«Qualche consiglio per chi verrà qui»

Il 7 giugno 2008 è stata annotata sul registro delle diverse e numerose classi del liceo D'Oria la 203esima circolare. Dunque al 198esimo giorno (su 200) era pervenuto il documento dal titolo «Termine dell'anno scolastico» e credo che si sia presumibilmente riusciti (rispetto agli anni precedenti) a battere il record della quantità per quanto attiene il settore «circolari alle classi». E non era questo, peraltro, l'unico modo attraverso il quale le lezioni venivano sistematicamente interrotte (dall'arrivo di una bidella recante l'ultimo tanto straordinario quanto inutile messaggio). È evidente che la media di una circolare al giorno non si sarebbe segnalata particolarmente se, insieme ad essa, lo svolgimento delle lezioni non fosse stato frastornato da:
a) ripetuti, quotidiani messaggi diffusi via interfono dal Preside affetto da sindrome detta microfonite acuta;
b) visite inopinate di colleghi per le questioni più singolari (sovente suscitando il legittimo sospetto che fosse in atto da parte loro una forma speciale di controllo, essendo mandante di tali improvvisati fiduciari lo stesso Preside).
c) irruzioni di studenti per ricerca di libri di testo o per sollecitare l'uscita di rappresentanti di classe (per motivi non sempre dichiarati).
Questi tratti, nei loro diversi livelli (di maggiore o minore gravità) concorrono con altre attività più nobili, a rendere le lezioni quantitativamente e qualitativamente meno pregevoli rispetto a quel che potrebbero essere. Non vi è dubbio che le conferenze, possibilmente non tenute (nell'arco della mattinata) dai soliti tromboni, così come le lezioni in classe (svolte da personale medico per quanto riguarda l'educazione alla salute) sono importanti ma sono le sole probabilmente rispetto a un numero di altri interventi presso il liceo che concorrono a restringere l'orario scolastico. Naturalmente un bel numero di determinate cose potrebbero essere spostate al pomeriggio ma, come è noto, è ben difficile costringere gli studenti a sciropparsi solfe che non li interessano affatto ma che servono esclusivamente all'attività di relazione del liceo.
Occorre ritornare alla centralità della lezione, senza se e senza ma. Il culto del superfluo non desta meraviglia presso la nostra civiltà nella quale esso fa aggio sull'essenziale, anzi diventa un oggetto di ricerca sovrabbondante fine a se stesso. È lecito dunque chiedere che il troppo e il vano, quale che sia la singolare esuberanza di chi lo persegue e lo impone, venga drasticamente ridotto. Inoltre va rammentato che la Dirigenza scolastica non è una forma assolutistica quale la dittatura (o il papato) intesa a favorire, secondo le normali cordate della «politica», gli amici e gli amici degli amici (all'interno e fuori delle mura del liceo stesso).
Conosco non pochi colleghi che mi sottolineano sovente che tali pratiche sono comunissime a molti istituti di scuola secondaria, e che quindi il mio dire non suscita meraviglia ed è destinato, data la generalità del costume, a cadere nel vuoto. Concordo decisamente con loro e tuttavia è più che lecito auspicare e battersi per un ritorno del cosiddetto «liceo alla francese» che altro non è se non la forma liberale dell'istituzione non del tutto estranea alla tradizione italiana (e, soprattutto, ligure e genovese). In realtà la degenerazione del costume ha portato i licei ad assumere sempre più la forma degli istituti universitari d'antan (quelli recenti non li frequento e dunque non li conosco), alludo a quelli quindi governati e diretti da una sorta singolare di maggiordomi di palazzo sui quali è caduta l'ironia di Fabrizio De Andrè. Ma forse sto andando sopra le righe: il Dirigente Scolastico si ritrova ad essere, talvolta suo malgrado, una singolare forma di mediazione fra la funzione del parroco, quella del capoufficio e quella del segretario di sezione (o di cellula. Con buona pace della biologia).
Fatte salve le prescrizioni di legge, non si deve (e quindi non si può) per una sorta di naturale equità ingessare le cariche e le caricuzze che comportano più o meno modesti compensi. Occorre ripetutamente di anno in anno rinnovarle radicalmente: un Preside non è tenuto ad assicurare redditi (per quanto modesti) in perpetuo alle stesse persone (salvo che le attribuzioni specifiche di legge non contemplino diversamente): altrimenti questo inevitabilmente assume l'aspetto del clientelismo. Sappiamo benissimo tutti che il merito nella maggior parte dei casi non c'entra per nulla e che quindi si palesa una forma di favoritismo che sollecita pratiche sovente non del tutto commendevoli. D'altra parte anche il Dirigente che sia sinceramente buono d'animo (e marpione, al tempo stesso) non può pensare di reggere la situazione del liceo, orientandolo verso una pratica ispirata al sovvenzionamento di coloro che, a torto o a ragione, lacrimano. Dice un proverbio genovese che chi non piange non viene allattato al seno. Fra persone adulte però esiste talvolta la coerente pratica della dignità e non solo (talvolta) l'esibizione sceneggiata dei propri bisogni e desideri. Non si tratta di instaurare forme di larvato aristocraticismo ma soltanto di ricondursi a quella naturale equità appunto che suggerisce, a semplice buon senso, che fra eguali sia meglio praticare razionalmente l'eguaglianza (non naturalmente secondo il criterio della celebre «Fattoria degli animali»), e quindi conferire cioè l'accesso (erga omnes) secondo turnazioni stabilite (e non imposte ad alcuno) alla maggior parte delle cariche e degli incarichi contemplabili in liceo. La semplicità è difficile a farsi, chissà che prima o poi qualcuno non ci riesca.
*docente del liceo d’Oria