo cliente ad «ubriacarsi» di liberazione nel pub più vicino.