Quando i diritti sono incivili

Qualche anno fa le battaglie per i diritti civili erano semplici e davano vita a contrapposizioni lineari. Su un versante, ad esempio, si sono collocati quanti erano a favore del divorzio, sull'altro coloro i quali lo ritenevano un attentato all'integrità del nucleo familiare; da una parte si schierarono i favorevoli alla riduzione della maggiore età, dall'altra chi la osteggiò perché sospettava che essa potesse provocare un abbassamento del livello di responsabilità personale; da un lato si trovarono i fautori del nuovo diritto di famiglia, dall'altro coloro i quali lo ritennero un attacco eccessivo ai costumi tradizionali.
Questa chiarezza era data dal fatto che, per quanti la pensavano in modo anche diametralmente diverso, l'orizzonte di civiltà era comunque univoco. Il riferimento alla famiglia della tradizione giudaico-cristiana restava centrale perfino per coloro che volevano renderlo meno cogente e, addirittura, per chi rivendicava per sé il diritto di prescinderne. Chi era a favore del divorzio, non per questo sosteneva che la famiglia dovesse cessare d'essere la cellula fondamentale dell'organizzazione sociale. E le battaglie contro la discriminazione sessuale, nella loro essenza, non erano iniziative contro la famiglia. Tendevano, semmai, ad aggredirne le patologie e le intolleranze laddove esse si verificavano.
Oggi quel riferimento unitario è venuto meno. Il multiculturalismo ha portato alla ribalta forme di organizzazione familiare diverse da quelle della nostra tradizione e i canoni del relativismo culturale c'impediscono di affermare con chiarezza che esse, dal punto di vista delle libertà della persona, sono peggiori. Di conseguenza, il significato delle battaglie per i diritti civili ha perso l'originaria linearità producendo una serie di contraddizioni fin qui sconosciute. Alcuni esempi, tratti dall'attualità, saranno sufficienti a chiarire il punto. Nei giorni scorsi abbiamo appreso da notizie di stampa che una importante personalità del mondo mussulmano italiano avrebbe ripudiato una delle sue mogli, sposata in moschea, attraverso un semplice Sms. Il personaggio in questione è noto per le sue posizioni di sinistra, e forse ciò aiuta a comprendere come mai le reazioni alla notizia siano state tutto sommato contenute. La questione di fondo, però, non per questo è venuta meno: consentire matrimoni plurimi pur privi di valore civile, è un avanzamento dal punto di vista dei diritti civili ovvero una regressione verso stadi che la nostra civiltà aveva da tempo raggiunto e superato? In termini più concisi e diretti: c'è veramente chi possa ritenere la poligamia alla stregua di una conquista civile? Lo stesso dubbio di fondo si prospetta di fronte alla decisione del consiglio comunale di Padova, che lo scorso 4 dicembre ha riconosciuto come «famiglia anagrafica» la condizione di coloro che vivono in convivenza non matrimoniale, legate esclusivamente da un vincolo affettivo. In questo caso si registra, insieme, un eccesso e una deficienza di legalità. L'eccesso si configura in quanto è palesemente esagerato ricondurre a un regime di pubblicità legami di tipo solo affettivo, anche quando questi producano convivenze. La deficienza, invece, perché una volta intrapresa questa scivolosissima strada, è necessario essere più incisivi per evitare che vi sia chi ne paghi le conseguenze.
Siamo al punto politico della questione. Storicamente le battaglie per i diritti civili hanno saputo contemperare la ricerca di una maggiore libertà personale con la tutela dei soggetti più deboli e svantaggiati. Tanti istituti del nostro ordinamento connessi al diritto di famiglia - dalla quota legittima di successione alle pensioni di reversibilità - hanno questa origine. Oggi però il contemperamento tra le due esigenze è venuto meno. La prima ha preso il sopravvento rischiando di provocare un'irresponsabilità di massa. Se non si mette argine, a pagare saranno i soggetti più deboli, a iniziare dalle donne. Esse, forse, riusciranno a ottenere il doppio cognome, concedendo così tragica attualità alla fantozziana Contessa Mazzanti Serbelloni Vien dal Mare. Ma, in compenso, le più deboli fra loro, lontane anni luce dagli stilemi dello snobismo liberale di massa, potranno tornare a essere liquidate senza nemmeno i quindici giorni di preavviso o a vivere sottomesse per paura di un ripudio.
È questa una realtà che va diffondendosi sotto i nostri occhi. Per accorgersene, basta non girare lo sguardo dall'altra parte o rifugiarsi in un salotto. Mentre, per modificarla, è necessario non essere spensieratamente superficiali. È un fatto, ad esempio, che tanti di quelli che s'impegnano a picconare ogni giorno la famiglia tradizionale, non nutrono invece dubbi quando si tratta di acconsentire al ricongiungimento di quelle degli immigrati. Chi ritiene la famiglia un valore da difendere - sul punto ha ragione Benedetto XVI - non può consentirsi differenziazioni; anzi deve prestare particolare attenzione a quelle più svantaggiate. E, soprattutto, non ci si può scordare delle condizioni effettive nelle quali potrebbero venire a trovarsi donne e minori, i soggetti più deboli. Nel caso delle famiglie immigrate, il diritto delle donne di restare nel nostro Paese non deve dipendere esclusivamente dal permesso di lavoro del marito. Perché, in questo caso, si alimenta il loro timore di perdere tutto se ripudiate, a iniziare dai figli. In tal modo, magari involontariamente, si porranno le basi per accrescere sottomissione, violenze private, quando non proprio la segregazione. Nei salotti bene ci si potrà riempire la bocca con un po' di retorica sui diritti civili ma nella realtà delle cose si saranno trattate le donne più deboli come carne da cannone.