Al Qaida: «Abbiamo rapito l’ambasciatore»

Fausto Biloslavo

Al Qaida, guidata da Abu Musab al Zarqawi, ha rivendicato il rapimento dell’ambasciatore egiziano avvenuto sabato scorso a Bagdad. L’obiettivo dei terroristi è seminare il panico tra i diplomatici musulmani presenti a Bagdad con l’arma del sequestro e con gli attentati che ieri hanno colpito l’incaricato d’affari del Bahrein e l’ambasciatore pachistano.
La nuova tattica di destabilizzazione punta a colpire gli ambasciatori dei Paesi musulmani per evitare che il governo del primo ministro sciita Ibrahim al Jaafari spezzi l’isolamento, soprattutto nei confronti dei Paesi arabi sunniti.
Nella mattinata di ieri è scattata la prima imboscata contro l’incaricato d’affari del Bahrein, Hassan al Ansari, che è rimasto ferito a una mano. In realtà si è trattato di un tentativo di rapimento, come ha rivelato un rappresentante del ministero degli Esteri del Paese del Golfo, Yusuf Muhammad Mahmoud. Il diplomatico è rimasto ferito a una mano, riuscendo per fortuna a dileguarsi. L’attacco è avvenuto nel quartiere residenziale di Mansour, che poche ore dopo ha registrato un’altra imboscata, più grave. Un gruppo di fuoco, a bordo di una macchina, ha affiancato la vettura dell’ambasciatore pachistano, Mohammad Younis Khan, nominato appena due mesi fa. I terroristi hanno cercato di colpire il diplomatico, ma non sono riusciti a centrare il bersaglio. Dalla macchina di scorta le guardie del corpo hanno immediatamente risposto al fuoco mettendo in fuga gli aggressori.
Sabato scorso era stato rapito il rappresentante dell’Egitto, Ihab al-Sharif, che a giorni si sarebbe accreditato come il primo ambasciatore arabo a Bagdad rompendo di fatto l’isolamento seguito all’attacco alleato contro Saddam. Ieri sera Zarqawi ha rivendicato il sequestro con un comunicato diffuso dalle reti satellitari Al Arabja e Al Jazeera. «L'ambasciatore egiziano è stato rapito dai mujaheddin ed è ora sotto il loro controllo», recitava il comunicato di Al Qaida.
La tattica di terrorizzare i diplomatici ha ottenuto effetti immediati. Il governo di Islamabad ha ordinato al suo ambasciatore di «ritirarsi» nella più sicura Amman, la capitale della confinante Giordania. L’incaricato d’affari del Bahrein rientrerà velocemente in patria. Prima del rapimento del diplomatico egiziano anche la Giordania sembrava intenzionata a inviare un ambasciatore e pure l’Arabia Saudita sarebbe stata pronta a ristabilire piene relazioni diplomatiche. Siria e Yemen avevano promesso di inviare un diplomatico, di basso livello, mentre sono oltre 50 gli ambasciatori non arabi a cominciare da quelli dei principali Paesi europei.
La guerriglia irachena colpisce anche le donne. Ieri mattina, verso le otto locali, quattro dipendenti dell’aeroporto di Bagdad sono rimaste uccise e tre ferite da una trappola esplosiva saltata in aria al passaggio del loro minibus con il quale andavano al lavoro. In una giornata così tesa è stata accolta con speranza la notizia anticipata dal New York Times e dalla Washington Post sulla disponibilità sunnita a partecipare alla trasformazione democratica dell’Irak recandosi alle urne. Adnan al Dulaimi, responsabile sunnita dell’agenzia governativa per gli affari religiosi e leader del Congresso del popolo sunnita, un’importante forza religiosa e politica, ha lanciato un appello ai correligionari affinchè partecipino alle prossime elezioni. «Chiedo a tutti i sunniti di registrarsi nelle liste elettorali», ha dichiarato Al Dulaimi, che poi ha fatto espresso riferimento alla Costituzione che verrà scritta nei prossimi mesi dal parlamento. «Siamo coinvolti in una battaglia politica il cui esito dipende dal voto», ha sottolineato l’esponente sunnita che aveva boicottato le elezioni di gennaio.
Della situazione irachena si è occupato ieri il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Sarebbe autolesionista abbandonare il Paese al suo destino, ha dichiarato, aggiungendo che «un’eventuale strategia di uscita non deve implicare una fuga dalle proprie responsabilità». «Noi - ha detto ancora - non abbiamo partecipato ad azioni di guerra e ci muoviamo con un’operazione avallata dall’Onu».