Quando l’isolotto di Bergeggi attraversò da solo il Mediterraneo

Da una parte c’è la Storia, quella seria, fatta di documenti ufficiali. E poi ci sono le leggende, le storie con la «s» minuscola, tramandate da generazioni e arricchite, di bocca in bocca, da nuovi particolari. E anche la Liguria, terra antica e schiva, non fa eccezione. Da Ponente a Levante sono molti i misteri che hanno accompagnato decine di generazioni, dando le loro spiegazioni a fenomeni che di volta in volta hanno incuriosito e stupito. Siamo andati a cercare alcune di queste leggende, alcune note, altre meno. Tutte molto interessanti, soprattutto per chi ama far volare la fantasia e nella vita ama un pizzico di thriller.
L’isolotto di Bergeggi
Tra le più curiose leggende del savonese c’è quella che riguarda l’isola di Bergeggi che, secondo un racconto millenario sarebbe arrivata «in navigazione» dall’Africa attraverso il Mediterraneo per un prodigio divino. Si dice infatti che il buon Dio, per salvare due santi Vindemmiale e Eugenio, che intorno alla fine del quarto secolo dopo Cristo si trovavano prigionieri in Tunisia per opera del re dei Vandali ed erano condannati al martirio, inviò loro un angelo che disse loro di fuggire sull’isola davanti a Gerba. Fatto ciò i due si ritrovarono a viaggiare sull’isolotto che magicamente attraversò in una notte tutto il mar Mediterraneo e arrivò davanti alle coste savonesi. Da allora la popolazione locale cominciò a venerare i due predicatori e alla morte di Sant’Eugenio l’unico che rimase tutta la vita sull’isola, costruì una piccola cappella per ricordarlo.
Misteri preistorici
La Grotta della Basura, nel complesso delle grotte di Toirano, è tra le più affascinanti perché conserva impronte dell'Uomo di Neanderthal (che visse 120mila anni fa). A renderla affascinante è il ritrovamento impronte di mani e piedi sulle pareti ricoperte di argilla della «Sala dei Misteri». Gli studiosi l’hanno datate con il metodo dell'Uranio-Torio a circa 14.300 anni da oggi. Un'ipotesi per le impronte è che si tratti di tracce di cerimonie religiose del Paleolitico: molte sono impronte di bambini ed è forse per compiere riti di iniziazione che venivano spinti nelle zone più oscure e interne alle caverne.
L’omicidio della Lanterna
Il simbolo di Genova ha una lunga storia, di cui, in realtà, non si conosce precisamente l’inizio. La prima notizia di una torre a Capo Faro, a Sampierdarena, risale al 1128, e si tratta di un documento che stabilisce i turni di guardia imposti agli abitanti dei paesi circostanti affinché la torre assicurasse il controllo al traffico in mare. Ma il mistero più nero che riguarda la Lanterna, si riferisce al suo progettista-costruttore: non se ne conosce il nome, ma si racconta che, alla fine dell’opera, l’uomo fu accompagnato sulla sommità del faro e gettato giù. Due i probabili moventi dell’assassinio: forse non si voleva che l’uomo potesse ricostruire da qualche altra parte la torre, ma si dice anche che invece (e qui ci sarebbe la proverbiale «tirchieria» dei genovesi) il progettista sia stato ucciso per risparmiare sul sul pagamento del suo lavoro. Tra le curiosità più allegre che riguardano la Lanterna c’è anche una chicca storica: tra i suoi guardiani della Lanterna ci fu, dal 1449, Antonio Colombo, zio di Cristoforo.
Fantasmi in cattedrale
Anche se il mistero più affascinante della cattedrale di San Lorenzo riguarda il Santo Catino, che si dice possa essere il Santo Graal, va ricordata anche la leggenda che racconta come, nella notte del 24 giugno San Giovanni, festa patronale di San Giovanni Battista, nella navata centrale del duomo si ritrovino le anime delle maestranze che oltre dieci secoli fa contribuirono ad edificare la cattedrale. In una lunga processione sfilano tutti, dagli architetti ai manovali, fino ad arrivare sulla cupola, da dove ammirano in silenzio la città, fino a sparire. Qualcuno racconta di averne sentito i leggeri passi, timorosi. Ma forse è solo la suggestione creata dall’emozione che si sente nel cuore anche solo visitando la nostra cattedrale, ricca di Storia e di arte.
Il bimbo di via Luccoli
Nei vicoli più belli, vicino alla parte nobile della città, in un tempo lontanissimo al posto della piazzetta ci sarebbe stato un boschetto che avrebbe dato il nome alla via. Ma qui sarebbero avvenuti anche macabri rituali. E così si legge che alle persone di cattivo umore che passano in determinate ore lungo la strada deserta comparirebbe un bambino sorridente, che scomparirebbe velocemente come si è presentato. Per provocare in chi lo vede un’immediata sensazione di benessere e serenità.
