Putin pigliatutto vuole i diamanti della Siberia

Il petrolio è suo, il gas anche, l’industria aeronautica pure, per non parlare di quella militare. Se fosse un uomo d’affari sarebbe celebrato più di Bill Gates o Warren Buffett. Ma Vladimir Putin è il capo del Cremlino. E il suo insaziabile appetito lascia interdetti: perché acquisendo una società via l’altra sta rinazionalizzando l’economia del Paese. Ora ha deciso di estendere i confini del suo impero economico: vuole i diamanti. Tanti, tantissimi; quelli della Alrosa, il numero due al mondo, dopo la De Beers. E una volta conclusa questa operazione, sulla sua agenda è già appuntato il nome della Norilsk, il più grande produttore al mondo di Nickel.
Ma in Russia il capitalismo funziona così, perlomeno negli ultimi anni. Già, perché all’inizio del suo mandato, nel 2000, l’ex capo del Kgb teneva a presentarsi come un vero liberista. E in parte lo era. Fu lui a introdurre la flat tax sul reddito con un’aliquota unica al 13%, lui a incoraggiare lo sviluppo dell’imprenditoria e l’arricchimento individuale. Oggi ufficialmente non ha cambiato idea. La Borsa continua a piacergli ed è felicissimo quando vede salire il titolo della Gazprom. Resta persuaso che non esista sistema più efficiente dell’economia di mercato, ma a una condizione: che a detenere almeno il 51% dei pacchetti azionari delle società più pregiate del Paese sia il Cremlino. Naturalmente in nome dell’interesse nazionale.
Ora tocca ai diamanti. Che boccone prelibato, la Alrosa. L’anno scorso ha generato ricavi per 2,2 miliardi di euro, controlla il 23% della produzione mondiale ed è persino capace di dar dispiaceri alla De Beers; per esempio a Luanda dove ha ribaltato i rapporti di forza, mettendo le mani sul 60% delle miniere angolane.
Poteva restare insensibile a questo successo il giovane presidente Vladimir? Ovvio che no, tanto più che Mosca controlla già il 37% del capitale, mentre il 23% è in mano a investitori privati. L’inconveniente è che il pacchetto di maggioranza relativa, con il 40%, è dalla Yakutia, che non è una società, ma la regione siberiana che dai diamanti deriva circa metà delle proprie entrate. Rinunciare alla Alrosa significa rischiare la bancarotta. Per questo il governatore resiste alle pressanti lusinghe del Cremlino, che ha dichiarato di voler salire oltre il 50%. «È vero, ci sono difficoltà nel concludere la trattativa», ha ammesso il presidente della compagnia, Alexander Nichiporuk. Ma Putin non è abituato a sentirsi dire di no. Lo sa bene Mikhail Khodorkovsky, l’ex patron della Yukos incarcerato per frode fiscale e costretto a cedere allo Stato i suoi impianti petroliferi, o Roman Abramovich, il celebrato padron del Chelsea che prudentemente vive a Londra e che nel 2005 ha trovato conveniente vendere il suo gioiello, la Sibfnet, all’immancabile Gazprom, il colosso del gas controllato dal governo.
L’epilogo è scontato: la Alrosa finirà tra i trofei di Vladimir. Si tratta solo di stabilire la contropartita. Ed è qui che entra in gioco la Norilsk. Per convincere la Yakutia, il Cremlino prospetta di estendere l’operato della Alrosa ad altri campi - petrolio, gas e, guarda un po’, metalli preziosi - creando un grande conglomerato nei settori strategici dell’economia nazionale. «La Norilsk svolge un ruolo cruciale nel Paese e noi siamo aperti a nuove acquisizioni», ha dichiarato recentemente al Financial Times lo stesso Nichiporuk. Poco importa che quella società sia controllata da Vladimir Potanin e Mikhail Prokorov, rispettivamente al quarto e al quinto posto nella classifica dei più ricchi di Russia. Nemmeno loro possono opporsi a Putin, arrembante e più che mai zarista.