La psicologa che regala una seconda vita agli atleti

«Il mio lavoro è gestire i periodi di transizione: per un campione è difficile mantenere i piedi per terra. Ma l’importante è scorgere sempre un senso, anche oltre lo sport»

A 24 anni, Ian Thorpe ha scoperto «di avere ancora una vita intera da vivere» al di fuori del nuoto. Cinque ori alle Olimpiadi, undici titoli mondiali. Il più grande campione australiano di tutti i tempi: e i suoi connazionali, dopo un mese, non se ne fanno ancora una ragione. Tutti tranne uno. Si chiama Deidre Anderson, ed è la femme dietro il suo ritiro. È una psicologa dello sport: motiva gli atleti, ma non solo a vincere una gara. Dirige lo Sport and Recreation Department della Macquarie University di Sydney e il suo obiettivo è «aiutare gli atleti ad aiutare se stessi». Anche a scegliere di ritirarsi: come ha fatto già, in passato, con la regina australiana dei 400 metri, Cathy Freeman. Ha capito come doveva fare grazie a un’altra campionessa precoce, Shane Gould: tre medaglie a Monaco ’72, poi il ritiro, a sedici anni. È lei che ha consigliato a Thorpe di rivolgersi alla Anderson. Perché il nuoto era tutta la sua vita, come per Thorpe. Deidre Anderson - ha detto Thorpe - è stata «incredibile»: darà il suo nome «a ogni atleta in difficoltà».
Che cosa ha detto a Thorpe di così straordinario?
«Gli ho solo fatto delle domande: perché avesse cominciato a nuotare, come si sentisse all’inizio e oggi. E perché».
Tutto qui?
«Thorpe è un ragazzo incredibile per la sua età: ha una capacità straordinaria di recepire informazioni, interpretarle e rielaborarle».
Come è arrivato a decidere di lasciare il nuoto?
«Ha capito che cosa volesse davvero dalla vita e come la sua esistenza fosse cambiata. Ha sempre riflettuto da solo sul perché continuasse a nuotare: io ho normalizzato la sua esperienza».
Che cosa significa?
«Il mio lavoro è aiutare gli atleti di alto livello nei periodi di “transizione”: ad esempio, da junior a senior, dopo un infortunio, o per imparare a vivere senza lo sport».
Quali sono le difficoltà maggiori?
«Se non hai ben chiari i valori in cui credi, se non hai una rete solida di amici e di familiari intorno a te, è dura mantenere i piedi per terra. Ma bisogna scorgere un senso oltre lo sport, collocare l’impegno agonistico in prospettiva».
Che cos’è la motivazione per un atleta?
«Significa essere consapevoli di ciò che si sta facendo, soprattutto in un momento duro. Un campione si motiva da sé, sa ciò che fa: ha in se stesso la sua guida. Un atleta giovane, per ottenere i risultati cui aspira, qualche volta può aver bisogno di imparare a trovare questa guida. Per Thorpe era una condizione naturale: e quando ha capito che le motivazioni che l’hanno spinto a gareggiare erano ormai soddisfatte, ha deciso di smettere. Questo, però, non significa che non ami più il nuoto».
Non ha mai subito critiche per il suo ruolo?
«Nessuno può convincere un altro ad abbandonare la sua passione. Thorpe è stato il più grande campione australiano di tutti i tempi, ma questo non può influenzare il mio lavoro. A me interessa aiutare gli atleti, e non lasciarmi imprigionare dal potere della celebrità fa parte del mestiere. Per me i campioni sono delle persone che cercano di imparare qualcosa della loro vita: lasciare lo sport non è un fallimento. Come per Thorpe: è un guardare avanti, è immergersi in una nuova sfida: quella della vita quotidiana».