Quando gli ideologi di Farefuturo inneggiavano a Silvio

Filippo Rossi e Angelo Mellone sono i due dioscuri del pensiero finiano, i guru di Farefuturo, poeti del sito web futurista che dispensa ogni giorno pillole di neoantiberlusconismo doc. Più muscolare Rossi, non solo fisicamente, nonostante alcuni anni passati come portavoce al fianco di Claudio Scajola, che non è propriamente la quintessenza della politica muscolare; più intellettuale, non solo fisicamente, Mellone (a proposito, è meno alto e longilineo di come l’ho descritto nei giorni scorsi, come ha fatto notare il sito Dagospia e, essendo io un piccoletto, non mi permetterei mai di ironizzare sulla statura altrui). Insomma, una sorta di gatto e di volpe del pensiero finiano che, con alcuni articoli su Farefuturoweb, a tratti fanno passare Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio come mammolette berlusconiane, malate di moderatismo.
Eppure, un viaggio nella produzione letteraria di Rossi&Mellone sul Secolo d’Italia rivela che, fino a qualche anno fa, le idee dei futuristi non erano così nette, anzi. A partire dal «governo Bocchino», il simpatico esecutivo teorizzato nei giorni scorsi da Italo, che sa molto di Prima Repubblica. Il 28 febbraio 2008, sull’organo di An, Filippo Rossi affidava il suo pensiero alla recensione di un libro che «va regalato a chi vomita nostalgia spacciandola per cultura politica», titolandola: «Chi può rimpiangere la Prima Repubblica?». La dedica del direttore del web futurista era «a tutti quelli che si sono dimenticati cosa sono stati per l’Italia la partitocrazia, il consociativismo, le convergenze parallele, la mediazione continua, il tirare a campare, i governi che cadevano con la frequenza di mele marce, il voto di scambio, il sistema di potere dc, la corruzione e chi più ne ha più ne metta...». E molti dei punti citati sembrano quasi un riassunto di questi giorni.
Aiutiamo Filippo a ricordare. Sempre con un suo intervento, sempre sul Secolo d’Italia, 24 febbraio 2008. Bellissimo articolo, Rossi difende la semplificazione politica: «Quando i partiti si fondono, come sta succedendo, in grandi movimenti a vocazione maggioritaria, la politica non è più obbligata ad attardarsi nella difesa delle strutture burocratiche. Si liberano energie positive, e la contabilità politichese diventa passione politica. Solo chi non ha capito questa svolta epocale, gli Storace, i Casini, i Pannella, si attarda a difendere vessilli che non riescono più a muoversi, ormai indifferenti al vento della storia». Se fossi uno del Pdl che vuole fare un manifesto contro Futuro e libertà, userei queste parole. Del resto, per Rossi (15 ottobre 2008) «Berlusconi ha riconosciuto in Obama uno come lui: uno per niente legato a una politica vecchia. Una politica che non ha più niente a che fare con la politica del fare».
Ma ce n’è pure per i possibili alleati nel terzo polo e nella nuova maggioranza sognata dai finiani, a partire da Francesco Rutelli: «Se non l’avessero già chiamato Cicciobello, a Rutelli andrebbe bene il parallelo con Ken, il compagno di Barbie che assomiglia a Big Jim, ma possiede dei lineamenti un po’ più aggraziati e meno machisti» (Angelo Mellone sul Secolo). E sull’idea della moralità, sacrosanta categoria dell’etica, elevata a categoria della politica? C’è sempre Mellone, sul Secolo d’Italia dell’11 dicembre 2002: «Chi, tra un girotondo e l’altro (o magari colto da estremismi puritani), si illude di poter ridurre e semplificare la dialettica politica a uno scontro tra buoni e cattivi, tra il Bene e il Male, vuol dire che ha capito ben poco della politica (...) La morale quando entra in contatto con la politica si trasforma e prende le sembianze del moralismo (...) e non è troppo chiedere che il moralismo resti una cattiva tentazione della porta accanto (a quella del potere)». Perfetto, ma forse era meglio spiegarlo anche a chi si è astenuto nel voto sulla sfiducia a Caliendo.
Ma il meglio, Mellone l’ha dato in un epico articolo (Attenti ai “politicamente modificati”) del 23 giugno 2002, sempre sul quotidiano di An, in cui il più lucido dei pensatori finiani metteva in guardia rispetto al rischio dello «strano incrocio che si aggira nel laboratorio di Montecitorio, uno strano incrocio alchemico fra l’uomo e il camaleonte: l’Opm, l’organismo politicamente modificato. La sua caratteristica è quella di inseguire il potere ad ogni costo, cambiando pelle ideologica, alleati e governi con la stessa regolarità con cui il simpatico rettile cambia colore». Esempi? «Un’ondata virale di nuovi centri». Ma, soprattutto, il «transpolitico» melloniano, ad esempio, può esercitarsi nell’«ibridazione tra tradizioni politiche inconciliabili (ma tutto può il biopolititech)» o può «sfogarsi nell’Opm cambiacasacca, nelle alleanze improponibili (vi dice qualcosa Di Pietro+Rifondazione+ecc.?), nei ribaltoni, negli inciuci, nel rimangiarsi la propria appartenenza, nel dare valore prossimo allo zero all’identità, eccetera. Il trait d’union di questa patologia, come si diceva, è il potere. La sua conquista, o ancora meglio, il suo mantenimento».
Grande ritratto, vi ricorda qualcuno e qualcosa?