La nonna di Vico Librai
È tra le leggende più note tra i genovesi appassionati di misteri: un’anziana, vestita come le genovesi di una volta, farebbe la propria comparsa nelle notti più fredde tra Natale e Capodanno chiedendo dove sia la sua casa, in vico dei librai, appunto. Ma il vicolo è scomparso negli anni Sessanta per uno stravolgimento urbanistico di notevole impatto. Sarebbero in tanti ad avere avuto la ventura di incontrare la vecchina, che lascia in chi la vede una sensazione di tristezza e di abbandono.
Lupi mannari
Ululati, sinistri rumori, ombre paurose: la leggenda dell’uomo lupo sarebbe tra le più note a Pontremoli, dove la Liguria diventa già Toscana, in particolare nel borgo del Piagnaro, il più antico della città, dove di notte il lupo mannaro farebbe a volte la sua comparsa nelle vie più strette e buie. Ma non preoccupatevi, se vi capiterà di incontralo sarà sufficiente non guardarlo negli occhi e salire tre gradini. Lui scomparirà. Per ritornare.
Castello del Treschietto
La crudeltà dei signorotti medievali non ha limiti. Almeno a sentire raccontare, in quel della Lunigiana, le storie del Castello del Treschietto che sarebbe stato il luogo del martirio di fanciulle che venivano adescate per notti di folli violenze. Il loro lamento si sentirebbe ancora in certe notti vicino a quei luoghi: un mistero probabilmente alimentato dal sinistro aspetto del castello, che proprio per questo attira turisti e visitatori.
La marchesa Malaspina
Tra i fantasmi «in attività» in Lunigiana il più famoso di tutti, anche ai nostri giorni, è quello della giovane marchesa Malaspina di Fosdinovo. Innamorata di uno stalliere aveva fatto infuriare il padre che aveva deciso di piegarne la volontà rinchiudendola in una stanza del castello priva di porte e di finestre, con un cane ed un cinghiale. Dopo qualche anno di stenti, ma sempre irremovibile nel suo amore la ragazza muore. Ma nelle notti di luna piena, si può notare uno spirito vagare per il castello con una veste bianca ed i capelli lunghissimi sciolti sulle spalle.
La bella di Triora
Triora, paesino medievale arroccato a 780 metri d’altezza nell’Alta valle Argentina, in provincia d’Imperia è stato teatro di una delle più terribili e sanguinarie persecuzioni delle streghe. Qui, nel 1530, abitava Franchetta Borelli, ragazza di buona famiglia che ebbe la sventura di essere troppo bella. Su di lei si scatenarono le invidie delle altre donne del paese, gelose dell’interesse che la ragazza suscitava negli uomini del posto. Lei, che conosceva i segreti delle erbe curative e ignorava le dicerie dei compaesani fu accusata di essere una strega.
Filtri d’amore non ne mancavano all’epoca, ma bisognava essere belle come la Borelli perché andassero a buon fine. Della terribile sorte toccata a Franchetta parla «Il libro nero della caccia alla streghe» di Vanna de Angelis (Piemme): la donna, ormai anziana, fu catturata dagli inquisitori e torturata per interi giorni senza che alla fine nessuno riuscisse a farla confessare fatti mai commessi. Un mistero il fatto che diversamente da altre donne del luogo non abbia parlato pur di fermare i suoi aguzzini. Una pagina tra storia e leggenda tra le più nere del Medioevo.
Gallina dalle uova d’oro
Un’affascinante leggenda riguarda Montoggio ed è raccontata da Sergio Rossi, presidente del Centro Culturale Ugo Dacà. «Corre l'11 giugno dell’Anno del Signore 1547, il conte Gerolamo Fieschi, assediato dai genovesi nella sua fortezza di Montoggio, viene tradito da un gruppo di mercenari che, aprendo le porte del castello ai soldati della Repubblica, mette fine di fatto alla storia di un ramo della nobile famiglia dei Fieschi. Fin qui i fatti. In quei drammatici ultimi momenti, il conte, accortosi della gravità della situazione, decide di nascondere quanto di più caro e prezioso egli possieda, il tesoro di famiglia: la gallina dalle uova d'oro. Il nascondiglio è così sicuro che il tesoro non viene rinvenuto neppure nei due anni successivi dai genovesi, intenti a svuotare, minare ed infine distruggere l'antico baluardo fliscano.
Al momento della resa, nella fortezza, si trova anche un gruppetto di ventotto fedelissimi montoggesi: venti del paese, cinque di Granara e tre di Carpi. Forse proprio i loro racconti di scampati all'assedio, hanno originato la leggenda che oggi conosciamo. Secondo alcuni studiosi il famoso tesoro dei Fieschi potrebbe essere un cofanetto contenente tre lettere datate 1546 talmente compromettenti per i Doria, storici antagonisti dei Fieschi, al punto da rivalutare come atto fortemente patriottico quella che è ormai passata alla storia come la “Congiura dei Fieschi"».