Quando l’Italia pedalava sulla salita del Ventennio

I saggi sulla vita quotidiana di un popolo in una determinata epoca sono fra i più difficili da scrivere. Bisogna, naturalmente, avere la massima padronanza dei grandi fatti del periodo (politici, economici, sociali, militari), perché quello è lo sfondo. Il campo di ricerca, poi, è sterminato: gusti, dalla gastronomia alla moda; spettacoli, dai più popolari ai più sofisticati; regolamentazione del lavoro e religiosità; organizzazione del tempo libero e rapporto con lo Stato; tic e manie, curiosità e cultura. Inoltre le fonti non sono limitate agli archivi e a altri libri, soprattutto se si tratta di un’epoca recente: bisogna andare a esplorare giornali (fin nei necrologi), vedere film, ascoltare canzoni, studiare fotografie di famiglia. E non basta ancora: ci sono le testimonianze di chi quel periodo l’ha vissuto, e alla fine bisognerà fare i conti - proprio e soprattutto - con il giudizio di chi «c’era». Infine il materiale accumulato è necessariamente immenso e arduo da montare, in una narrazione che deve essere accattivante.
Proprio per questi problemi, però, le storie di vita quotidiana del passato recente sono fra le opere più fascinose da leggere. Se ben fatte, certo. Dunque un saggio sulla vita quotidiana degli italiani durante il ventennio fascista non poteva mancare in un collana come la «Biblioteca storica del ’900». Oltre ai grandi eventi - le guerre, la politica, gli sconvolgimenti - occorre avere almeno uno spaccato di storia minuta, quotidiana, appunto: la storia di chi i grandi fatti li subiva, impotente, cercando di condurre comunque al meglio la propria esistenza.
Otto milioni di biciclette, di Romano Bracalini, raggiunge il bersaglio fin dal titolo: una citazione - irriverente quanto realistica - degli «otto milioni di baionette» che secondo Mussolini componevano la potenza italiana. Le baionette ci saranno pure state, ma nella vita degli italiani contava molto di più la bicicletta, principale mezzo di trasporto di un popolo che sognava una Topolino destinata a rimanere nel mondo dei sogni, per i più.
Il libro ci restituisce il contrasto fra miti e riti del regime e una realtà molto diversa: da un lato la volontà di potenza e di grandezza, l’intenzione di formare un popolo guerriero e devoto allo Stato; dall’altro la lotta giornaliera di chi doveva fare soprattutto i conti per il 27 del mese, con i problemi quotidiani. Da un lato il saluto romano, l’abolizione del «lei», il passo dell’oca, la scelta fra «burro e cannoni», dall’altro il confronto giornaliero con il capoufficio o i caporeparto che si sentivano dei piccoli Mussolini, con la voglia di burro che la presunta abbondanza di cannoni non riusciva a annullare.
Bracalini conferma che la maggior parte degli italiani dava spontaneamente il proprio consenso al regime, ma senza tutta quella voglia di versare il sangue per la patria - e di stringere la cinghia - che il fascismo pretendeva. Allo stesso modo sono confermati alcuni progressi oggettivi avvenuti nel ventennio e che non si limitavano ai soliti treni in orario. Le morti per tubercolosi - una vera piaga - furono dimezzate, dal 1925 (59mila) al 1940. L’analfabetismo, che pietrificava la vita di oltre un terzo della popolazione nel 1920, si era ridotto al 13 per cento nel 1941. Erano risultati meno clamorosi della bonifica delle Paludi Pontine o delle grandi trasvolate di Italo Balbo, ma incidevano assai di più e meglio nella vita del popolo, disposto anche per questo a sopportare l’invadenza del regime. Quanto alla Libertà con la maiuscola, non era un problema particolarmente sentito dalla stragrande maggioranza, irritata piuttosto dalla mancanza di alcune libertà, come quella di rimanere celibi senza dover pagare un’apposita tassa.
Se gli italiani avessero saputo come sarebbe andata a finire - la guerra perduta, la guerra civile - il loro atteggiamento sarebbe stato diverso. Ma non lo potevano immaginare, e Bracalini ce li racconta, giorno per giorno, com’erano davvero: non come noi tendiamo a pensarli, oppressi e infelici, sapendo che il lieto fine non ci fu.
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