Punito il diritto di essere figli

C’è un diritto vagamente riconosciuto che invece dovrebbe essere affermato con vigore morale e con convinzione culturale: è il diritto di essere figli, è il diritto di avere una famiglia. Semplice ed elementare, eppure disatteso come se fosse un colossale problema da risolvere. Dove sono finiti 34mila bambini? Sono i piccoli abbandonati della legge 149. La legge prevedeva che il 31 dicembre dell’anno scorso venissero chiusi gli orfanotrofi. Normativa rispettata; ma come attuata? I bambini dovrebbero essere accolti in centri di assistenza più ridotti e quindi meglio gestibili dei tradizionali orfanotrofi spesso fatiscenti e inadatti a svolgere decorosamente la loro funzione. Non abbiamo resoconti certi su come sia stato realizzato l’esodo dagli orfanotrofi e l’ingresso nei centri. Sembra che ci siano problemi nel meridione d’Italia, tuttavia mi auguro di essere mal informato e che invece i bambini siano stati trasferiti bene e senza traumi.
C’è un «però», comunque, che non si può tacere. Supponiamo che i bimbi abbiano trovato adeguate sistemazioni nei centri di assistenza, però la legge 149 parla di un diritto alla famiglia dei bambini abbandonati e non si limita a normare la loro assistenza che, per altro, era ciò che veniva fatto anche negli orfanotrofi.
Ora, nella spregevole confusione che si fa oggi sul significato etico e storico della famiglia, finita nello stesso calderone delle coppie di fatto, delle unioni gay e di altre varie relazioni da notificare con raccomandata e ricevuta di ritorno, non ci sarebbe da stupirsi se il concetto di «assistenza» diventasse sinonimo di «famiglia». Insomma, una cosa è un bambino che viene assistito e un’altra cosa è un bambino che viene allevato in una famiglia. Nel primo caso il piccolo viene lasciato nel centro di assistenza, nel secondo caso viene dato in adozione. Non è una differenza che comporti ardui esercizi metafisici per essere compresa, eppure sembra ormai che l’idea di assistenza abbia surrogato o sostituito l’idea di famiglia, cosa di cui non ci si dovrebbe stupire proprio perché è sempre più diffusa una cultura che nega, misconosce il valore etico e sociale della famiglia.
I bambini abbandonati o sono stati tolti a genitori disgraziati che non potevano allevarli o, per i più diversi e drammatici motivi, non sono potuti crescere in una casa normale con un padre e una madre. In ogni caso una famiglia non l’hanno mai avuta. Ecco, allora, il mito dell’assistenza prendere corpo per risolvere, con una visione funzionalista e materialista, il problema dell’abbandono dei bambini. Si sostiene: questi piccoli nei centri di assistenza vivono mille volte meglio che nelle loro case d’origine con genitori mezzi delinquenti e mezzi drogati. Hanno di che mangiare, sono protetti dalle violenze, ricevono un’istruzione. Tutto vero, ma non dovevano essere inseriti in una famiglia, venire adottati come prevede la legge? Essere educati in una famiglia che li adotta e li cresce come propri figli è la stessa cosa che rimanere in un centro di assistenza? Sembra di sì: la famiglia è niente, o niente di diverso da un centro di assistenza.
Questa mistificazione etica e culturale non solo stravolge il senso della legge 149 ma blocca anche ogni riflessione sulla necessità di affrontare nuove normative a livello nazionale e internazionale per favorire le adozioni. E invece abbiamo leggi inadeguate, o perfino vuoti legislativi, che impediscono a migliaia di bambini abbandonati il diritto di avere una famiglia e a molte coppie senza figli di adottare un piccolo e crescerlo come un figlio.
C’è un ignobile mercato internazionale di orfani che si sviluppa tra le pieghe di cavilli giuridici, mentre le adozioni nazionali sono di una complessità estenuante. Adesso a questa situazione crudele che si accanisce sui bambini, si aggiunge una cultura che disgrega il significato della famiglia. Chissà che il prossimo governo, invece di appassionarsi con tanto entusiasmo ai Pacs, non prenda in esame il problema dell’adozione e non riconosca che una società civile non è degna di questo nome se non si appropria dell’idea che il diritto elementare di ogni bambino è di avere una famiglia.