Quando 20 anni fa volai a Berlino a picconare il Muro

Giordano Bruno Guerri ricorda un momento storico che visse da protagonista. Con un'arma in mano: "Portai in Italia una borsa di calcinacci che regalai a tutti. L'ultimo l'ho tenuto per mio figlio"

A differenza di Marcello Veneziani, che come scriveva ieri su queste pagine non ne può più di sentir parlare dei mattoni e del cemento armato del Muro di Berlino, io vi parlerò proprio di quei mattoni e di quel cemento. Perché prenderli a picconate fu una grande festa, una gioia che anche Marcello ricorderebbe con emozione, se ci fosse stato. Il 9 novembre 1989, quando fu dato l’annuncio che i tedeschi dell’Est potevano passare dall’altra parte senza restrizioni – preludio alla Caduta – era un giovedì. Stavo lavorando al numero zero di un mensile che sarebbe apparso di lì a poco in edicola, Chorus. Ma, accidenti, più di vent’anni prima mi ero perso l’appuntamento con il Maggio francese (perché stavo preparando la maturità...) e stavolta volevo esserci a tutti i costi.

Ci fui. Viaggio di lusso, con un volo diretto Milano-Berlino, passaggio in albergo e via in taxi al Checkpoint Charlie, che già avevo attraversato anni prima, in visita desolata a quel confine fra due mondi: il nostro, che sembrava quasi felice, pur con tutti i suoi tormenti; l’«altro», palesemente infelice e con tormenti quotidiani inimmaginabili da noi. Stavolta trovai solo festa e festa e festa, da entrambi i lati: l’odioso Muro, simbolo della divisione ostile del mondo, sarebbe caduto. Stava già cadendo. Anch’io diventai un Mauerspet e me ne vanto. Per la verità, all’inizio non capivo cosa significasse quella parola che i tedeschi mi rivolgevano, fra l’ironico e il compiaciuto, ma ci volle poco: «Mauerspechte» vuol dire letteralmente «i picchi del muro», e io ero diventato un uccellino che, armato di becco/piccone d’acciaio, infierivo su quel Muro con un entusiasmo da fumetto, proprio come il picchio di Disney.

I «Mauerspechte» erano all’opera con scalpelli, picconi, badili e quant’altro potesse abbattere, staccare, spezzare, svellere. Pure l’inventiva commerciale si era già messa in moto e degli accorti venditori improvvisati – in genere turchi e italiani – mettevano a disposizione picconi, scalpelli e martelli di tutte le fogge e dimensioni. Altri si erano specializzati in borse robuste, per portare via il bottino. Comprai a prezzo altissimo un piccone davvero esagerato (niente come l’esaltazione rivoluzionaria abbatte i freni inibitori) e due grandi borse, a prezzi altissimi.

Ora si trattava di scegliere il punto in cui colpire, i dintorni erano ormai tutti come divorati da un mostro multibraccia e cementofago. Segui d’istinto (in questo caso l’esaltazione rivoluzionaria c’entrava poco, altri erano i motivi) un branchetto di carinissime ragazze spagnole e dopo qualche centinaio di metri ecco un punto ancora quasi intatto, decorato e splendido, un capolavoro di ricordi e sovrapposizioni emotive che per essere concluse aspettava soltanto me.

Il primo colpo fu un orgasmo. Il secondo, il terzo e tutti gli altri un dolore fortissimo alle mani, e nonostante il freddo notevole, grondavo sudore: ma che fa. Dopo poco avevo le borse piene di pezzi di muro, da sgrossare. Regalai il piccone a Luz, presi il numero del suo albergo e mi trascinai verso un taxi con un bottino di quasi cento chili, o così mi pareva. Un pezzo lo regalai al tassista, un altro al portiere, e prima di sera avevo eliminato il superfluo a martellate (con qualche dispiacere dell’inquilino di sotto) riducendo il tutto a un’unica borsa che – per il peso – mi sarebbe costata quasi quanto un biglietto aereo.

E poi, sciambola! Quella notte e le successive, a Berlino, furono un delirio di feste, balli, canti, amori a ripetizione, della durata fra i cinque minuti e l’alba (Ciao Luz, come stai? Dove sei? Cosa fai? Hai ancora il pezzo di muro che ti regalai, rosso, in cambio di uno tuo che conteneva una scritta fittissima in una lingua ignota?).

Negli ultimi vent’anni, ogni volta che ho voluto fare un regalo importante, ho donato un pezzo del mio Muro. Oggi me ne è rimasto solo uno, il più banale, un rettangolo grande come una pagnotta, blu e rosso. Lo conservo in una teca per regalarlo a mio figlio Nicola Giordano quando, il 9 novembre 2019, avrà quasi quattordici anni e potrò spiegargli come e perché uno dei momenti di grande felicità della mia vita fu quando ero un «Picchio del Muro». Può darsi, come sostiene Veneziani, che i problemi che avremo in quell’epoca siano nati anche allora, il 9 novembre 1989. Ma ben altri ce ne sarebbero stati, se quella divisione crudele fosse rimasta in piedi.