Putin arruola gli scienziati: "Il Polo fa parte della Russia"

"Guerra dei ghiacci" con Usa, Canada, Danimarca e Norvegia: in ballo ci sono 9-10 miliardi di tonnellate di petrolio e un territorio pari a quattro volte l’Italia. La verità si cerca nei campioni di roccia sottomarina. "Abbiamo materiale sufficiente per dimostrare che la Dorsale Lomonosov è una estensione dello zoccole continentale", dice Posyolov, numero due dell'Istituto per la geologia oceanica

Benito inneggiava al Mare Nostrum, Vladimir Putin sogna la dorsale Lomonosov. Suona meno enfatico, ma non è un sogno da quattro soldi. Se diventasse realtà, il Cremlino vedrebbe schiudersi lo scrigno incantato dei ghiacci e potrebbe succhiare gas, greggio e diamanti dalle viscere del Polo Nord. L’incarico di trasformare quel sogno in realtà è già stato affidato a una squadra di zelanti scienziati capaci - appena un mese dopo aver solcato gli anfratti dell’immenso massiccio subacqueo - di decretare l’attendibilità delle pretese russe. «Abbiamo materiale sufficiente per dimostrare che la Dorsale Lomonosov è una estensione dello zoccolo continentale», afferma convinto Viktor Posyolov, numero due dell’Istituto per la Geologia oceanica mondiale. Come dire, abbiamo fatto «bingo».

L’entusiastico annuncio del professor Posyolov si riferisce alle prime analisi condotte sui campioni di roccia sottomarina raccolti durante la spedizione di due batiscafi russi immersisi a fine luglio al largo di Murmunsk e discesi lungo la dorsale Lomonosov fin sotto il Polo. Ricordando la bandiera russa issata su un’asta di titanio piantata 4.000 metri sotto il Polo Nord, qualche malizioso potrebbe pensare a una spedizione partigiana. Ma il rigoroso Posyolov non tollera fraintendimenti. Per quanto quei campioni dimostrino già la fondatezza delle pretese russe, lui e i suoi scienziati non si danno per vinti. Continueranno a sondare e ad analizzare per almeno un altro anno ancora. Solo a quel punto annunceranno l’esistenza, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una contiguità geologica e territoriale tra la dorsale Lomonosov e la piattaforma continentale, delimitata a sud dalla costa della Siberia Orientale. Gli esami preliminari però bastano al professor Posyolov per situare la tanta ricercata faglia di congiunzione nella zona meridionale dello sperduto mare siberiano di Laptaev. Come dire è un solo grande pezzo di Russia, dalla Siberia fin sotto i ghiacci del Polo. E se bastano a lui, figuriamoci ai politici.

Ma per ora il Cremlino tace. Le esplorazioni e le dimostrazioni scientifiche di Posyolov sono soltanto le grandi manovre in vista della guerra da combattere nel 2009. Il campo di battaglia sarà la Commissione dell’Onu sui limiti della calotta continentale. Tra i tavoli di quella conferenza Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca, i cinque Paesi con definiti ma limitati diritti di sfruttamento del Polo Nord, spareranno bordate di ricerche, suffragate e rafforzate dai cosiddetti fatti sul terreno. La bandiera piantata negli abissi del Polo Nord e le ardite dimostrazioni di Posyolov e soci non saranno più, allora, un semplice «scherzo estivo», come l’hanno liquidato al ministero della Scienza danese, ma la madre di tutte le rivendicazioni russe.

L’obiettivo non è da poco. Facendo valere le proprie pretese, Mosca metterebbe le mani su uno spicchio artico esteso per oltre un milione e 200mila km quadrati e su risorse energetiche stimate in 9-10 miliardi di tonnellate/petrolio. Insomma un territorio grande quattro volte l’Italia, con risorse pari al 25 per cento delle attuali riserve mondiali di idrocarburi. Gli altri pretendenti non possono, è chiaro, starsene con le mani in mano. Il 1° agosto il premier canadese Stephen Harper ha ordinato, tanto per far capire che aria tira, la costruzione di una base dell’esercito a Resolute Bay nell’isola di Cornwallis, 600 km dal Polo Nord, e di un porto per il rifornimento delle navi da guerra nella vicina Nanisvik.

Danesi e svedesi hanno invece lanciato una spedizione scientifica per dimostrare che la dorsale di Lomonosov è collegata anche al territorio della Groenlandia e spiazzare così le aspirazioni del Cremlino. Gli scienziati estranei alla contesa guardano invece con malcelata ironia agli sforzi dei loro colleghi. «A furia di calcolare l’estensione dello zoccolo continentale - scherza il geofisico tedesco Wilfried Jokat, dell’Alfred-Wegener Institute - gli Stati Uniti potrebbero rivendicare i territori della Spagna rimasti attaccati all’Europa milioni di anni fa».