Quando il cronista deve fare l’oncologo

Ho ricevuto centinaia di e-mail per l’intervista col professor Saverio Imperato, famoso immunologo scopritore di una terapia contro i tumori snobbata negli ospedali (Il Giornale, 22 ottobre, disponibile su Internet all’indirizzo http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=127937). Mi hanno scritto persino dal Lussemburgo (un docente universitario) e da Virginia Beach, sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Ho cercato di rispondere a tutti, anche a coloro che pretendevano di sapere da me se la sinterapia – così si chiama – è efficace, e in quali casi, e quanto.
Lunedì mattina mi ha telefonato a casa un insigne oncologo, fra i migliori operanti nelle strutture pubbliche, chiedendomi ragguagli su Imperato. Glieli ho subito spediti. Il giorno prima che uscisse l’intervista, ho telefonato io a un suo collega, altro valentissimo oncologo molto citato sui giornali. Con la confidenza che deriva dall’amicizia, ho buttato lì: «Che cosa pensi del professor Imperato?». È partito in quarta con un ritratto fatto di luci e di ombre (più ombre che luci, per la verità). L’ho lasciato parlare e alla fine gli ho chiesto a bruciapelo: «Ma tu conosci la sinterapia? Sai che cosa inietta Imperato ai pazienti?». La risposta, di una schiettezza disarmante, è stata: «A dire il vero, no». L’avessi chiamato domenica, dopo che era uscita l’intervista, magari – non oso neppure pensarlo – avrebbe potuto rispondermi: «E certo che lo so! Il vaccino Bcg antitubercolare». Ma era sabato.
Entrambi i miei interlocutori si sono giustificati sostenendo che la medicina richiede la validazione scientifica dei risultati, ottenuti mediante una sperimentazione clinica che deve seguire rigorosi parametri, anche di legge. Giusto. Ma nessuno dei due sapeva che Pubmed, la banca dati del National institute of health americano cui attingono scienziati e ricercatori di tutto il mondo, alla voce «Imperato S.» contiene ben 30 studi, alcuni risalenti addirittura al 1963.
Ora io mi domando: vi sembra normale che un cronista mediamente ignorante, il quale non ha fra i propri compiti quello di guarire le persone colpite dal cancro, sia più informato circa le possibili terapie rispetto a due docenti universitari di oncologia che dirigono centri di cura dipendenti dal ministero della Salute? Il minimo che se ne possa concludere è che vi è, da parte loro, una sottovalutazione sistematica del lavoro dei colleghi. Per superbia? Per gelosia? Per imperizia? Per mancanza di tempo? Per eccesso di cautela? Per cronico pregiudizio? O per tutte queste cose messe assieme? Fossi io nei loro camici, vi dico come mi comporterei. Non mi baserei sulle chiacchiere. Chiamerei il professor Imperato e gli chiederei di spiegarmi che cosa va combinando da 30 anni. Che è poi esattamente quello che ho fatto da giornalista, capendoci alla fine senz’altro di più. Perché loro, che sono medici, non sentono il bisogno di farlo? Considerato che l’anziano professore non teorizza l’abbandono delle cure convenzionali, come mai non chiedono ai pazienti con prognosi di pochi mesi se acconsentono a essere trattati prima e dopo le chemio con la sinterapia, la quale in fin dei conti si avvale di farmaci in commercio?
L’ostracismo nei confronti di chi osa discostarsi dai protocolli terapeutici tradizionali (spesso inefficaci, ahinoi, diciamoci la verità una volta per tutte) nasce dal sospetto che ci siano di mezzo stregonerie letali. Ma non pare questo il caso del professor Imperato, anzi. In proposito, credo sia utile riportare una serie di significative risposte che ho dovuto tagliare, per mancanza di spazio, dall’intervista di domenica scorsa.
Le farò dei nomi. Lei mi dica da chi si sarebbe fatto curare nel caso le avessero diagnosticato un tumore: Liborio Bonifacio, Luigi Di Bella, Alberto Bartorelli. «Nessuno dei tre. Ci ho parlato. Li ho esaminati. “Mene, Tekel, Peres. Sei stato pesato, sei stato trovato scarso, questa notte morrai e il tuo regno sarà dato ai Medi e ai Persiani”. Antico Testamento, Daniele, capitolo V. Quello che loro affermano è ampiamente insufficiente, purtroppo». Conosce il dottor Tullio Simoncini, radiato dall’Ordine dei medici di Roma? Considera il cancro un fungo da debellare col bicarbonato di calcio. «Emerita balla. Enorme balla». Leonida Santamaria, direttore dell’Istituto di patologia generale dell’Università di Pavia, si autoproclamò «scopritore della chemioprevenzione attraverso carotenoidi». «Un 5% d’efficacia. Stiamo parlando di carote. Vitamina A». Aldo Alessiani è un anziano medico romano che dice di curare il cancro a costo zero con «l’acqua di Alessiani». «Mai sentito nominare. Sarei curioso di saperne di più». Dei preti si fida? «Con riserva». Padre Romano Zago sostiene che il cancro si può sconfiggere con l’aloe. «L’aloe è un antinfiammatorio intestinale. Di qui a battere i tumori ce ne corre». Padre Vittorio Baroni, morto a Siena nel 1990, trattava il cancro con la «fitoradiestesica». «E i risultati? Dove sono i risultati?». Giuseppe Zora e Anna Tarantino, un oncologo e una biologa dell’Università di Messina, visto che il ministero vietava la distribuzione del loro farmaco, l’Imb, lo distribuivano in territorio vaticano approfittando dell’extraterritorialità. «È un immunomodulante derivato dal siero Bonifacio. Conobbi Liborio Bonifacio ad Agropoli. Mi diede il suo ritrovato ottenuto dalle capre. Lo testai in laboratorio su mille topi. Risultati: zero».
Io non so dirvi se la sinterapia Imperato funzioni. Resto in fiduciosa attesa di notizie da medici e malati. Se non dovesse funzionare in nessun caso, lo scriverò. È una promessa. Ma se salvasse anche una sola vita, avrei avuto la mia ricompensa.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it