Quando l’Unione non fa economia

Questa è bella. Quando la settimana scorsa Standard & Poor's, una delle grandi agenzie internazionali di valutazione del merito di credito o dell'affidabilità di un Paese per il suo debito pubblico, ha mutato da «stabili» a «negative» le prospettive dell'Italia (rispetto alla valutazione attuale di AA-, che non è il massimo, cioè la prestigiosa «tripla A»), si sono sprecati titoli e commenti in chiave di bocciatura dell'economia italiana. Proprio mentre questa usciva dalla recessione con il dato positivo, da confermare e potenziare, di un incremento del Pil nel secondo trimestre dell'anno.
Ma soprattutto si è levata una gran sorpresa perché al centro di questo giudizio negativo ma interlocutorio - se ne riparlerà fra 18 mesi, per ora siamo ammoniti - l'agenzia, per la verità non troppo ritualmente, ha posto un'esplicita valutazione politica delle coalizioni che l'anno venturo si contenderanno la vittoria alle elezioni. La questione riguarda la capacità di adottare misure strutturali di finanza pubblica necessarie e sufficienti a garantire sostanzialmente gli impegni presi dal governo con Bruxelles, quanto al rientro del deficit sotto il 3 per cento del Pil e al programma di riduzione del debito pubblico. L’ammonimento non poteva ovviamente non tener conto dell'effetto che ha avuto ed ha sull'immagine del nostro Paese, agli occhi dei mercati, la vicenda delle Opa bancarie e il coinvolgimento della nostra massima istituzione monetaria, la Banca d'Italia.
Ma il riferimento all'oscurità delle prospettive politiche del nostro Paese, dal punto di vista soprattutto degli investitori stranieri che detengono almeno la metà del debito pubblico italiano, era basato, per il centrodestra, sulle divisioni interne quanto alla sua capacità di realizzare e continuare il programma di governo: non su questo programma né sulla strada finora sia pur faticosamente percorsa. Per il centrosinistra, invece, si tratta sostanzialmente della sua mancanza di programma al riguardo, oltre che delle divisioni interne. S&P ha fatto riferimento, tra l'altro, all'esigenza di una strategia strutturale per correggere gli squilibri di bilancio e principalmente su quella di ridurre la spesa pubblica corrente: con esplicito riferimento alla necessità di mantenere il «tetto» del 2 per cento di aumento medio annuo (per noi probabilmente inadeguato, senza incisive qualificazioni selettive). Che è comunque ciò che il governo ha fatto l'anno scorso e che la prossima Finanziaria - di «rigore e sviluppo», cioè di sviluppo ma anche di rigore - dovrà concretamente definire per il 2006.
Nel centrosinistra, però, è scoppiata una singolare polemica, peraltro eloquente. Per esempio sul numero (due) dei partiti della coalizione che si chiamano comunisti: e ci sarà pure una ragione. Ma ancora sul manierato stupore, quasi scandalizzato, di altri esponenti dell'Ulivo o di quant'altro perché la relativa sfiducia manifestata dall'agenzia di rating riguardava anche - anche! - il centrosinistra. Come «anche»? Qui siamo al colmo, come se la sinistra, ammesso e non concesso che se andasse al governo potrebbe imboccare la via del rigore finanziario quale presupposto dello sviluppo, fosse minimamente credibile su un impegno (anzi, una congettura) di riduzione della spesa pubblica rispetto ai Pil.
Dal momento che se c'è un punto «ideologico» sul quale l'intero arcobaleno del centrosinistra, diviso su tutto tranne che sull'antiberlusconismo, è fondamentalmente unito per le sue stesse e varie radici, questo è di sicuro il livello elevato, forse elevatissimo, della spesa pubblica. Con il suo inevitabile, anzi desiderato, corrispondente livello della pressione fiscale, che fa parte del Dna di tutte le sue componenti. Per sapere questo non c'è bisogno di aspettare un programma che tarda troppo a venire e sarà per forza un'impossibile quadratura del cerchio.
Annotiamo che intanto la recessione dell'economia italiana è finita. Stiamo uscendo dal tunnel e dobbiamo impegnarci veramente su una Finanziaria 2006 che confermi anche il miglioramento in atto dei conti pubblici, indispensabile per lo sviluppo.