Quando la giustizia non è giusta: il mistero Tenco e il caso Tortora

Continua il nostro viaggio tra gli artisti che a vario titolo furono incarcerati a Genova. Tornando agli ospiti della Grimaldina, troviamo Niccolò Paganini. Anche il grande compositore e violinista fu prigioniero per qualche tempo nella Torre Grimaldina, e proprio a questa breve prigionia sono legate alcune delle leggende che lo riguardano.
Nato a Genova il 27 ottobre 1782, iniziò da giovanissimo, per proprio conto, lo studio musicale, e già dodicenne tenne i suoi primi concerti nelle chiese genovesi. Fu prima dei vent'anni che, nel corso di un soggiorno a Parma, ebbe in dono da un ammiratore il famoso violino fabbricato da Guarnieri e chiamato «il Cannone». Si esibì in tournées per l'Italia e poi per l'Europa riscuotendo grandissimo successo, mentre intorno al suo personaggio si andavano costruendo oscure leggende. Nel corso di una di queste tournées, al Teatro Carignano di Torino, nel febbraio 1818, Carlo Felice lo fece pregare di ripetere un brano. Paganini, che spesso nel corso delle esecuzioni si lesionava i polpastrelli, fece rispondere: Paganini non ripete. Per questo motivo gli fu impedito di proseguire con i concerti previsti, ed a sua volta egli stesso annullò anche gli altri che avrebbero dovuto seguire, con l'intenzione di non esibirsi più nel Regno dei Savoia. Cambiò idea solo nel 1836, quando tornò a suonare per Carlo Alberto, che gli aveva concesso di legittimare il figlio Achille.
Se i suoi rapporti con la Casa regnante non furono sempre idilliaci, ancor meno finirono per esserlo quelli con la Chiesa, tanto che quando morì, a Nizza, il 27 maggio 1840, a causa dei sospetti per il suo «patto col diavolo» ne venne vietata la sepoltura in terra consacrata. Ne conseguì un'ulteriore macabra storia, con il cadavere del grande musicista imbalsamato e conservato, inizialmente in una bara aperta, nella cantina della sua abitazione di Nizza e poi in pellegrinaggio qua e là fino agli anni trenta del secolo scorso, quando, con la benedizione di Santa Romana Chiesa, il povero corpo fu inumato nel cimitero di Parma dove tuttora finalmente riposa.
Dopo aver così rapidamente tratteggiato il personaggio, non ci resta che venire al suo breve scontro con la giustizia penale, peraltro relativamente deludente, considerata l'aura del musicista maledetto. Infatti il soggiorno di Paganini alla Grimaldina durò pochi giorni, dal 6 al 15 giugno 1815, ed ebbe un motivo non particolarmente efferato e neanche originale: semplicemente, essendogli stata affidata per delle lezioni una ragazza di buona famiglia, l'infingardo, emulo dello Stradella, ne aveva approfittato per sedurla. Poiché però il diavolo, che non prevede eccezioni neanche per Paganini, fa le pentole ma non i coperchi, accadde che la ragazza rimase incinta: da qui la denuncia dei genitori e la carcerazione del Maestro, il quale, per parte sua, pagò la necessaria cauzione e se la diede a gambe.
Paganini muore subito prima dell'inizio delle guerre di indipendenza, quando ormai la Repubblica Genovese è già confluita, volente o nolente, nel Regno di Sardegna. Ci stiamo ormai avvicinando ai nostri giorni, e infatti le due storie cui dobbiamo accennare per completare la nostra carrellata su arte e delitto nella storia di Genova appartengono ancora per molti versi più alla cronaca che alla storia. Si tratta del caso Tenco e del caso Tortora.
Il 27 gennaio 1967, nella sua camera in una dependance dell'Hotel Savoy, dove soggiornava nei giorni di svolgimento del festival di Sanremo, fu trovato il cadavere di Luigi Tenco, nato a Cassine il 21 marzo 1938 e artista di successo, collegato alla scuola dei cantautori genovesi.
Agli atti risulta che il corpo riportava un foro di proiettile in testa e che sotto al cadavere fu trovata una pistola appartenente al Tenco. Accanto al corpo, un biglietto scritto a mano, contenente questo testo: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».
