Purtroppo per noi la Cina è troppo vicina

Mancano due settimane all’apertura delle Olimpiadi e siamo stufi prima ancora di iniziare. Già prevediamo le scontate dirette tv, i servizi collaterali dei grandi inviati che invece di raccontare le gare olimpiche faranno il colore e la moralina per dirci quanto è inquinata Pechino, quanto costano poco le scarpe e i falsi Gucci nei mercatini di Shanghai, quanta carne di cane si mangia nei ristoranti e altre banalità dell’armamentario. Se entrate in una libreria, l’invasione degli ultracorpi cinesi è già iniziata. Ogni editore, con molto tempismo e poca originalità, ha sfoderato la sua cineseria. Belle, brutte, più o meno esotiche. Se qualcuno volesse servirsi ecco un vademecum di cose digeribili: si va dalla inossidabile e sofisticata Bamboo Hirst di Vado a Shanghai per comprarmi un cappello (Piemme) ai Brothers di Yu Hua, che i critici definiscono «lo scrittore più estremo della Cina di oggi» (Feltrinelli) fino a Made in China (Mondadori), raccolta dei racconti di una decina di giovani scrittori cinesi dai nomi impronunciabili che dovrebbero fare il punto sulla realtà dei ventenni. Amplissimo il capitolo reportage e dintorni: si va da Giorgio Bettinelli, con La Cina in vespa (Feltrinelli), ultimo di una serie di viaggi che l’hanno portato attraverso 134 paesi a cavallo dello scooter a Giuliano da Empoli (Canton Express. Due viaggi in Oriente 1503 - 2008, Einaudi) che si è messo in cammino sulle orme dell’antenato Giovanni dopo cinque secoli.
Decine le guide, i libelli, i pamphlet, le trovate (anche carine). Ma il vero e unico libro da leggere è quello di Rob Gifford, Cina viaggio nell’Impero del futuro (Neri Pozza). Gifford è un giornalista inglese, ha studiato cinese all’università ed è approdato in Cina ventenne nel 1987. Da allora ha trascorso più tempo lì che qui e ora prima di lasciare il Paese (mica scemo, ci sono le Olimpiadi) lo ha attraversato lungo la Strada Madre della Cina, la Route 312 (qualcosa di simile alla Route 66 americana) che parte dal mare di Shanghai e arriva fino alle montagne al confine con il Kazakistan, congiungendosi nel deserto del Gobi con la vecchia via della Seta: 4.500 chilometri a bordo di bus, camion e taxi, parlando (in cinese) con ospiti di talk show e yuppie rampanti delle città, contadini e prostitute, venditori di cellulari e monaci tibetani, camionisti, meccanici. Sempre cinesi sono, ma almeno si ha l’impressione che sia un Paese lontanissimo.
caterina.soffici@ilgiornale.it