La psicologa: "Ecco perché in cella non crollano più"

Slepoj: "A Perugia come nel caso di Novi Ligure, i giovani sembrano indifferenti alle tragedie perché vivono scissi dalla realtà"

Alberto Stasi, il bocconiano indagato per il delitto di Garlasco, in cella era «calmo, anche troppo calmo», dissero gli psicologi. E i due fidanzatini di Perugia? Lei, l’americana, dal carcere ha chiesto una chitarra; lui, il laureando, che ieri ha ricevuto la visita del cappellano, ha chiesto libri e pare legga moltissimo. La disperazione, che farebbe crollare qualsiasi persona finita per la prima volta dietro le sbarre portandola o a confessare o a gridare la propria verità costi quel che costi, sembra lontana da questi volti pallidi e angelici; malgrado la tragedia che si è abbattuta sulle loro vite e quelle di altri.

Vera Slepoj, presidente degli psicologi, vede analogie addirittura somatiche tra i protagonisti. «Premesso che parliamo di presunti innocenti, è inquietante vedere come certi delitti maturino tra giovani apparentemente senza problemi reali ma, anzi, dal comportamento socialmente irreprensibile. In realtà, spesso esiste una scissione tra il ruolo all’interno della famiglia e un mondo interno tenuto rigorosamente al riparo da ogni controllo. Quest’“isola” resta paradossalmente integra anche dopo un delitto, vissuto non come tragedia ma come sballo emotivo, come gioco sociale».

Scusi, ma il conflitto generazionale non è sempre esistito?
«Una volta il giovane si metteva in contrapposizione con i genitori per costruirsi una propria identità. Oggi molti giovani hanno una sfiducia a priori verso il mondo degli adulti, vanno bene a scuola ma si rifugiano in un delirio di onnipotenza, di cui a volte vediamo i contorni solo su internet».

Lei si occupò di Erika e Omar e parlò di una generazione addestrata al cinismo...
«Esatto, ma i campanelli d’allarme ci sono eccome: indifferenza, intolleranza verso la diversità, incapacità a provare sentimenti autentici. Non mi stupisco che non si pentano di quello che hanno fatto».

Se fossero colpevoli, è possibile che non si rendano conto della gravità del loro gesto anche nella solitudine di una cella?
«I giovani che compiono questi delitti vivono in un universo narcisistico-infantile svincolato dalla realtà e dai suoi codici etici e morali. Sono attratti da emozioni forti come droga, alcol, sesso estremo e violenza che fungono da antidepressivi a un disadattamento simile alla schizofrenia. Essendo più legati alle loro pulsioni interne che alla realtà, il luogo paradossalmente fa poca differenza, sopravvivono nel loro delirio».

Lei ha più volte puntato l’indice contro i genitori. È loro la responsabilità?
«Sì. I genitori sono spesso loro stessi adolescenti e non instaurano nessun confronto, nessuna regola; ossessionati dal fatto che il figlio abbia tutto, abdicano al “no” e alla propria genitorialità. Così i figli non imparano a elaborare il concetto di “perdita”, indispensabile allo sviluppo psicoaffettivo».

Torniamo al caso di Perugia. Il più disperato sembra Lumumba, l’africano...
«Lo credo. Rispetto a una cultura occidentale sempre più malata, l’extracomunitario viene da un vissuto in cui valori come la famiglia, la spiritualità e il giudizio della comunità hanno ancora un senso profondo. Chi non li rispetta è un traditore».

Elisabetta Ballarin, la ragazzina acqua e sapone delle Bestie di Satana, dopo la condanna a 24 anni disse invece alla mamma: «Tranquilla, quando uscirò tornerò ad avere 20 anni grazie a un microchip».
«L’onnipotenza è tale che non ci si rende più conto che la vita finisce. Se ci fosse la percezione della perdita ci sarebbe pentimento e dolore. Invece...».

I giudici dicono che neppure Erika si è pentita...
«Lo so».