Sulla base degli elementi raccolti, gli inquirenti optarono per la tesi del suicidio. Tuttavia, avendo continuato a sussistere dubbi sulle cause della sua morte, ad esempio a causa del fatto che non fu mai ritrovato il proiettile che ne causò il decesso, dopo anni di pressioni esercitate da una parte della stampa, il 12 dicembre 2005, a trentotto anni dai fatti, la procura generale di Sanremo ha disposto la riesumazione della salma per effettuare nuovi esami che, il 15 febbraio 2006, hanno confermato la tesi del suicidio.
La chiusura del caso non ha però soddisfatto una parte del pubblico, tant'è che esistono petizioni su internet con decine di migliaia di firme perché la cosa venga ulteriormente ripresa e, forse anche per una conseguenza elettorale di questo fatto, due rappresentanti di partiti minori hanno inviato due esposti al Consiglio Superiore della Magistratura, al Ministro della Giustizia pro tempore, al Consiglio dei ministri e al Cancelliere della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, con in allegato un documento in merito a cinque asserite prove dell'omicidio di Luigi Tenco.
Gli argomenti contrari alla tesi del suicidio riguardano, in primo luogo, dubbi sulla prova della paraffina alla mano del cantante, sulla quale furono trovate particelle di antimonio in quantità valutata dagli esponenti insufficiente per provare che il colpo fosse stato esploso con quella mano. In secondo luogo, dall'esame delle foto della scena risulterebbe che la pistola trovata sotto il cadavere non sarebbe quella di proprietà di Tenco (una Walther PPK) ma una Beretta calibro 22. Inoltre, da una foto rimasta inedita, apparirebbero ferite al volto e alla nuca, non compatibili con la caduta a seguito del colpo d'arma da fuoco. Altri argomenti riguardano il biglietto d'addio, contenente un errore grammaticale troppo banale (selleziona, anziché seleziona) per essere scritto, a mano, da una persona di cultura quale era Luigi Tenco, poi il fatto che il corpo era sporco di sabbia, e quindi l'assassinio avrebbe potuto essere commesso in spiaggia. Anche sulla completezza della lettera e sulla autenticità della firma, infine, si avanzano dubbi.
Quanto giochi, nel caso Tenco, l'immaginazione popolare e quanto invece i dubbi avanzati abbiano una reale consistenza non è facile discernere. Rimane il fatto che su questo argomento sono stati pubblicati libri, anche di recente. Non è detto che il caso sia definitivamente chiuso.
Enzo Tortora nacque a Genova il 30 novembre 1928. Si occupò di spettacolo fin da giovane partecipando come attore e autore di testi alla compagnia teatrale goliardica dell'Università di Genova «Baistrocchi» ed entrò giovane alla RAI, passando presto anche alla nascente televisione, di cui è da considerare uno dei padri fondatori. Attore, scrittore e giornalista, è noto soprattutto per la sua attività di presentatore. Famosissime sono alcune trasmissioni radiotelevisive da lui ideate e condotte, come «Il Gambero», «La Domenica Sportiva», «Portobello».
Il 17 giugno 1983, presso il comando del Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma, viene arrestato con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico mossagli dalla procura di Napoli. Le accuse si basano sulle dichiarazioni di alcuni pentiti: Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Paquale Barra, detto «o animale» per la sua ferocia, ed altri otto imputati del processo alla nuova camorra organizzata. A queste accuse se ne aggiungeranno altre, del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e della di lui moglie, Rosalba Castellini, i quali testimonieranno di averlo visto spacciare droga nei corridoi di una emittente televisiva.
L'unica prova materiale a sostegno di queste dichiarazioni è un'agendina trovata in casa di un camorrista, Giuseppe Puca, su cui è scritto un nome che subito viene letto come Tortora, accanto ad un numero di telefono. Risulterà poi, ad un esame più attento, che il nome scritto sull'agenda è invece Tortona e che il numero di telefono non è mai appartenuto al presentatore.
