Quando l’antibiotico non funziona più

Le cause: immigrati e troppo fai-da-te. I farmaci tradizionali sono inefficaci contro i nuovi batteri
provenienti dal Terzo mondo. Se poi si prendono anche quando non
servono...

È tempo di dare una svecchiata al mondo degli antibiotici, settore dove la ricerca latita e dal quale le case farmaceutiche stanno alla larga per questione di costi e di scarso guadagno. Il pianeta Terra lancia segnali e sembra avere un disperato bisogno di nuove capsuline magiche per combattere per esempio, le infezioni ospedaliere, sempre più resistenti alle terapie tradizionali. Solo in Italia, si stima che fino al 7% dei pazienti acquisisca un’infezione in corsia. In pratica 700.000 malati si riammalano in un letto di ospedale e l’1% muore in modo così assurdo. Del resto, di fronte a batteri sconosciuti e che si spostano di continente in continente grazie all’emigrazione il mondo ha le armi spuntate. Sempre meno spesso le molecole esistenti, scoperte troppi anni fa, funzionano. Ed è per questo che gli esperti chiedono una mano ai governi affinché diano un supporto economico alle aziende che fanno ricerca in questo settore. Anche perché esistono dei batteri killer che resistono a quasi tutti i tipi di antibiotici. Come la insidiosa klebsiella, che è già diffusa in India ma si è affacciata in Inghilterra e anche in Italia (due casi per adesso). «Neppure quelli di ultima generazione riescono a bloccarla», precisa Gianni Rezza dell’Istituto superiore di Sanità che spiega: «Quel gram negativo provoca polmoniti e gravi setticemie e colpisce le persone particolarmente debilitate come quelle ricoverate in terapia intensiva». Rezza avverte che contro questi gram c’è poca ricerca. «Bisogna investire molto per ottenere nuovi prodotti e le case farmaceutiche hanno allentato la presa – ammette Rezza -. Investono soprattutto sugli antivirali che servono alle malattie infettive croniche».

Dunque il problema è stato posto. E non solo da Rezza. Molti esperti internazionali presenti al Congresso annuale della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) hanno acceso i riflettori sulla necessità di nuove molecole. «Bisogna concentrarsi in qualche area specifica - spiega Samuel Bozzette, dell’Università di San Diego -; ad esempio le infezioni cosiddette gram negative negli ospedali, che sono resistenti a quasi tutti i farmaci tradizionali, così come alcune forme di tubercolosi, per cui le terapie non funzionano più». Richard Wenzel, della Virginia Commonwealth University di Richmond indica anche il modo per ottenere nuove scoperte: «La via migliore per sostenere la ricerca è la partnership pubblico-privato, magari con il contributo di istituzioni che finanziano le ricerche e con le compagnie farmaceutiche che si occupano della commercializzazione».

Ma in attesa delle nuove molecole bisogna usare bene quelle vecchie. In Italia, per esempio, si usano malissimo, anzi si abusano come ha spiegato recentemente il direttore generale dell’Agenzia del farmaco, Guido Rasi, che ha anche lanciato una campagna di sensibilizzazione sul corretto uso degli antibiotici spesso ingoiati come caramelle al primo sintomo di raffreddore. E non a caso, l’Italia, è tra i Paesi Ue a più alto consumo di antibiotici e a più alto tasso di antibiotico-resistenza. Ben 150 milioni di dosi di questi farmaci sono usati in maniera inappropriata e l’anno scorso il Servizio sanitario nazionale ha speso ben 1.038 milioni di euro soltanto per gli antibiotici. Al Sud gli sprechi più evidenti. Campania, Puglia e Sicilia sono le regioni dove esiste un abuso ingiustificato di questi farmaci seguite da Calabria e Basilicata. Ma pure nel resto della penisola i medici spesso prescrivono senza neppure provare a curare il paziente in modo diverso. E così il 44% della popolazione (il 53% dei bambini e il 50% degli anziani) riceve almeno una prescrizione di antibiotico all’anno. «Ma questo modo di distribuire a pioggia le molecole usate anche per curare patologie di natura virale - avverte il professor Rasi - provoca una sorta di resistenza al farmaco sempre più diffuso oltre a un incremento dei costi per lo Stato che potrebbe risparmiare, con una razionalizzazione, oltre 413 milioni di euro».