Quanto ai rapporti con i camorristi, l'unico contatto di cui risulti documentazione è avvenuto quando il Pandico, detenuto a Poggioreale, gli ha inviato dei centrini da lui realizzati, chiedendogli di venderli all'asta nel corso della trasmissione Portobello. Poiché la segreteria di redazione ha smarrito il materiale inviato dal Pandico, Tortora ha scritto al detenuto scusandosi ed inviandogli a titolo di rimborso un assegno di ottocentomila lire. Il Pandico, mentalmente squilibrato, è poi entrato in un circolo vizioso di rivendicazioni, iniziando a scrivere lettere dal tono intimidatorio e ricattatorio, che costituiscono di fatto il prodromo alle vicende successive.
Dopo sette mesi di carcere, Tortora ottiene gli arresti domiciliari per motivi di salute. Successivamente, nel 1984, viene eletto al Parlamento Europeo nelle liste del Partito Radicale, che sostiene la sua battaglia giudiziaria. Il 17 settembre del 1985 viene condannato a dieci anni di carcere. Il 31 dicembre dello stesso anno darà le dimissioni da eurodeputato, rinunciando così all'immunità che gli spetterebbe e ritornando agli arresti domiciliari. Nel frattempo ha avuto la soddisfazione di veder respinta all'unanimità da parte del Parlamento Europeo una richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti per oltraggio, avendo gridato «È un’indecenza!» dopo che il pm, in occasione di un'udienza, gli aveva contestato di essere stato eletto con i voti della camorra.
Finalmente, il 15 settembre 1986, la Corte di Appello di Napoli lo assolve con formula piena da tutte le accuse, dopo aver accertato che le testimonianze dei pentiti, innescate probabilmente dalla follia del Pandico, erano indirizzate unicamente ad ottenere riduzioni di pena, mentre le affermazioni di chi, come il pittore Margutti, non aveva rapporti con la malavita organizzata erano solo tentativi di ottenere facile pubblicità.
Ulteriore, definitiva conferma alla sentenza venne data dalla Cassazione il 17 giugno 1987.
In un'intervista all'Espresso del 25 maggio 2010, dodici anni dopo la morte di Tortora, avvenuta a Milano il 18 maggio 1998, l'ex collaboratore di giustizia Giuseppe Melluso, da poco uscito dal carcere, chiederà ufficialmente il perdono ai familiari del presentatore per le sofferenze ingiustamente causate.
Il comportamento di Tortora in tutta la vicenda fu, a differenza di quanto vediamo accadere troppo spesso oggidì, di una compostezza esemplare. Al di là del non aver mai alzato il tono della voce per protestare contro un'accusa che doveva veramente apparirgli di un'assurdità kafkiana, la rinuncia all'immunità parlamentare mostra un raro senso della cittadinanza. Va anche detto che il suo atteggiamento, sebbene sempre impostato su un signorile e corretto understatement, non fu per niente accattivante nei confronti dei giudici, verso i quali, da vero genovese, riuscì anche ad assumere atteggiamenti antipatici, come quando, rivolgendosi al collegio giudicante, concluse un intervento di autodifesa con queste parole:
«Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».
Ma non è questa l'unica frase celebre di Enzo Tortora. Quando, il 20 febbraio 1987, torna in televisione per riprendere la trasmissione Portobello, interrotta quattro anni prima dalla catastrofe giudiziaria che lo ha ingiustamente colpito, scolpisce lo spessore del proprio personaggio con una colta citazione di Luis de Leon, un intellettuale spagnolo del XVI secolo, dedito all'insegnamento ed alla traduzione di testi sacri. Questi, essendo stato incarcerato per quattro anni dietro speciose accuse di eresia avanzate da suoi avversari, nel giorno in cui finalmente poté tornare in aula per riprendere l'insegnamento, aprì la lezione con le seguenti parole: «Dicebamus, externo die...». Dicevamo, l'altro giorno... Affermando così la forza e la serenità del proprio animo, cosciente della innocenza e della integrità civile dimostrata.
Allo stesso modo, Tortora, invecchiato ed indebolito dalle traversie subite, viene accolto in trasmissione da una standing ovation dei presenti. Quando questa giunge al termine, con voce emozionata ma nello stesso tempo mostrando pacatezza e serenità, dà inizio allo spettacolo con queste parole: «Dunque, dove eravamo rimasti?»
*consulente Centro Studi Criminalistica
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